Intervista senza mascherina: Giuseppe De Rita a rapporto. Su tutto
Concetto Vecchio , di CONCETTO VECCHIOHa studiato e descritto gli italiani a partire dal 1964, quando fondò il Censis. Qui per una volta parla di sé. I primi stipendi, i mutui, la famiglia, i papi, Beethoven
ROMA. Giuseppe De Rita, 88 anni, il fondatore del Censis, arriva in ritardo e privo di mascherina all'appuntamento nella palazzina liberty che ospita la sede del centro studi. Si scusa moltissimo.
Come mai gira senza protezione?
"Non ne ho mai messa una".
Perché?
"Andrò contro il politicamente corretto, ma gli italiani durante la pandemia non mi sono piaciuti: si sono impauriti oltre ogni ragione".
Il virus ha ucciso 35 mila persone.
"Ma in un bergamasco, o in un bresciano, la paura è più che giustificata. Ma qui a Roma? Ho parlato con amici lucani, umbri, campani, che vivono in territori appena lambiti dal Covid-19, eppure li ho visti tutti divorati dalla medesima, tremenda paura".
Lei non ne ha?
"Durante la quarantena sono andato a una messa clandestina. Tornando a casa in auto, sul Lungotevere, mi è venuta voglia di salutare un'amica, una bella donna di 75 anni che non vedevo da tempo. Ho citofonato. …
Come mai gira senza protezione?
"Non ne ho mai messa una".
Perché?
"Andrò contro il politicamente corretto, ma gli italiani durante la pandemia non mi sono piaciuti: si sono impauriti oltre ogni ragione".
Il virus ha ucciso 35 mila persone.
"Ma in un bergamasco, o in un bresciano, la paura è più che giustificata. Ma qui a Roma? Ho parlato con amici lucani, umbri, campani, che vivono in territori appena lambiti dal Covid-19, eppure li ho visti tutti divorati dalla medesima, tremenda paura".
Lei non ne ha?
"Durante la quarantena sono andato a una messa clandestina. Tornando a casa in auto, sul Lungotevere, mi è venuta voglia di salutare un'amica, una bella donna di 75 anni che non vedevo da tempo. Ho citofonato. …
ROMA. Giuseppe De Rita, 88 anni, il fondatore del Censis, arriva in ritardo e privo di mascherina all'appuntamento nella palazzina liberty che ospita la sede del centro studi. Si scusa moltissimo.
Come mai gira senza protezione?
"Non ne ho mai messa una".
Perché?
"Andrò contro il politicamente corretto, ma gli italiani durante la pandemia non mi sono piaciuti: si sono impauriti oltre ogni ragione".
Il virus ha ucciso 35 mila persone.
"Ma in un bergamasco, o in un bresciano, la paura è più che giustificata. Ma qui a Roma? Ho parlato con amici lucani, umbri, campani, che vivono in territori appena lambiti dal Covid-19, eppure li ho visti tutti divorati dalla medesima, tremenda paura".
Lei non ne ha?
"Durante la quarantena sono andato a una messa clandestina. Tornando a casa in auto, sul Lungotevere, mi è venuta voglia di salutare un'amica, una bella donna di 75 anni che non vedevo da tempo. Ho citofonato. Gelo. Allora le ho proposto di salutarci per strada, a distanza. E lei: "No, parliamoci dalla finestra". Quando sono rientrato a casa è squillato il telefono. Era lei. Urlava: "Tu vai in giro durante il lockdown, ti rendi conto che sei un mascalzone?"".
La disciplina degli italiani non si è rivelata un'inaspettata virtù?
"È l'altra cosa che non mi è piaciuta: l'ubbidienza. Un'accettazione non critica di quello che stava avvenendo. E lo dico da cattolico: anche la Chiesa ha soltanto ubbidito".
In che senso?
"È stata ferma, immobile, a parte il Papa, testimone di una solitudine profonda. Il Vicario di Roma aveva interdetto addirittura l'ingresso nelle chiese, Francesco gliele ha fatte riaprire all'indomani. Nessuno oggi tra vescovi e cardinali ha il gusto, non dico della leadership, ma dell'autonomia. Molti sono ex nunzi o funzionari vaticani che non sanno nemmeno cos'è la vita della parrocchia".
