Ma di Camilleri c’è anche un altro inedito
Piero Melati , di PIERO MELATIÈ in uscita l'ultimo, attesissimo, Montalbano, rimasto segreto per anni. Poco prima di morire, però, il maestro rivelò al Venerdì che stava lavorando a un testo con un protagonista diverso. A lui altrettanto caro...
Un breve testo. Appena trenta cartelle. Una "summa" sulla vita ai confini della follia di Luigi Pirandello. Doveva essere il terzo monologo teatrale, dopo Conversazione su Tiresia, andato in scena al Teatro greco di Siracusa nel giugno del 2018, e dopo Autodifesa di Caino, l'atto unico rimasto invece senza scena a causa della malattia. Andrea Camilleri, nella primavera 2019, pochi mesi prima di morire, il 17 luglio di un anno fa, era stato assertivo: "Dopo Tiresia e Caino, ho scritto questo testo: Pirandello e la pazzia. Lo voglio portare in teatro, poi uscirà come libro per Sellerio". Il discorso era caduto quasi per caso, al momento dei saluti, sull'uscio dell'appartamento romano. Perché ogni volta che andavi da Camilleri si doveva parlare di Pirandello. Sempre con umorismo nero.
La passione del "ragionare" spinta fino al delirio. Uomini intenti "a difendere il loro apparire dal loro essere, di fronte agli altri e a volte…
La passione del "ragionare" spinta fino al delirio. Uomini intenti "a difendere il loro apparire dal loro essere, di fronte agli altri e a volte…
Un breve testo. Appena trenta cartelle. Una "summa" sulla vita ai confini della follia di Luigi Pirandello. Doveva essere il terzo monologo teatrale, dopo Conversazione su Tiresia, andato in scena al Teatro greco di Siracusa nel giugno del 2018, e dopo Autodifesa di Caino, l'atto unico rimasto invece senza scena a causa della malattia. Andrea Camilleri, nella primavera 2019, pochi mesi prima di morire, il 17 luglio di un anno fa, era stato assertivo: "Dopo Tiresia e Caino, ho scritto questo testo: Pirandello e la pazzia. Lo voglio portare in teatro, poi uscirà come libro per Sellerio". Il discorso era caduto quasi per caso, al momento dei saluti, sull'uscio dell'appartamento romano. Perché ogni volta che andavi da Camilleri si doveva parlare di Pirandello. Sempre con umorismo nero.
La passione del "ragionare" spinta fino al delirio. Uomini intenti "a difendere il loro apparire dal loro essere, di fronte agli altri e a volte solo di fronte a se stessi". Su questo labirinto pirandelliano, Camilleri ha indagato a lungo. Dunque non c'è solo Riccardino, l'ultimo, mitico Montalbano inedito che uscirà la settimana prossima: nell'eredità lasciataci dall'autore siciliano ci sono altre pagine ancora sconosciute. Che probabilmente vedranno la luce nel 2021. Ma nel testo c'è la ricostruzione della "terribile notte" trascorsa con l'attrice Marta Abba, l'ultimo amore di Pirandello, di cui si accenna più volte nelle lettere, senza però mai raccontarla? Cosa accadde di tanto terribile tra lo scrittore agrigentino e la sua ultima musa? Camilleri, alla domanda, sorrise: "Quella notte me l'ha raccontata la stessa Marta Abba. E non avrebbe avuto ragioni per mentirmi. Ma al centro del mio scritto c'è la moglie, Maria Antonietta Portulano, la sua follia, che la condusse addirittura in manicomio, e il rapporto di Pirandello con questo sconquasso. La spiegazione anche di quella notte è tutta qui".
Pirandello, sempre Pirandello. L'ossessione di una vita. È stato detto che il padre del commissario Montalbano era prigioniero del quadrilatero letterario Pirandello-Verga-Brancati-Sciascia; è stato scritto che già il suo primo libro, Il corso delle cose, pubblicato nel 1978 ma scritto dieci anni prima, era pirandelliano fino al midollo, per via dei piedi piantati a Porto Empedocle, terra di Pirandello, ma con la testa alzata verso Racalmuto, la piccola patria di Sciascia. "Per non essere interamente risucchiato da questi due signori ho dovuto faticare molto" disse una volta Camilleri. Ma dirsi vittima dei suoi maestri era una mascherata. L'albero di Pirandello - e non il cipresso mortuario di cui scrisse il drammaturgo, bensì il contorto olivo saraceno millenario con cui avrebbe voluto chiudere l'incompiuto e mistico I giganti della montagna, e che sognò la notte prima di morire, mettendone a parte il figlio nelle sue ultime ore di vita - quello è l'albero, l'axis mundi, attorno al quale ha ruotato l'opera tutta e forse addirittura l'esistenza del creatore del favoloso paese di Vigata.
