Quel genio di Vonnegut si merita un museo
Riccardo Staglianò , di RICCARDO STAGLIANÒMentre i capolavori dell'autore americano tornano in una nuova traduzione, ci siamo presi una vacanza (virtuale) nella sua Indianapolis. Dove è un vero mito
Il gioiello del Kurt Vonnegut Museum and Library è la macchina da scrivere elettrica, una splendida Smith Corona azzurrina con cui, negli anni 70, il bardo di Indianapolis avrebbe scritto La colazione dei campioni. Ovvero uno dei due romanzi, l'altro è Le sirene di Titano, che Bompiani rimanda in libreria in una nuova, fragrante traduzione di Vincenzo Mantovani. Il museo, inaugurato a novembre scorso, non solo ha sede nella capitale dell'Indiana, ma si trova su Indiana Avenue, con una ridondanza toponomastica che avrebbe divertito lo scrittore che descriveva così l'attaccamento radicale alla sua città: "Tutte le mie battute sono Indianapolis. La maniera in cui sto al mondo è Indianapolis. Anche le mie adenoidi sono Indianapolis. Se mai dovessi separarmi da Indianapolis, non avrei più niente da dire". Una dichiarazione d'amore che la città contraccambia.
"Sin dal 2011, quando l'abbiamo aperto in uno sp…
"Sin dal 2011, quando l'abbiamo aperto in uno sp…
Il gioiello del Kurt Vonnegut Museum and Library è la macchina da scrivere elettrica, una splendida Smith Corona azzurrina con cui, negli anni 70, il bardo di Indianapolis avrebbe scritto La colazione dei campioni. Ovvero uno dei due romanzi, l'altro è Le sirene di Titano, che Bompiani rimanda in libreria in una nuova, fragrante traduzione di Vincenzo Mantovani. Il museo, inaugurato a novembre scorso, non solo ha sede nella capitale dell'Indiana, ma si trova su Indiana Avenue, con una ridondanza toponomastica che avrebbe divertito lo scrittore che descriveva così l'attaccamento radicale alla sua città: "Tutte le mie battute sono Indianapolis. La maniera in cui sto al mondo è Indianapolis. Anche le mie adenoidi sono Indianapolis. Se mai dovessi separarmi da Indianapolis, non avrei più niente da dire". Una dichiarazione d'amore che la città contraccambia.
"Sin dal 2011, quando l'abbiamo aperto in uno spazio più piccolo" mi spiega Julia Whitehead, che ha fondato e dirige il museo, "abbiamo capito subito che avevamo trovato una vena fertile. A cominciare dal giorno di apertura in cui veterani di ogni guerra vennero a rendere omaggio al soldato che ne aveva raccontato così bene la bruttura". Only in America, perché è veramente arduo immaginare incursori del Comsubin o paracadutisti della Folgore in venerazione di uno che, in Ghiaccio-nove, scriveva che "forse, quando ricordiamo le guerre, dovremmo spogliarci, dipingerci di blu e andare in giro a quattro zampe tutto il giorno grugnendo come maiali. Sarebbe senz'altro più appropriato della nobile oratoria e dell'ostentazione di bandiere e fucili ben oliati". Invece è quel che succede qui.
A partire da lei, la fondatrice, per intervistare la quale avevo già preso un biglietto a marzo, poi cancellato dalla pandemia (che a lei invece ha portato via l'ex suocera, una delle tante vittime delle residenze per anziani) e oggi più modestamente sostituito da Zoom. Prima di laurearsi in inglese questa quarantottenne gentile è stata per due anni una marine, con tutto quel che comporta - e che abbiamo imparato da innumerevoli film - diventarlo. "Sì, sono abituata allo sbigottimento dei miei interlocutori quando lo apprendono" confessa "ma è una parte di me che non rinnego affatto. Anzi, continuo a credere di avere più in comune con un militare che con gente che per tutta la vita si è occupata solo di critica letteraria. D'altronde anche Vonnegut ha lottato in armi contro il fascismo. Non tutte le guerre sono sbagliate. E nei marine, credetelo o meno, incoraggiano molto a leggere. E hanno principi come "non lasciare mai al suo destino un compagno" che mi hanno forgiata. Esistono militari cui piace combattere per provare qualcosa a se stessi, ma i più saggi che ho conosciuto sanno benissimo che bisogna far di tutto per evitare ogni conflitto non necessario".