Coglie un distacco crescente dalla società?
"Ricordo che il cardinale Cé a Venezia o Piovanelli a Firenze facevano la politica della chiesa, si sentivano a capo di un corpo sociale. Poi sono arrivati i papi carismatici, come Wojtyla, e da quel momento in poi la Chiesa ha soltanto ubbidito ai superiori".
Anche in politica è il tempo di leader carismatici?
"Sì, ma poi crollano subito. Un Papa può permetterselo, Wojtyla è addirittura diventato santo, i comuni mortali no".
Molti sacerdoti sono morti durante la pandemia.
"Verissimo, e mi spiace che nessuno l'abbia fatto notare. Ma come corpo sociale la Chiesa non ha saputo dare segno di sé. Un tempo osava, indagava. Nel 1974, nel famoso convegno sui mali di Roma, feci un lungo discorso davanti a seimila persone estremamente motivate nella basilica di San Giovanni in Laterano. Ero il primo laico che parlava lì dopo Federico Barbarossa. Il cardinale Poletti mi disse: "Ora non si monti la testa"".
Cosa voleva fare da ragazzo?
"Il direttore d'orchestra. Vi rinunciai a 19 anni, dopo un campo di lavoro da boscaiolo in Inghilterra con le mani che sembravano due pagnotte e che litigavano con il pianoforte".
Ricorda il primo stipendio?
"Quarantacinquemila lire. Lavoravo alla Svimez, l'associazione per il Mezzogiorno. Era il dicembre 1955 e io avevo 23 anni".
Che cosa ci si poteva permettere con 45 mila lire?
"Erano soldini. Mio padre, cassiere al Banco di Santo Spirito, ne guadagnava 140 mila. Pasquale Saraceno, il fondatore della Svimez, me lo aumentò a 50 mila lire perché sapevo l'inglese".
Com'erano gli anni Sessanta italiani quando lei fondò il Censis?
"Era una società immersa nelle relazioni, in cui tutto era possibile. E noi eravamo assetati di futuro. Un futuro che camminava giorno per giorno. Tanto che quando nel 1962 andammo a vedere se le nostre previsioni sugli effetti del Piano Vanoni, stilato nel 1955, ma mai tradotto in pratica, si fossero rivelate giuste, avemmo la sorpresa che i dati coincidevano, segno che il Paese andava per conto proprio".
Come vede l'Italia di oggi?
"Dopo 15 anni sotto il regime del vaffa siamo sprofondati nel narcisismo più sfrenato. In Miracolo a Milano c'è quella scena dove il ragazzo che esce dal carcere saluta tutte le persone che incontra con un sorridente "Buongiorno". De Sica e Zavattini avevano capito che dopo oltre vent'anni di fascismo la gente esprimeva un gran bisogno di parlare, di vivere di relazione. Ecco, quel bisogno non lo avvertiamo più".
Siete stati una generazione fortunata?
"Quando lasciai la Svimez, nel 1963, guadagnavo già 206 mila lire al mese. Con la liquidazione, 800 mila lire, comprammo il terreno per la casa a Courmayeur, l'unica per la quale non ho fatto un mutuo. Nel 1958 andai in Persia, tre mesi nel deserto, per conto dell'Italconsult. Ci pagavano 1.500 dollari al mese, circa un milione di lire. Con quei soldi acquistai casa in via Reno, nel quartiere Coppedè".
Le manca sua moglie?
"È morta nel 2014, ma il rapporto continua. Ci parlo, ci ragiono, la interrogo come fosse il mio Talmud. Ma mi manca la sua capacità di gestire il gruppone familiare".
Quando vi siete sposati?
"Nell'aprile del 1959. Avevamo 27 anni".
Quanti figli ha?
"Otto, e 14 nipoti".
Che cosa hanno fatto i suoi figli?