Attenzione: per scoprire quest'altro Camilleri si deve risalire il fiume copioso delle storie di Montalbano, guadare controcorrente le serie tv, il successo, la popolarità. Per stanare l'altro Camilleri si deve osservare il miracolo dell'argot, quell'invenzione di un dialetto siciliano spurio, che intende il linguaggio come "la natività più sorgiva", perché "se la lingua esprime astrusi concetti sulle cose, il dialetto ne esalta al contrario il sentimento". E di chi sono queste parole? Di Pirandello, ovviamente, fatte sue da Camilleri. Sarà in questo crocevia, il cruciale dissenso sull'uso del dialetto, che si consumerà il distacco da Sciascia.
Camilleri aveva dedicato a Pirandello un'antologia di pagine scelte (Rizzoli, 2007) e un romanzo sulla vita (Biografia di un figlio cambiato, Bur 2001). Ma ci sono tante altre pagine pirandelliane sparse. Studi critici e memorie che, il prossimo anno, verranno raccolte in volume da Sellerio, a cura di Salvatore Silvano Nigro. Il boccone più ghiotto resteranno, però, le trenta cartelle inedite, che usciranno a parte. Ci sono segreti, addirittura un cuore nero, nella travagliata biografia del grande drammaturgo siciliano. Forse solo Camilleri era in grado di investigarvi, alleggerendo i pesi con ironia, altra lezione imparata dal suo spirito-guida.
Sgravare è necessario. Il male si era insinuato tra le mura domestiche di casa Pirandello oltre ogni più morbosa fantasia, prendendo i volti della moglie, del padre, del suocero, dei figli. Al centro di un autentico teatro della crudeltà, Camilleri rileva il tragico destino di donna Antonietta, la moglie. Figlia di uno zolfataro, sposata per "matrimonio combinato", spiantata dalle sue radici e portata a Roma, uscirà di senno. E Pirandello, scrive l'autore, si sentirà in colpa per la sua pazzia, come se l'avesse indotta egli stesso. Relegata alla fine in manicomio per ossessioni paranoiche (sarà gelosa delle studentesse magistrali del marito, poi delle attrici di teatro, infine della stessa figlia Lietta, lanciando una terribile accusa di incesto), Antonietta costringeva a volte il marito a effusioni erotiche nel pieno dei deliri. "Ho rovinato anche mia figlia, non posso più avere una vita, avendo distrutto anche quella di mia moglie, e mai potrò avere neppure un'altra moglie": così Camilleri riassumeva il suo scritto inedito, parlando con la voce di Pirandello. Tutto questo, aggiungeva, Pirandello lo confesserà a Marta Abba, in quella famosa "terribile notte". Era il suo estremo, disperato testamento.
Ci sono, nel volume Pirandello e la Sicilia di Leonardo Sciascia (Adelphi, 1996), diciassette righe dedicate alle ceneri di Pirandello. Dieci anni dopo la sua morte (10 dicembre del 1936) vennero trasportate in un'urna greca ad Agrigento. Ma per farle transitare in città si dovettero riporre in una bara, per volere dell'autorità ecclesiastica, contraria alle cremazioni. Così fu come se la cremazione non fosse mai avvenuta e il corpo fosse effettivamente nella bara. "Ultimo tocco pirandelliano all'involontario soggiorno sulla terra di Luigi Pirandello" annota Sciascia. La fonte dell'aneddoto, non citata, era proprio Camilleri. Quest'ultimo, ancora ragazzo, era stato uno dei protagonisti del trasporto delle ceneri in Sicilia. Dapprima, con alcuni amici, aveva convinto il deputato Gaspare Ambrosini a trasferirle dal cimitero romano del Verano ad Agrigento. E l'idea di affittare una bara, per superare le resistenze ecclesiastiche, era stata ancora di Camilleri, che conosceva personalmente il vescovo agrigentino Giovanni Battista Peruzzo, e che dopo averlo convinto col trucco della bara aveva dovuto superare anche le serie resistenze del becchino ("Le casse da morto non si affittano").
Non solo. Nel suo racconto Le ceneri di Pirandello (che apre Esercizi di memoria, Rizzoli 2017) Camilleri aggiunse altri particolari, come in un gioco di specchi a distanza con Sciascia. Le ceneri, racchiuse in un'antica anfora greca, sostarono per anni in un museo, finché venne indetto un concorso nazionale per edificare un monumento ai piedi del pino, all'ombra del quale Pirandello, per volontà testamentaria, aveva chiesto di riposare. Ma, ancora anni dopo, il direttore del museo si accorse che nelle scanalature dei manici del vaso erano rimasti dei residui. Si decise così di riversare anche questi nell'apposito cilindro del monumento. Senonché, riaperta l'urna, si scoprì che il cilindro era già colmo. Venne deciso allora di disperdere quelle residue ceneri in mare. Raccolte in un foglio di giornale, al momento di essere lanciate, si alzò un colpo di vento. E le ceneri del "grand'uomo" finirono non in mare bensì in faccia al direttore del museo.
