La felicità con Camilleri
Carlo Lucarelli , di CARLO LUCARELLIA un anno dalla morte, lo scrittore bolognese ricorda il grande siciliano. Storia di un’amicizia nata scambiandosi biglietti e “pizzini”, tortellini e cannoli... VIDEO
Io con Andrea Camilleri mi sono sempre divertito un sacco.
Non lo incontravo così spesso, nonostante una stima e un affetto che mi permetto di considerare reciproci non voglio spacciarmi per un suo intimo amico, come a volte succede con i grandi che non ci sono più. Le volte che ci siamo visti, in giro, a casa sua a Roma o anche una volta nella sua villetta sul Monte Amiata, era sempre perché dovevamo fare qualcosa, ma tutte quelle volte io mi sono divertito un sacco.
Perché ogni volta è successo qualcosa.
Qualcosa di felice.
Parlo da narratore, o da fruitore di narrazioni, che è lo stesso. Esiste una felicità del narrare che chi racconta o ascolta storie conosce bene. Una frenesia, un brivido sottile, come strisciarsi la pelle quando ti accorgi di avere la febbre, che ti esalta e ti accende con un solletico che fa sorridere. All’improvviso torni bambino, senza sovrastrutture formali o ideologiche, torni nuovo, com…
Non lo incontravo così spesso, nonostante una stima e un affetto che mi permetto di considerare reciproci non voglio spacciarmi per un suo intimo amico, come a volte succede con i grandi che non ci sono più. Le volte che ci siamo visti, in giro, a casa sua a Roma o anche una volta nella sua villetta sul Monte Amiata, era sempre perché dovevamo fare qualcosa, ma tutte quelle volte io mi sono divertito un sacco.
Perché ogni volta è successo qualcosa.
Qualcosa di felice.
Parlo da narratore, o da fruitore di narrazioni, che è lo stesso. Esiste una felicità del narrare che chi racconta o ascolta storie conosce bene. Una frenesia, un brivido sottile, come strisciarsi la pelle quando ti accorgi di avere la febbre, che ti esalta e ti accende con un solletico che fa sorridere. All’improvviso torni bambino, senza sovrastrutture formali o ideologiche, torni nuovo, com…
Io con Andrea Camilleri mi sono sempre divertito un sacco.
Non lo incontravo così spesso, nonostante una stima e un affetto che mi permetto di considerare reciproci non voglio spacciarmi per un suo intimo amico, come a volte succede con i grandi che non ci sono più. Le volte che ci siamo visti, in giro, a casa sua a Roma o anche una volta nella sua villetta sul Monte Amiata, era sempre perché dovevamo fare qualcosa, ma tutte quelle volte io mi sono divertito un sacco.
Perché ogni volta è successo qualcosa.
Qualcosa di felice.
Parlo da narratore, o da fruitore di narrazioni, che è lo stesso. Esiste una felicità del narrare che chi racconta o ascolta storie conosce bene. Una frenesia, un brivido sottile, come strisciarsi la pelle quando ti accorgi di avere la febbre, che ti esalta e ti accende con un solletico che fa sorridere. All’improvviso torni bambino, senza sovrastrutture formali o ideologiche, torni nuovo, come se fosse la prima volta che ascolti uno snodo, un’immagine, due parole che si connettono in un modo inaspettato, fai un salto, dentro, e non vuoi altro che sentirne ancora.
Ecco, a me, con Andrea Camilleri, è successo tante volte. Quando l’ho conosciuto letterariamente, attraverso il primo suo libro che mi sono trovato tra le mani, e che ho chiuso dopo le prime tre righe, perché ho pensato che se per leggere La stagione della caccia di questo signore che occupava quasi militarmente i primi sei posti delle classifiche sui giornali – cioè tutti, perché, allora arrivavano soltanto al numero 6 – dovevo prima fare un corso accelerato di siciliano, allora grazie lo stesso. Poi, ero in treno, il viaggio era lungo, avevo solo quel libro, ho dato un’occhiata alla nota finale e sono bastate due parole, tutto qua, per farmi diventare come quel bambino, sorridente e sorpreso, irrimediabilmente rapito da una felicità che mi ha fatto entrare senza sforzo nella sua lingua magica. La felicità del narrare.