"Li abbiamo spinti a fare scelte molte diversificate. Betta, la maggiore, l'antropologa; Giorgio, ingegnere aeronautico, è consigliere delegato del Censis; Giulio ha studiato teologia, pensavo si facesse prete, poi si è sposato e ha fatto tre figli; Andrea, l'unico non laureato, è bancario al Credito sportivo; Lorenzo, il più geniale, fa il pubblicitario ad Amsterdam; Cecilia si è occupata di privacy al Bambin Gesù; Daniele lavora all'Eni; Alessandro è sceneggiatore. Abbiamo fatto sette figli fra il 1961 e il 1970".
Perché gli italiani non ne fanno più?
"La coppia è diventata prigioniera della società dei consumi, ma più ancora del diffuso narcisismo individuale. Se una società è priva di relazioni non fa figli. Se non sei stato dentro un gruppo in cui esercitare dialettica, anche a pugni, non ti viene voglia di mettere su famiglia, che è un gruppone, con i suoi difetti e le sue tensioni". (Si accende sornione un sigaro).
Anche lei e sua moglie volevate un vostro gruppo?
"Sì, e lo abbiamo fatto con allegria".
Adesso vive con una badante?
"Sì, una donna moldava. Ero contrario, i figli hanno insistito. Riconosco che mi dà un ordine, una regola".
Cosa fa la sera?
"Ascolto due ore di musica. Da collezionista un po' coatto ho 180 edizioni della Nona di Beethoven, ma la Traviata la so a memoria. La canto mentre guido da solo".
Teme di avere dedicato troppo tempo al lavoro?
"Mia moglie ha lavorato, scrivendo copioni televisivi, fino al quinto figlio, poi si è dedicata alla famiglia. Ogni tanto riprendo in mano le sue agende. Spesso vi annotava: "G. non c'è. G. è a Milano. G. è a Pescara". Dopo la sua scomparsa mi sono reso conto che io a casa non c'ero mai".
Lei per chi vota?
"La mia "testa" è morotea, ma Aldo Moro non l'ho mai conosciuto personalmente. Ho votato Dc solo le volte che la vedevo in difficoltà. Ho votato spesso per i repubblicani, due volte per il Psi, poi per dieci anni per nessuno. Sento i leader di oggi lontanissimi da me. Sarà l'età".
Non mi ha risposto.
"L'ultima volta ho scelto i democratici, ma senza entusiasmo".
Come definirebbe il Rapporto sugli italiani del Censis?
"Un'indagine sul Paese. Siamo degli artigiani dell'interpretazione sociale. È anche una responsabilità istituzionale. Non abbiamo voluto soldi pubblici, crediamo troppo alla libertà dell'interpretazione".
Quanti siete?
"In venti. Eravamo in 14 quando siamo partiti, il primo gennaio 1964. Siamo rimasti un gruppo compatto".
Delle tante parole coniate dal Censis quale è quella a cui è maggiormente affezionato?
"Economia sommersa. Il fenomeno l'ho scoperto io, ma la parola l'ha inventata la dottoressa Almerina Ipsevich, allora direttrice dell'Isco, l'Istituto per la congiuntura".
Come andò?
"Nel 1969 ero a Prato, per una ricerca dell'Unione industriali, e scoprii che tutti avevano un secondo lavoro, se non un terzo. Molti avevano un telaio nel sottoscala. C'erano autisti di pullman, che finito il loro turno, andavano a Livorno a prelevare quintali di stracci che venivano dagli Usa e che poi rigeneravano e rivendevano. C'era una evasione fiscale spaventosa".
Ne scrisse?
"Sì, in un capitolo del Rapporto del 1970. Vi aggiunsi che anche a Roma il 60 per cento dei dipendenti pubblici aveva un secondo lavoro in nero. Un terzo del nostro Pil era sommerso. L'Istat ci attaccò violentemente. I sindacati dissero che eravamo per il lavoro nero di donne e minori. Ugo La Malfa, che pure ci seguiva con simpatia, ci criticò con puntuto rigore".
Come finì?