Estrema ironia della sorte. L'avrebbe apprezzata Pirandello? Nella novella L'illustre estinto, citata più volte da Camilleri, il drammaturgo narra le esequie dell'onorevole Costanzo Ramberti, alla presenza delle più alte cariche dello Stato. All'improvviso, nel silenzio quasi sacro della camera mortuaria, tra presidenti del Consiglio, della Camera e ministri, "un improvviso borboglio lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? "Digestio post mortem", sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, che era medico, appena poté rimettersi un po' di fiato in corpo". Anche questo era Pirandello. Un umorista nero. Al pari del suo "allievo" Camilleri. Che per tutta la vita, pirandellianamente, ha misurato la poca distanza tra tragedia e farsa.
Sul Venerdì del 10 luglio 2020
La passione del "ragionare" spinta fino al delirio. Uomini intenti "a difendere il loro apparire dal loro essere, di fronte agli altri e a volte solo di fronte a se stessi". Su questo labirinto pirandelliano, Camilleri ha indagato a lungo. Dunque non c'è solo Riccardino, l'ultimo, mitico Montalbano inedito che uscirà la settimana prossima: nell'eredità lasciataci dall'autore siciliano ci sono altre pagine ancora sconosciute. Che probabilmente vedranno la luce nel 2021. Ma nel testo c'è la ricostruzione della "terribile notte" trascorsa con l'attrice Marta Abba, l'ultimo amore di Pirandello, di cui si accenna più volte nelle lettere, senza però mai raccontarla? Cosa accadde di tanto terribile tra lo scrittore agrigentino e la sua ultima musa? Camilleri, alla domanda, sorrise: "Quella notte me l'ha raccontata la stessa Marta Abba. E non avrebbe avuto ragioni per mentirmi. Ma al centro del mio scritto c'è la moglie, Maria Antonietta Portulano, la sua follia, che la condusse addirittura in manicomio, e il rapporto di Pirandello con questo sconquasso. La spiegazione anche di quella notte è tutta qui".
Pirandello, sempre Pirandello. L'ossessione di una vita. È stato detto che il padre del commissario Montalbano era prigioniero del quadrilatero letterario Pirandello-Verga-Brancati-Sciascia; è stato scritto che già il suo primo libro, Il corso delle cose, pubblicato nel 1978 ma scritto dieci anni prima, era pirandelliano fino al midollo, per via dei piedi piantati a Porto Empedocle, terra di Pirandello, ma con la testa alzata verso Racalmuto, la piccola patria di Sciascia. "Per non essere interamente risucchiato da questi due signori ho dovuto faticare molto" disse una volta Camilleri. Ma dirsi vittima dei suoi maestri era una mascherata. L'albero di Pirandello - e non il cipresso mortuario di cui scrisse il drammaturgo, bensì il contorto olivo saraceno millenario con cui avrebbe voluto chiudere l'incompiuto e mistico I giganti della montagna, e che sognò la notte prima di morire, mettendone a parte il figlio nelle sue ultime ore di vita - quello è l'albero, l'axis mundi, attorno al quale ha ruotato l'opera tutta e forse addirittura l'esistenza del creatore del favoloso paese di Vigata.
Attenzione: per scoprire quest'altro Camilleri si deve risalire il fiume copioso delle storie di Montalbano, guadare controcorrente le serie tv, il successo, la popolarità. Per stanare l'altro Camilleri si deve osservare il miracolo dell'argot, quell'invenzione di un dialetto siciliano spurio, che intende il linguaggio come "la natività più sorgiva", perché "se la lingua esprime astrusi concetti sulle cose, il dialetto ne esalta al contrario il sentimento". E di chi sono queste parole? Di Pirandello, ovviamente, fatte sue da Camilleri. Sarà in questo crocevia, il cruciale dissenso sull'uso del dialetto, che si consumerà il distacco da Sciascia.
Camilleri aveva dedicato a Pirandello un'antologia di pagine scelte (Rizzoli, 2007) e un romanzo sulla vita (Biografia di un figlio cambiato, Bur 2001). Ma ci sono tante altre pagine pirandelliane sparse. Studi critici e memorie che, il prossimo anno, verranno raccolte in volume da Sellerio, a cura di Salvatore Silvano Nigro. Il boccone più ghiotto resteranno, però, le trenta cartelle inedite, che usciranno a parte. Ci sono segreti, addirittura un cuore nero, nella travagliata biografia del grande drammaturgo siciliano. Forse solo Camilleri era in grado di investigarvi, alleggerendo i pesi con ironia, altra lezione imparata dal suo spirito-guida.