Leggi anche UN ALTRO MISTERIOSO INEDITO
Un’altra volta sono andato a casa sua a Roma per intervistarlo non mi ricordo bene su cosa ma non importa, e ho capito subito che era successo qualcosa, perché sulle labbra aveva quel sorriso felice da bambino, e una frenesia che sembrava gli impedisse di stare fermo. Guarda cos’ho trovato, mi ha detto, e mi ha fatto vedere una cartella di roba, fotografie, appunti, documenti, un libro, e ha cominciato a raccontarmi la storia di una città fantasma inventata durante il regime per compiacere Mussolini, e si vedeva che doveva averla avuta da poco, perché gliela sentivo friggere in testa, fortissima, e infatti poco dopo è diventata la storia di Mussolinia che sta all’interno di Privo di titolo, per me uno dei suoi libri più affascinanti e più strani.
Un’altra volta ancora, invece, mi è capitato di sperimentarla insieme, quella felicità, io e lui, proprio insieme, ed è stato bellissimo.
Succede che durante l’ennesima intervista, questa volta sul giallo italiano, sollecitati da una domanda su trame e personaggi, ci mettiamo ad improvvisare uno spunto che potrebbe avere come protagonisti la mia Grazia Negro e il suo Salvo Montalbano. Poche parole, ma siccome l’editore dell’intervista è Daniele Di Gennaro, che dirige minimum fax, ecco che coglie la palla al balzo e ci chiede se saremmo disposti a svilupparla in un libro, quell’idea. Io tergiverso, primo perché non sono bravo a scrivere a quattro mani, secondo perché siamo sempre molto impegnati, io e figurati lui, e terzo, forse più importante, come faccio a scrivere con Andrea Camilleri? Che gli dico, no, Andrea, così non va, riscrivi il capitolo, a chi, al Maestro? E che faccio io con le mie parti, mi avvicino esitante, tutto rosso in faccia, con le pagine dietro la schiena, ecco, cioè, insomma... io avrei scritto così?
Insomma, sono lì che cincischio quando lui alza una mano e dice aspetta.
Va in salotto e torna con uno strano libro americano degli anni Trenta, un metaromanzo fatto di materiali: un detective non può andare sul luogo del delitto, così manda il suo assistente che gli invia bustine di fiammiferi con dietro un indirizzo, lettere, fotografie di impronte, e da lì viene fuori la storia. Un romanzo epistolare, insomma, che renderebbe possibile una scrittura a distanza, rispettosa di tempi e stili, che è una buona idea.
Ma soprattutto, gli vedo in faccia quel sorriso felice, che mi contagia, e così torno a casa anch’io tutto eccitato e mi metto subito a lavorare. Riproduco un documento intestato della Squadra Mobile di Bologna e lo scrivo come se fossi l’ispettrice Grazia Negro a chiedere in confidenza informazioni riservate al commissario Salvo Montalbano su un caso difficile e particolarmente scottante avvenuto tra Bologna e Palermo. Felicissimo anch’io, sia per l’idea che per la riuscita del documento, metto tutto in una busta e la spedisco ad Andrea.
Dopo qualche giorno mi arriva una lettera del commissario Montalbano, anche quella su carta ufficiale, che ringrazia e dice che purtroppo non può fare nulla.
Come, nulla? Prendo il telefono, lo chiamo e gli rinfaccio che se non aveva voglia di farlo, il libro, tanto valeva dirlo subito, che risparmiavo fatica e soprattutto non mi congelavo sulla faccia quel sorriso di felicità che quando ti resta così schiacciato sui denti fa proprio male.
Lui mi lascia parlare e poi dice: aspetta.
Qualche giorno dopo, anticipato da un biglietto della casa editrice che avverte, per carità, di non mangiarlo, perché in effetti a starsene in giro per uffici postali è diventato verde e deve essere ormai radioattivo, c’è un cannolo con immerso nella ricotta un pizzino di carta a quadretti su cui Montalbano rimprovera a Grazia di avergli scritto ufficialmente su un caso tanto delicato, un’indagine evidentemente non autorizzata e pericolosa, per la quale è meglio trovare modi più eccentrici per scambiarsi in segreto le informazioni.