"Mi mandò a chiamare Giulio Andreotti, allora premier. Mi disse: "Penso che tu abbia ragione. Ma di questi quattro milioni che lavorano in nero quanti pensi che potremmo far uscire allo scoperto?". "Nessuno", gli dissi ridendo. Comunque, per parare le critiche, facemmo una riunione al Cnel per cercare di trovare un termine capace di descrivere il fenomeno. E lì Ipsevich disse: "Chiamiamolo economia sommersa"".
Il sommerso ci definisce?
"È un'economia non istituzionalizzata che fa parte di noi. L'Italia è sempre stata così. E con la pandemia crescerà in autunno: si farà un grande uso di contanti, si pagheranno meno tasse, si evaderà di più".
Dopo sessant'anni spesi a studiarli, che idea si è fatto del carattere degli italiani?
"Siamo adattivi. Ci arrangiamo di fronte agli eventi. E lo faremo sempre, anche nel disprezzo degli ottimisti. Del resto Edgard Morin ha scritto che nella storia umana le specie grandi e forti sono diventate resti fossili, mentre le specie quasi invisibili, le amebe, sono sempre fra noi. Si sono adattate".
Sul Venerdì del 10 luglio 2020
Come mai gira senza protezione?
"Non ne ho mai messa una".
Perché?
"Andrò contro il politicamente corretto, ma gli italiani durante la pandemia non mi sono piaciuti: si sono impauriti oltre ogni ragione".
Il virus ha ucciso 35 mila persone.
"Ma in un bergamasco, o in un bresciano, la paura è più che giustificata. Ma qui a Roma? Ho parlato con amici lucani, umbri, campani, che vivono in territori appena lambiti dal Covid-19, eppure li ho visti tutti divorati dalla medesima, tremenda paura".
Lei non ne ha?
"Durante la quarantena sono andato a una messa clandestina. Tornando a casa in auto, sul Lungotevere, mi è venuta voglia di salutare un'amica, una bella donna di 75 anni che non vedevo da tempo. Ho citofonato. Gelo. Allora le ho proposto di salutarci per strada, a distanza. E lei: "No, parliamoci dalla finestra". Quando sono rientrato a casa è squillato il telefono. Era lei. Urlava: "Tu vai in giro durante il lockdown, ti rendi conto che sei un mascalzone?"".
La disciplina degli italiani non si è rivelata un'inaspettata virtù?
"È l'altra cosa che non mi è piaciuta: l'ubbidienza. Un'accettazione non critica di quello che stava avvenendo. E lo dico da cattolico: anche la Chiesa ha soltanto ubbidito".
In che senso?
"È stata ferma, immobile, a parte il Papa, testimone di una solitudine profonda. Il Vicario di Roma aveva interdetto addirittura l'ingresso nelle chiese, Francesco gliele ha fatte riaprire all'indomani. Nessuno oggi tra vescovi e cardinali ha il gusto, non dico della leadership, ma dell'autonomia. Molti sono ex nunzi o funzionari vaticani che non sanno nemmeno cos'è la vita della parrocchia".
Coglie un distacco crescente dalla società?
"Ricordo che il cardinale Cé a Venezia o Piovanelli a Firenze facevano la politica della chiesa, si sentivano a capo di un corpo sociale. Poi sono arrivati i papi carismatici, come Wojtyla, e da quel momento in poi la Chiesa ha soltanto ubbidito ai superiori".
Anche in politica è il tempo di leader carismatici?
"Sì, ma poi crollano subito. Un Papa può permetterselo, Wojtyla è addirittura diventato santo, i comuni mortali no".
Molti sacerdoti sono morti durante la pandemia.
"Verissimo, e mi spiace che nessuno l'abbia fatto notare. Ma come corpo sociale la Chiesa non ha saputo dare segno di sé. Un tempo osava, indagava. Nel 1974, nel famoso convegno sui mali di Roma, feci un lungo discorso davanti a seimila persone estremamente motivate nella basilica di San Giovanni in Laterano. Ero il primo laico che parlava lì dopo Federico Barbarossa. Il cardinale Poletti mi disse: "Ora non si monti la testa"".
