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Un migrante e una turista sul molo di un'isola greca (Dan Kitwood/Getty Images) 

Osborne, vacanza in Grecia con spettri

Speciale libri Due turiste. Un’isola incantata. Un migrante in fuga. E una storia ai confini del thriller che fa esplodere i cliché dei benpensanti. Il ritorno di un autore dissacrante. Lo abbiamo intervistato
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Naomi è inglese, inquieta, raffinata. Sam è americana, bella e poco esperta della vita. Si incontrano sull'isola greca di Idra, dove le loro famiglie passano l'estate. Le giornate procedono molli e noiose tra party, nuotate e chiacchiere inutili. Durante un'escursione, le due ragazze scoprono Faoud, un profugo siriano sbarcato sull'isola. Guidate da un misto di attrazione e compassione, decidono di aiutarlo. Il loro piano è semplice, apparentemente innocente. L'esito è disastroso. Quello che era nato come un gioco, diventa un intrico di lutti, menzogne, ricatti. Con L'estate dei fantasmi (Adelphi), Lawrence Osborne crea un apologo magistrale sulla natura della morale, sulla manipolazione e sulla cupidigia. Osborne, inglese di Londra, 62 anni, ha vissuto a New York, Parigi, Istanbul, prima di approdare nel 2011 a Bangkok. È autore di libri di viaggio, giornalista, romanziere, costruttore di trame ricche di suspense, di incident…
Naomi è inglese, inquieta, raffinata. Sam è americana, bella e poco esperta della vita. Si incontrano sull'isola greca di Idra, dove le loro famiglie passano l'estate. Le giornate procedono molli e noiose tra party, nuotate e chiacchiere inutili. Durante un'escursione, le due ragazze scoprono Faoud, un profugo siriano sbarcato sull'isola. Guidate da un misto di attrazione e compassione, decidono di aiutarlo. Il loro piano è semplice, apparentemente innocente. L'esito è disastroso. Quello che era nato come un gioco, diventa un intrico di lutti, menzogne, ricatti. Con L'estate dei fantasmi (Adelphi), Lawrence Osborne crea un apologo magistrale sulla natura della morale, sulla manipolazione e sulla cupidigia. Osborne, inglese di Londra, 62 anni, ha vissuto a New York, Parigi, Istanbul, prima di approdare nel 2011 a Bangkok. È autore di libri di viaggio, giornalista, romanziere, costruttore di trame ricche di suspense, di incidenti piccoli e grandi che cambiano la vita. Anche L'estate dei fantasmi è percorso da una suspense che si snoda lenta e implacabile, mentre lo scrittore disseziona una classe di occidentali privilegiati e a corto di principî, con un confuso vuoto esistenziale.

Partiamo dalla protagonista, Naomi. Il suo piano per aiutare Faoud conduce a esiti terribili, nonostante sia convinta di fare del bene. La sua "moralità", alla fine, è profondamente immorale.
"Sì, perché nella sua mente le distinzioni non sono chiare. La sua complessità deriva dal non comprendere né le proprie menzogne né la propria autenticità. Questo la rende inquietante".

Naomi e Sam sono attratte e turbate da Faoud. Naomi si sorprende che parli inglese e che venga da una famiglia borghese. Sam non sopporta la sua riservatezza. Il loro sguardo è quello di una società che della compassione verso i migranti ha fatto una forma di orientalismo?
"Sì, è così, anche se detesto la parola orientalismo, perché troppo abusata. Le due ragazze non sono due imperialiste, ma liberal confuse che pensano di stare dalla parte degli oppressi. Come spesso avviene, non hanno però familiarità con le persone che vogliono aiutare. Non c'è malevolenza in loro. È una tragica, inevitabile miopia".

L'estate dei fantasmi racconta di un migrante in fuga, ma non affronta le tante implicazioni politiche del tema. Faoud, prima di essere migrante, è un uomo. È stata una scelta?
"Sì. Di solito questo tipo di narrazioni sono astratte, moralistiche e melodrammatiche. Per me una persona è una persona. Ho cercato di immaginare come avrei reagito nella situazione di Faoud. Mi sono chiesto se fosse possibile raccontarlo con naturalezza, senza posture di tipo politico. Una storia è una storia. Non è teoria né tesi".

Nel suo romanzo, l'isola, il mare, la natura, hanno un'evidenza particolare. Il "luogo" è un elemento centrale per la sua narrativa?
"Assolutamente. Ciò è soprattutto vero in questo romanzo, che si svolge a Idra, un'isola che conosco molto bene perché ho trascorso parte della mia infanzia in Grecia. È un paesaggio che appartiene al mio inconscio. Per me la Grecia non è solo un paesaggio. È un paesaggio sacro. Ha un'atmosfera che non esiste da nessun'altra parte. Per la sua unicità mi ricorda la Cina".

La scrittura nei suoi romanzi è estremamente raffinata, ricca di dettagli psicologici. Al tempo stesso, la trama è sempre essenziale. È un equilibrio difficile da trovare, quello tra purezza dei dettagli e architettura dell'insieme?
"Il mio modello è Scott Fitzgerald, che possiede uno stile semplice, morbido, che si dipana attraverso le complessità della psicologia umana. Questa è la bellezza della forma romanzo: puoi parlare ai lettori con calma e chiarezza e al tempo stesso condurli in un viaggio. Il viaggio è la trama, che è viaggio anche per me, perché non progetto mai nulla in anticipo. La trama è a tutti gli effetti un oggetto morale. I romanzieri sbagliano quando la sottovalutano".

L'estate dei fantasmi ha a che fare con le scelte morali?
"Mi pare una buona sintesi. C'è una domanda che io come romanziere mi faccio. Gli esseri umani sono capaci delle cose che tu immagini? La risposta è invariabilmente sì".

Graham Greene è stato spesso citato come sua fonte di ispirazione. Ma Patricia Highsmith non è forse un parallelo più calzante per la sua narrativa?
"Amo Patricia Highsmith - ma anche Daphne du Maurier. Donne strane, tempestose. Mi hanno affascinato da quando ero giovane. Sono andato in Italia a causa di Highsmith e in Cornovaglia dopo aver letto du Maurier".

Nel libro lei racconta di un gruppo di espatriati su un'isola greca e ha scritto di espatriati anche in altre sue opere. C'è Macao in La ballata del piccolo giocatore e il Marocco in The Forgiven. Cosa la interessa delle persone che vivono fuori della loro "comfort zone"?
"Si tratta di una qualità peculiare della vita moderna. Queste forme di spiazzamento non sono più qualcosa di esotico. Sono diventate la norma. Le culture sono in subbuglio ovunque. Si disintegrano, si riformano, muoiono e rinascono. Tutto ribolle".

Vive sempre a Bangkok? Quanto, risiedere all'estero per parte della sua vita, è stato un modo per riscoprire la sua cultura?
"Sì, vivo a Bangkok, perché è un posto tranquillo, dove posso lavorare seguendo i miei tempi. Ricordo anche che James Joyce diceva che vivere al di fuori della propria lingua è un modo per tornare a essa. E si ricordi, sono anch'io, per parte di madre, irlandese!".

Sul Venerdì del 10 luglio 2020