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Antonio de Oliveira Salazar (1889-1970). È stato tra i più longevi dittatori europei (Getty Images) 

Salazar: caduta di un tiranno (dalla sedia)

Speciale libri Dopo 40 anni al potere, il vegliardo portoghese perse letteralmente la poltrona in un incidente domestico. Ora un libro racconta quel tonfo. Che provocò un terremoto. Grottesco
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Come si sa, prima che politica, la caduta del dittatore portoghese António Salazar fu letterale. 3 agosto 1968: durante una seduta col callista nella residenza estiva dell’Estoril, l’anziano despota, torturato da piedi difficili, si abbandona di peso su una poltroncina ma la manca clamorosamente o – a seconda delle ricostruzioni – la sfonda, e finisce a terra battendo la testa. Da quel momento il Portogallo non sarà più lo stesso. L’episodio è noto. Molto meno conosciuta è invece la vicenda dei ventitré mesi che seguirono quell’infortunio e fecero precipitare un’autocrazia declinante in una farsa sublime, ancorché dalla comicità perfettamente involontaria. Scrittore esperto di cose lusitane, Marco Ferrari l’ha ripercorsa con verve e precisione in L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte (Laterza), libro felice che è insieme …
Come si sa, prima che politica, la caduta del dittatore portoghese António Salazar fu letterale. 3 agosto 1968: durante una seduta col callista nella residenza estiva dell’Estoril, l’anziano despota, torturato da piedi difficili, si abbandona di peso su una poltroncina ma la manca clamorosamente o – a seconda delle ricostruzioni – la sfonda, e finisce a terra battendo la testa. Da quel momento il Portogallo non sarà più lo stesso. L’episodio è noto. Molto meno conosciuta è invece la vicenda dei ventitré mesi che seguirono quell’infortunio e fecero precipitare un’autocrazia declinante in una farsa sublime, ancorché dalla comicità perfettamente involontaria. Scrittore esperto di cose lusitane, Marco Ferrari l’ha ripercorsa con verve e precisione in L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte (Laterza), libro felice che è insieme il ritratto di un uomo, un regime, un Paese favoloso, e una riflessione sul potere, la sfera umana più esposta agli spifferi del ridicolo.

Ma torniamo all’incidente: dopo la botta, il grande Capo ha male al capo, vuoti di memoria, una gamba che non risponde più ai comandi. Gli scoprono un’ematoma cerebrale. Lo operano. L’intervento riesce, Salazar si risveglia, parla, poi però sviene ed entra in coma per un’emorragia. L’Estado Novo, la dittatura di cui è stato demiurgo e padrone per quarant’anni, si ritrova acefalo. Per sostituire il leader viene scelto Marcelo Caetano, giurista, più volte ministro e salazarista senza se né ma. Fin qui, niente di eccezionale: un banale passaggio di testimone dettato dall’emergenza. Senonché, coup de théâtre. Pochi mesi dopo, Salazar riemerge dal grande sonno, sorride, risponde alle domande, si riprende. Superata qualche nuova crisi, rieccolo in forma, tra lo sgomento di familiari e famigli, dei 58 medici che lo hanno assistito, ma soprattutto degli eredi politici che ormai consideravano il suo dominio una faccenda archiviata.

Redivivo, l’highlander Salazar è pronto a tornare in sella come se nulla fosse mai accaduto. Che fare? Marcia indietro? Meglio di no. Primo perché, arzillo finché si vuole, il vecchio lottatore è comunque un ottuagenario diminuito dai malanni. Secondo, perché quello della successione è un piatto troppo succulento per farselo soffiare da un vegliardo al capolinea, foss’anche il padre della patria. E così, con cinismo non esente da una perfida genialità, si decide di lasciare tutto come prima, ma solo in apparenza. In che modo? Isolando il dittatore e facendogli credere fino alla morte, luglio ‘70, di essere ancora al timone dell’Estado. Un Truman Show del potere che ha qualcosa del teatro calderoniano se non delle pièces patafisiche di Alfred Jarry o, più inevitabilmente, dell’universo letterario di Pessoa, che in uno dei magnifici appunti ora raccolti in Teoria dell’eteronimia (Quodlibet edizioni) asseriva: «La politica è un errore di vanità di coloro che nascono per fare i carrettieri».

A dire il vero Salazar nasce contadino e, anche se diverrà economista, di certo mondo rurale conserverà sempre l’introversione schiva, astuta, diffidente fino all’indecifrabilità. Quella che i vicini spagnoli chiamano retranca e che fu anche fra i tratti caratteriali di Francisco Franco, tiranno col quale il portoghese ha qualche affinità ma pure notevoli differenze. Come con Mussolini, da cui riprende l’ideale corporativo, ma del quale non ama «la teatralità» ricorda Ferrari, «il dialogo diretto con le masse, la voglia di interventismo e l’espansionismo». Non ha bisogno di allargarsi, Salazar. Ha ricevuto in dote un impero sovradimensionato, esteso dall’Africa all’Asia, che però, sgretolandosi nel tornado della decolonizzazione, finirà per accelerare il tramonto della dittatura.

Grazie all’abilità del suo inventore, il regime era uscito incolume dal crollo dei nazifascismi e a colpi di paternalismo, omicidi politici, repressione (capitolo dimenticato, questo, del quale il libro fornisce un prezioso spaccato) risulterà tra i più longevi del continente. Del salazarismo, lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade, riparato in Portogallo negli anni della guerra, scrisse con ammirazione che era un sistema ermetico in quanto straordinariamente semplice, un messianismo fondato su «piccole cose ben fatte».

Salazar non fuma, non viaggia, beve poco, sessualmente è un amante al contempo casto e libidinoso. Detesta tutto ciò che non può controllare: le folle, le metropoli, il mare. Lo stesso vasto impero si limita a contemplarlo da casa. Vorace esoterista, si prende come consigliera astrale, e forse maîtresse, una veggente che facendogli l’oroscopo di quel fatale 1968 avvista una pericolosa opposizione di Marte a Mercurio. E patatrac.

Se quando si potrà tornare a viaggiare senza patemi aveste come meta il Portogallo, mettete in borsa l’incredibile storia del dittatore morto due volte.

Sul Venerdì del 10 luglio 2020