Cosa voleva fare da ragazzo?
"Il direttore d'orchestra. Vi rinunciai a 19 anni, dopo un campo di lavoro da boscaiolo in Inghilterra con le mani che sembravano due pagnotte e che litigavano con il pianoforte".
Ricorda il primo stipendio?
"Quarantacinquemila lire. Lavoravo alla Svimez, l'associazione per il Mezzogiorno. Era il dicembre 1955 e io avevo 23 anni".
Che cosa ci si poteva permettere con 45 mila lire?
"Erano soldini. Mio padre, cassiere al Banco di Santo Spirito, ne guadagnava 140 mila. Pasquale Saraceno, il fondatore della Svimez, me lo aumentò a 50 mila lire perché sapevo l'inglese".
Com'erano gli anni Sessanta italiani quando lei fondò il Censis?
"Era una società immersa nelle relazioni, in cui tutto era possibile. E noi eravamo assetati di futuro. Un futuro che camminava giorno per giorno. Tanto che quando nel 1962 andammo a vedere se le nostre previsioni sugli effetti del Piano Vanoni, stilato nel 1955, ma mai tradotto in pratica, si fossero rivelate giuste, avemmo la sorpresa che i dati coincidevano, segno che il Paese andava per conto proprio".
Come vede l'Italia di oggi?
"Dopo 15 anni sotto il regime del vaffa siamo sprofondati nel narcisismo più sfrenato. In Miracolo a Milano c'è quella scena dove il ragazzo che esce dal carcere saluta tutte le persone che incontra con un sorridente "Buongiorno". De Sica e Zavattini avevano capito che dopo oltre vent'anni di fascismo la gente esprimeva un gran bisogno di parlare, di vivere di relazione. Ecco, quel bisogno non lo avvertiamo più".
Siete stati una generazione fortunata?
"Quando lasciai la Svimez, nel 1963, guadagnavo già 206 mila lire al mese. Con la liquidazione, 800 mila lire, comprammo il terreno per la casa a Courmayeur, l'unica per la quale non ho fatto un mutuo. Nel 1958 andai in Persia, tre mesi nel deserto, per conto dell'Italconsult. Ci pagavano 1.500 dollari al mese, circa un milione di lire. Con quei soldi acquistai casa in via Reno, nel quartiere Coppedè".
Le manca sua moglie?
"È morta nel 2014, ma il rapporto continua. Ci parlo, ci ragiono, la interrogo come fosse il mio Talmud. Ma mi manca la sua capacità di gestire il gruppone familiare".
Quando vi siete sposati?
"Nell'aprile del 1959. Avevamo 27 anni".
Quanti figli ha?
"Otto, e 14 nipoti".
Che cosa hanno fatto i suoi figli?
"Li abbiamo spinti a fare scelte molte diversificate. Betta, la maggiore, l'antropologa; Giorgio, ingegnere aeronautico, è consigliere delegato del Censis; Giulio ha studiato teologia, pensavo si facesse prete, poi si è sposato e ha fatto tre figli; Andrea, l'unico non laureato, è bancario al Credito sportivo; Lorenzo, il più geniale, fa il pubblicitario ad Amsterdam; Cecilia si è occupata di privacy al Bambin Gesù; Daniele lavora all'Eni; Alessandro è sceneggiatore. Abbiamo fatto sette figli fra il 1961 e il 1970".
Perché gli italiani non ne fanno più?
"La coppia è diventata prigioniera della società dei consumi, ma più ancora del diffuso narcisismo individuale. Se una società è priva di relazioni non fa figli. Se non sei stato dentro un gruppo in cui esercitare dialettica, anche a pugni, non ti viene voglia di mettere su famiglia, che è un gruppone, con i suoi difetti e le sue tensioni". (Si accende sornione un sigaro).
Anche lei e sua moglie volevate un vostro gruppo?
"Sì, e lo abbiamo fatto con allegria".
Adesso vive con una badante?