I paradossi della curatrice non finiscono qui. L'idea del museo le è venuta un giorno, dopo il funerale di un conoscente dove molte lacrime e parole erano state versate, mentre cullava suo figlio. Quale scrittore sarebbe stato utile, in momenti del genere? Beh, chi meglio di quello la cui principale lezione esistenziale si riassumeva in quattro parole: "Bisogna essere buoni, cazzo!". Non era nemmeno il suo autore preferito: "Avevo amato alcuni dei suoi libri, ma soprattutto mi interessava la capacità che aveva dimostrato di sopravvivere in momenti terribili della sua vita, dal bombardamento di Dresda in giù, mantenendo un senso dell'umorismo e una connessione emotiva con gli altri esseri umani". Così scrisse al figlio Mark, che non conosceva affatto, per chiedere se la famiglia avesse qualcosa in contrario. Ne scaturì un incontro, una lunga conversazione ("Come suo padre, che era capace di stare al telefono con studenti che lo chiamavano per consigli su come spostare le frasi in un tema, è stato prodigo del suo tempo") e un incoraggiamento che è passato dalla donazione della macchina da scrivere, di moltissime lettere e memorabilia varie.
Durante lo studio del corpus della corrispondenza di Vonnegut ha trovato la conferma della sua prima intuizione: "Prima che scrittore, era un uomo straordinario. Poi ho anche scoperto cose che avrei preferito non avesse scritto...". Tipo? "L'uso abbondante della parola "matto", per esempio, che all'epoca era normale e oggi mi mette a disagio. Oppure il fatto che i personaggi femminili sono spesso solo abbozzati, non a tutto tondo. Sebbene avesse cresciuto le sue figlie alla piena indipendenza, nella pagina non si ritrovava la stessa determinazione femminile". Quanto ai neri, nei giorni della collera post omicidio Floyd, "neppure loro risaltavano come personaggi memorabili, anche se lui stesso è stato cresciuto da una tata afroamericana che gli leggeva la Bibbia e che, in La domenica delle palme, definisce 'più di una madre per me'" dal momento che quella vera era una socialite molto a suo agio con l'oliva del Martini cocktail ma che non aveva mai toccato le zucchine per le pappine. "In ogni caso era assolutamente a favore dei diritti civili perché, come scrive in Colazione, 'ogni persona è esattamente tanto importante quanto le altre'. Il che, senza voler mettere parole in bocca a una persona che non può smentirle - ma ai tempi della Guerra del Golfo disse che riteneva i prigionieri di guerra iracheni come suoi fratelli - per me significa niente razzismo sistematico, niente brutalità e che la polizia dovrebbe essere responsabile delle proprie azioni come tutti".
A giudicare da quanto aveva scritto su George W. Bush in Un uomo senza patria ("Era già vero al liceo: solo persone chiaramente disturbate vogliono fare il presidente"), chissà cosa direbbe di Trump che, rispetto al già non brillante predecessore, è un salto di specie. "Senta, non ho alcuna voglia di litigare col presidente. Ma la sorprenderò dicendole che il vice Mike Pence, che da giovane giornalista conobbe Vonnegut, è venuto qui e ci sostiene. Ciò che apprezza nella sua opera è il richiamo al primo emendamento, alla libertà di espressione. E il richiamo a cercare sempre un terreno comune tra le persone. Un richiamo che cozza col tenere gli immigrati nelle gabbie al confine col Messico ma, come ho già detto, fermiamoci qui".