Sgravare è necessario. Il male si era insinuato tra le mura domestiche di casa Pirandello oltre ogni più morbosa fantasia, prendendo i volti della moglie, del padre, del suocero, dei figli. Al centro di un autentico teatro della crudeltà, Camilleri rileva il tragico destino di donna Antonietta, la moglie. Figlia di uno zolfataro, sposata per "matrimonio combinato", spiantata dalle sue radici e portata a Roma, uscirà di senno. E Pirandello, scrive l'autore, si sentirà in colpa per la sua pazzia, come se l'avesse indotta egli stesso. Relegata alla fine in manicomio per ossessioni paranoiche (sarà gelosa delle studentesse magistrali del marito, poi delle attrici di teatro, infine della stessa figlia Lietta, lanciando una terribile accusa di incesto), Antonietta costringeva a volte il marito a effusioni erotiche nel pieno dei deliri. "Ho rovinato anche mia figlia, non posso più avere una vita, avendo distrutto anche quella di mia moglie, e mai potrò avere neppure un'altra moglie": così Camilleri riassumeva il suo scritto inedito, parlando con la voce di Pirandello. Tutto questo, aggiungeva, Pirandello lo confesserà a Marta Abba, in quella famosa "terribile notte". Era il suo estremo, disperato testamento.
Ci sono, nel volume Pirandello e la Sicilia di Leonardo Sciascia (Adelphi, 1996), diciassette righe dedicate alle ceneri di Pirandello. Dieci anni dopo la sua morte (10 dicembre del 1936) vennero trasportate in un'urna greca ad Agrigento. Ma per farle transitare in città si dovettero riporre in una bara, per volere dell'autorità ecclesiastica, contraria alle cremazioni. Così fu come se la cremazione non fosse mai avvenuta e il corpo fosse effettivamente nella bara. "Ultimo tocco pirandelliano all'involontario soggiorno sulla terra di Luigi Pirandello" annota Sciascia. La fonte dell'aneddoto, non citata, era proprio Camilleri. Quest'ultimo, ancora ragazzo, era stato uno dei protagonisti del trasporto delle ceneri in Sicilia. Dapprima, con alcuni amici, aveva convinto il deputato Gaspare Ambrosini a trasferirle dal cimitero romano del Verano ad Agrigento. E l'idea di affittare una bara, per superare le resistenze ecclesiastiche, era stata ancora di Camilleri, che conosceva personalmente il vescovo agrigentino Giovanni Battista Peruzzo, e che dopo averlo convinto col trucco della bara aveva dovuto superare anche le serie resistenze del becchino ("Le casse da morto non si affittano").
Non solo. Nel suo racconto Le ceneri di Pirandello (che apre Esercizi di memoria, Rizzoli 2017) Camilleri aggiunse altri particolari, come in un gioco di specchi a distanza con Sciascia. Le ceneri, racchiuse in un'antica anfora greca, sostarono per anni in un museo, finché venne indetto un concorso nazionale per edificare un monumento ai piedi del pino, all'ombra del quale Pirandello, per volontà testamentaria, aveva chiesto di riposare. Ma, ancora anni dopo, il direttore del museo si accorse che nelle scanalature dei manici del vaso erano rimasti dei residui. Si decise così di riversare anche questi nell'apposito cilindro del monumento. Senonché, riaperta l'urna, si scoprì che il cilindro era già colmo. Venne deciso allora di disperdere quelle residue ceneri in mare. Raccolte in un foglio di giornale, al momento di essere lanciate, si alzò un colpo di vento. E le ceneri del "grand'uomo" finirono non in mare bensì in faccia al direttore del museo.
Estrema ironia della sorte. L'avrebbe apprezzata Pirandello? Nella novella L'illustre estinto, citata più volte da Camilleri, il drammaturgo narra le esequie dell'onorevole Costanzo Ramberti, alla presenza delle più alte cariche dello Stato. All'improvviso, nel silenzio quasi sacro della camera mortuaria, tra presidenti del Consiglio, della Camera e ministri, "un improvviso borboglio lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? "Digestio post mortem", sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, che era medico, appena poté rimettersi un po' di fiato in corpo". Anche questo era Pirandello. Un umorista nero. Al pari del suo "allievo" Camilleri. Che per tutta la vita, pirandellianamente, ha misurato la poca distanza tra tragedia e farsa.
Sul Venerdì del 10 luglio 2020