Eccolo che torna, il sorriso felice, e infatti io corro da Tamburini, una delle migliori gastronomie di Bologna, compro un cabaret di tortellini, ci scrivo sotto, sul cartone, un lungo messaggio di Grazia e glielo spedisco, e inizia così Acqua in bocca, una delle cose più divertenti, più creative e più felici che abbia mai scritto, e che dopo essere uscito in una veste semplificata viene ripubblicato adesso nella forma che volevamo, con tutta la passione, tutte le idee e tutta la felicità che ci abbiamo messo dentro.
La felicità del narrare.
Per questo, tutte le volte che penso ad Andrea Camilleri, anche quello più arrabbiato, quello più critico nei confronti di un’Italia e di un mondo che non gli piacevano e che pure a me non piacciono e mi spaventano, anche nei momenti più disperati e più duri, io mi sento felice. Così felice.
Perché io, con Andrea Camilleri, mi sono sempre divertito un sacco.
Sul Venerdì del 10 luglio 2020
Non lo incontravo così spesso, nonostante una stima e un affetto che mi permetto di considerare reciproci non voglio spacciarmi per un suo intimo amico, come a volte succede con i grandi che non ci sono più. Le volte che ci siamo visti, in giro, a casa sua a Roma o anche una volta nella sua villetta sul Monte Amiata, era sempre perché dovevamo fare qualcosa, ma tutte quelle volte io mi sono divertito un sacco.
Perché ogni volta è successo qualcosa.
Qualcosa di felice.
Parlo da narratore, o da fruitore di narrazioni, che è lo stesso. Esiste una felicità del narrare che chi racconta o ascolta storie conosce bene. Una frenesia, un brivido sottile, come strisciarsi la pelle quando ti accorgi di avere la febbre, che ti esalta e ti accende con un solletico che fa sorridere. All’improvviso torni bambino, senza sovrastrutture formali o ideologiche, torni nuovo, come se fosse la prima volta che ascolti uno snodo, un’immagine, due parole che si connettono in un modo inaspettato, fai un salto, dentro, e non vuoi altro che sentirne ancora.
Ecco, a me, con Andrea Camilleri, è successo tante volte. Quando l’ho conosciuto letterariamente, attraverso il primo suo libro che mi sono trovato tra le mani, e che ho chiuso dopo le prime tre righe, perché ho pensato che se per leggere La stagione della caccia di questo signore che occupava quasi militarmente i primi sei posti delle classifiche sui giornali – cioè tutti, perché, allora arrivavano soltanto al numero 6 – dovevo prima fare un corso accelerato di siciliano, allora grazie lo stesso. Poi, ero in treno, il viaggio era lungo, avevo solo quel libro, ho dato un’occhiata alla nota finale e sono bastate due parole, tutto qua, per farmi diventare come quel bambino, sorridente e sorpreso, irrimediabilmente rapito da una felicità che mi ha fatto entrare senza sforzo nella sua lingua magica. La felicità del narrare.
Leggi anche UN ALTRO MISTERIOSO INEDITO
Un’altra volta sono andato a casa sua a Roma per intervistarlo non mi ricordo bene su cosa ma non importa, e ho capito subito che era successo qualcosa, perché sulle labbra aveva quel sorriso felice da bambino, e una frenesia che sembrava gli impedisse di stare fermo. Guarda cos’ho trovato, mi ha detto, e mi ha fatto vedere una cartella di roba, fotografie, appunti, documenti, un libro, e ha cominciato a raccontarmi la storia di una città fantasma inventata durante il regime per compiacere Mussolini, e si vedeva che doveva averla avuta da poco, perché gliela sentivo friggere in testa, fortissima, e infatti poco dopo è diventata la storia di Mussolinia che sta all’interno di Privo di titolo, per me uno dei suoi libri più affascinanti e più strani.
Un’altra volta ancora, invece, mi è capitato di sperimentarla insieme, quella felicità, io e lui, proprio insieme, ed è stato bellissimo.