Eugene Debs, il sindacalista dell'Indiana che per cinque volte corse come candidato socialista alla presidenza racimolando 900 mila voti, è un eroe dell'universo vonnegutiano. E una figura di riferimento per la famiglia Whitehead: "Mio padre era un veterano della Seconda guerra mondiale, un politico progressista e un sindacalista. Sono stata esposta da piccola al socialismo. Che per me significa ridistribuire la ricchezza che il capitalismo produce. Invito chi dice che il socialismo in America non esiste a riflettere meglio: cosa altro sarebbe l'assistenza sanitaria per i poveri e gli anziani? Non lo sanno perché nessuno gliel'ha mai fatto notare".
Ve la immaginate una così alle prese con un sergente che la provoca a colpi di "Come ti chiami palla di lardo"? Abbiamo tutti diritto a un certo numero di vite, ma continuo a non capacitarmene. È uno stupore a cui è abituata e non si scompone: "Ero giovane. Avevo spirito di avventura e bisogno di un lavoro. Poi, a un certo punto, mi sono accorta di tentativi di lavaggi di cervello per prepararmi a uccidere altre persone. Non mi è piaciuto. Non è quello che volevo. E ho lasciato il corpo". Prima o dopo aver letto "Sentite, siamo sulla terra per cazzeggiare e non lasciate che nessuno vi racconti un'altra storia", l'altra arcinota lezione vonnegutiana, non è dato di sapere.
Sul Venerdì del 10 luglio 2020
"Sin dal 2011, quando l'abbiamo aperto in uno spazio più piccolo" mi spiega Julia Whitehead, che ha fondato e dirige il museo, "abbiamo capito subito che avevamo trovato una vena fertile. A cominciare dal giorno di apertura in cui veterani di ogni guerra vennero a rendere omaggio al soldato che ne aveva raccontato così bene la bruttura". Only in America, perché è veramente arduo immaginare incursori del Comsubin o paracadutisti della Folgore in venerazione di uno che, in Ghiaccio-nove, scriveva che "forse, quando ricordiamo le guerre, dovremmo spogliarci, dipingerci di blu e andare in giro a quattro zampe tutto il giorno grugnendo come maiali. Sarebbe senz'altro più appropriato della nobile oratoria e dell'ostentazione di bandiere e fucili ben oliati". Invece è quel che succede qui.
A partire da lei, la fondatrice, per intervistare la quale avevo già preso un biglietto a marzo, poi cancellato dalla pandemia (che a lei invece ha portato via l'ex suocera, una delle tante vittime delle residenze per anziani) e oggi più modestamente sostituito da Zoom. Prima di laurearsi in inglese questa quarantottenne gentile è stata per due anni una marine, con tutto quel che comporta - e che abbiamo imparato da innumerevoli film - diventarlo. "Sì, sono abituata allo sbigottimento dei miei interlocutori quando lo apprendono" confessa "ma è una parte di me che non rinnego affatto. Anzi, continuo a credere di avere più in comune con un militare che con gente che per tutta la vita si è occupata solo di critica letteraria. D'altronde anche Vonnegut ha lottato in armi contro il fascismo. Non tutte le guerre sono sbagliate. E nei marine, credetelo o meno, incoraggiano molto a leggere. E hanno principi come "non lasciare mai al suo destino un compagno" che mi hanno forgiata. Esistono militari cui piace combattere per provare qualcosa a se stessi, ma i più saggi che ho conosciuto sanno benissimo che bisogna far di tutto per evitare ogni conflitto non necessario".
I paradossi della curatrice non finiscono qui. L'idea del museo le è venuta un giorno, dopo il funerale di un conoscente dove molte lacrime e parole erano state versate, mentre cullava suo figlio. Quale scrittore sarebbe stato utile, in momenti del genere? Beh, chi meglio di quello la cui principale lezione esistenziale si riassumeva in quattro parole: "Bisogna essere buoni, cazzo!". Non era nemmeno il suo autore preferito: "Avevo amato alcuni dei suoi libri, ma soprattutto mi interessava la capacità che aveva dimostrato di sopravvivere in momenti terribili della sua vita, dal bombardamento di Dresda in giù, mantenendo un senso dell'umorismo e una connessione emotiva con gli altri esseri umani". Così scrisse al figlio Mark, che non conosceva affatto, per chiedere se la famiglia avesse qualcosa in contrario. Ne scaturì un incontro, una lunga conversazione ("Come suo padre, che era capace di stare al telefono con studenti che lo chiamavano per consigli su come spostare le frasi in un tema, è stato prodigo del suo tempo") e un incoraggiamento che è passato dalla donazione della macchina da scrivere, di moltissime lettere e memorabilia varie.