"Sì, una donna moldava. Ero contrario, i figli hanno insistito. Riconosco che mi dà un ordine, una regola".
Cosa fa la sera?
"Ascolto due ore di musica. Da collezionista un po' coatto ho 180 edizioni della Nona di Beethoven, ma la Traviata la so a memoria. La canto mentre guido da solo".
Teme di avere dedicato troppo tempo al lavoro?
"Mia moglie ha lavorato, scrivendo copioni televisivi, fino al quinto figlio, poi si è dedicata alla famiglia. Ogni tanto riprendo in mano le sue agende. Spesso vi annotava: "G. non c'è. G. è a Milano. G. è a Pescara". Dopo la sua scomparsa mi sono reso conto che io a casa non c'ero mai".
Lei per chi vota?
"La mia "testa" è morotea, ma Aldo Moro non l'ho mai conosciuto personalmente. Ho votato Dc solo le volte che la vedevo in difficoltà. Ho votato spesso per i repubblicani, due volte per il Psi, poi per dieci anni per nessuno. Sento i leader di oggi lontanissimi da me. Sarà l'età".
Non mi ha risposto.
"L'ultima volta ho scelto i democratici, ma senza entusiasmo".
Come definirebbe il Rapporto sugli italiani del Censis?
"Un'indagine sul Paese. Siamo degli artigiani dell'interpretazione sociale. È anche una responsabilità istituzionale. Non abbiamo voluto soldi pubblici, crediamo troppo alla libertà dell'interpretazione".
Quanti siete?
"In venti. Eravamo in 14 quando siamo partiti, il primo gennaio 1964. Siamo rimasti un gruppo compatto".
Delle tante parole coniate dal Censis quale è quella a cui è maggiormente affezionato?
"Economia sommersa. Il fenomeno l'ho scoperto io, ma la parola l'ha inventata la dottoressa Almerina Ipsevich, allora direttrice dell'Isco, l'Istituto per la congiuntura".
Come andò?
"Nel 1969 ero a Prato, per una ricerca dell'Unione industriali, e scoprii che tutti avevano un secondo lavoro, se non un terzo. Molti avevano un telaio nel sottoscala. C'erano autisti di pullman, che finito il loro turno, andavano a Livorno a prelevare quintali di stracci che venivano dagli Usa e che poi rigeneravano e rivendevano. C'era una evasione fiscale spaventosa".
Ne scrisse?
"Sì, in un capitolo del Rapporto del 1970. Vi aggiunsi che anche a Roma il 60 per cento dei dipendenti pubblici aveva un secondo lavoro in nero. Un terzo del nostro Pil era sommerso. L'Istat ci attaccò violentemente. I sindacati dissero che eravamo per il lavoro nero di donne e minori. Ugo La Malfa, che pure ci seguiva con simpatia, ci criticò con puntuto rigore".
Come finì?
"Mi mandò a chiamare Giulio Andreotti, allora premier. Mi disse: "Penso che tu abbia ragione. Ma di questi quattro milioni che lavorano in nero quanti pensi che potremmo far uscire allo scoperto?". "Nessuno", gli dissi ridendo. Comunque, per parare le critiche, facemmo una riunione al Cnel per cercare di trovare un termine capace di descrivere il fenomeno. E lì Ipsevich disse: "Chiamiamolo economia sommersa"".
Il sommerso ci definisce?
"È un'economia non istituzionalizzata che fa parte di noi. L'Italia è sempre stata così. E con la pandemia crescerà in autunno: si farà un grande uso di contanti, si pagheranno meno tasse, si evaderà di più".
Dopo sessant'anni spesi a studiarli, che idea si è fatto del carattere degli italiani?
"Siamo adattivi. Ci arrangiamo di fronte agli eventi. E lo faremo sempre, anche nel disprezzo degli ottimisti. Del resto Edgard Morin ha scritto che nella storia umana le specie grandi e forti sono diventate resti fossili, mentre le specie quasi invisibili, le amebe, sono sempre fra noi. Si sono adattate".
Sul Venerdì del 10 luglio 2020