Succede che durante l’ennesima intervista, questa volta sul giallo italiano, sollecitati da una domanda su trame e personaggi, ci mettiamo ad improvvisare uno spunto che potrebbe avere come protagonisti la mia Grazia Negro e il suo Salvo Montalbano. Poche parole, ma siccome l’editore dell’intervista è Daniele Di Gennaro, che dirige minimum fax, ecco che coglie la palla al balzo e ci chiede se saremmo disposti a svilupparla in un libro, quell’idea. Io tergiverso, primo perché non sono bravo a scrivere a quattro mani, secondo perché siamo sempre molto impegnati, io e figurati lui, e terzo, forse più importante, come faccio a scrivere con Andrea Camilleri? Che gli dico, no, Andrea, così non va, riscrivi il capitolo, a chi, al Maestro? E che faccio io con le mie parti, mi avvicino esitante, tutto rosso in faccia, con le pagine dietro la schiena, ecco, cioè, insomma... io avrei scritto così?
Insomma, sono lì che cincischio quando lui alza una mano e dice aspetta.
Va in salotto e torna con uno strano libro americano degli anni Trenta, un metaromanzo fatto di materiali: un detective non può andare sul luogo del delitto, così manda il suo assistente che gli invia bustine di fiammiferi con dietro un indirizzo, lettere, fotografie di impronte, e da lì viene fuori la storia. Un romanzo epistolare, insomma, che renderebbe possibile una scrittura a distanza, rispettosa di tempi e stili, che è una buona idea.
Ma soprattutto, gli vedo in faccia quel sorriso felice, che mi contagia, e così torno a casa anch’io tutto eccitato e mi metto subito a lavorare. Riproduco un documento intestato della Squadra Mobile di Bologna e lo scrivo come se fossi l’ispettrice Grazia Negro a chiedere in confidenza informazioni riservate al commissario Salvo Montalbano su un caso difficile e particolarmente scottante avvenuto tra Bologna e Palermo. Felicissimo anch’io, sia per l’idea che per la riuscita del documento, metto tutto in una busta e la spedisco ad Andrea.
Dopo qualche giorno mi arriva una lettera del commissario Montalbano, anche quella su carta ufficiale, che ringrazia e dice che purtroppo non può fare nulla.
Come, nulla? Prendo il telefono, lo chiamo e gli rinfaccio che se non aveva voglia di farlo, il libro, tanto valeva dirlo subito, che risparmiavo fatica e soprattutto non mi congelavo sulla faccia quel sorriso di felicità che quando ti resta così schiacciato sui denti fa proprio male.
Lui mi lascia parlare e poi dice: aspetta.
Qualche giorno dopo, anticipato da un biglietto della casa editrice che avverte, per carità, di non mangiarlo, perché in effetti a starsene in giro per uffici postali è diventato verde e deve essere ormai radioattivo, c’è un cannolo con immerso nella ricotta un pizzino di carta a quadretti su cui Montalbano rimprovera a Grazia di avergli scritto ufficialmente su un caso tanto delicato, un’indagine evidentemente non autorizzata e pericolosa, per la quale è meglio trovare modi più eccentrici per scambiarsi in segreto le informazioni.
Eccolo che torna, il sorriso felice, e infatti io corro da Tamburini, una delle migliori gastronomie di Bologna, compro un cabaret di tortellini, ci scrivo sotto, sul cartone, un lungo messaggio di Grazia e glielo spedisco, e inizia così Acqua in bocca, una delle cose più divertenti, più creative e più felici che abbia mai scritto, e che dopo essere uscito in una veste semplificata viene ripubblicato adesso nella forma che volevamo, con tutta la passione, tutte le idee e tutta la felicità che ci abbiamo messo dentro.
La felicità del narrare.
Per questo, tutte le volte che penso ad Andrea Camilleri, anche quello più arrabbiato, quello più critico nei confronti di un’Italia e di un mondo che non gli piacevano e che pure a me non piacciono e mi spaventano, anche nei momenti più disperati e più duri, io mi sento felice. Così felice.
Perché io, con Andrea Camilleri, mi sono sempre divertito un sacco.
Sul Venerdì del 10 luglio 2020