Durante lo studio del corpus della corrispondenza di Vonnegut ha trovato la conferma della sua prima intuizione: "Prima che scrittore, era un uomo straordinario. Poi ho anche scoperto cose che avrei preferito non avesse scritto...". Tipo? "L'uso abbondante della parola "matto", per esempio, che all'epoca era normale e oggi mi mette a disagio. Oppure il fatto che i personaggi femminili sono spesso solo abbozzati, non a tutto tondo. Sebbene avesse cresciuto le sue figlie alla piena indipendenza, nella pagina non si ritrovava la stessa determinazione femminile". Quanto ai neri, nei giorni della collera post omicidio Floyd, "neppure loro risaltavano come personaggi memorabili, anche se lui stesso è stato cresciuto da una tata afroamericana che gli leggeva la Bibbia e che, in La domenica delle palme, definisce 'più di una madre per me'" dal momento che quella vera era una socialite molto a suo agio con l'oliva del Martini cocktail ma che non aveva mai toccato le zucchine per le pappine. "In ogni caso era assolutamente a favore dei diritti civili perché, come scrive in Colazione, 'ogni persona è esattamente tanto importante quanto le altre'. Il che, senza voler mettere parole in bocca a una persona che non può smentirle - ma ai tempi della Guerra del Golfo disse che riteneva i prigionieri di guerra iracheni come suoi fratelli - per me significa niente razzismo sistematico, niente brutalità e che la polizia dovrebbe essere responsabile delle proprie azioni come tutti".
A giudicare da quanto aveva scritto su George W. Bush in Un uomo senza patria ("Era già vero al liceo: solo persone chiaramente disturbate vogliono fare il presidente"), chissà cosa direbbe di Trump che, rispetto al già non brillante predecessore, è un salto di specie. "Senta, non ho alcuna voglia di litigare col presidente. Ma la sorprenderò dicendole che il vice Mike Pence, che da giovane giornalista conobbe Vonnegut, è venuto qui e ci sostiene. Ciò che apprezza nella sua opera è il richiamo al primo emendamento, alla libertà di espressione. E il richiamo a cercare sempre un terreno comune tra le persone. Un richiamo che cozza col tenere gli immigrati nelle gabbie al confine col Messico ma, come ho già detto, fermiamoci qui".
Eugene Debs, il sindacalista dell'Indiana che per cinque volte corse come candidato socialista alla presidenza racimolando 900 mila voti, è un eroe dell'universo vonnegutiano. E una figura di riferimento per la famiglia Whitehead: "Mio padre era un veterano della Seconda guerra mondiale, un politico progressista e un sindacalista. Sono stata esposta da piccola al socialismo. Che per me significa ridistribuire la ricchezza che il capitalismo produce. Invito chi dice che il socialismo in America non esiste a riflettere meglio: cosa altro sarebbe l'assistenza sanitaria per i poveri e gli anziani? Non lo sanno perché nessuno gliel'ha mai fatto notare".
Ve la immaginate una così alle prese con un sergente che la provoca a colpi di "Come ti chiami palla di lardo"? Abbiamo tutti diritto a un certo numero di vite, ma continuo a non capacitarmene. È uno stupore a cui è abituata e non si scompone: "Ero giovane. Avevo spirito di avventura e bisogno di un lavoro. Poi, a un certo punto, mi sono accorta di tentativi di lavaggi di cervello per prepararmi a uccidere altre persone. Non mi è piaciuto. Non è quello che volevo. E ho lasciato il corpo". Prima o dopo aver letto "Sentite, siamo sulla terra per cazzeggiare e non lasciate che nessuno vi racconti un'altra storia", l'altra arcinota lezione vonnegutiana, non è dato di sapere.
Sul Venerdì del 10 luglio 2020