Rischio contagio per la democrazia
Ezio Mauro , di EZIO MAUROL'Italia è stato il primo Paese occidentale a sperimentare il lockdown. Nel bene e nel male, ha funzionato. Ma come è cambiato il nostro rapporto con il potere?
Per la cavia occidentale, che era l’Italia, attaccata per prima dall’epidemia e per prima costretta a difendersi e a reagire, non c’erano modelli. L’unico esempio di contrasto al virus da parte di un Paese sotto assedio, infatti, veniva dalla Cina, ed era chiaramente un prototipo totalitario, non esportabile in questa parte del mondo, perché tarato su un sistema dove il cittadino è suddito, il regime onnipotente e l’opinione pubblica non esiste, così come manca il controllo della libera informazione.
Il nostro Paese si è dunque trovato nella condizione di dover sperimentare, e senza saperlo ha funzionato – nel bene e nel male, con gli inevitabili errori in una sfida di queste dimensioni – da riferimento per gli Stati che hanno dovuto adottare le stesse misure, uno dopo l’altro. In un primo bilancio, mentre la partita è ancora aperta ma l’intensità della minaccia virale si è consider…
Il nostro Paese si è dunque trovato nella condizione di dover sperimentare, e senza saperlo ha funzionato – nel bene e nel male, con gli inevitabili errori in una sfida di queste dimensioni – da riferimento per gli Stati che hanno dovuto adottare le stesse misure, uno dopo l’altro. In un primo bilancio, mentre la partita è ancora aperta ma l’intensità della minaccia virale si è consider…
Per la cavia occidentale, che era l’Italia, attaccata per prima dall’epidemia e per prima costretta a difendersi e a reagire, non c’erano modelli. L’unico esempio di contrasto al virus da parte di un Paese sotto assedio, infatti, veniva dalla Cina, ed era chiaramente un prototipo totalitario, non esportabile in questa parte del mondo, perché tarato su un sistema dove il cittadino è suddito, il regime onnipotente e l’opinione pubblica non esiste, così come manca il controllo della libera informazione.
Il nostro Paese si è dunque trovato nella condizione di dover sperimentare, e senza saperlo ha funzionato – nel bene e nel male, con gli inevitabili errori in una sfida di queste dimensioni – da riferimento per gli Stati che hanno dovuto adottare le stesse misure, uno dopo l’altro. In un primo bilancio, mentre la partita è ancora aperta ma l’intensità della minaccia virale si è considerevolmente ridotta, possiamo dire che le misure di contenimento hanno funzionato tagliando la strada alla marcia del virus, mentre abbiamo pagato un numero troppo alto di morti. Questo per gli effetti visibili della pandemia: ma qual è il bilancio dell’infezione della nostra libertà, del contagio della democrazia?
Voltandoci indietro, identifichiamo tre diversi metodi di affrontare la crisi. Il primo, come abbiamo detto, è quello imperativo dei sistemi totalitari, come la Cina. Il secondo, come abbiamo visto, è quello delle democrazie occidentali, che procedono a tentoni sotto gli occhi di tutti, perché devono costantemente rendere conto alla cittadinanza delle loro scelte e dei loro errori: e soprattutto – questo è il punto – quando si trovano a gestire un’emergenza entrano in un’area molto delicata e sensibile, perché governano nello stato d’eccezione. Una condizione in cui la democrazia soffre, perché le sue procedure normali vengono alterate dalla necessità, e i governi si dotano di un sovrapotere legittimo ma nello stesso tempo irregolare, concentrando la potestà decisionale in un meccanismo che consente verticalità, velocità e centralità delle decisioni: ma costituisce proprio per questo un’anomalia democratica. Ecco perché il potere improprio che nasce dall’eccezione va gestito con cura, temporaneamente, in Parlamento, sotto il controllo dell’opposizione, e va restituito al più presto, appena declina l’emergenza.
Il terzo metodo è quello delle democrature, le cosiddette “democrazie autoritarie” secondo il modello disegnato da Putin. Qui i governanti cercano proprio l’anomalia che nasce dall’eccezione e la incamerano, perché sposta ancora di più i confini del gioco democratico, e libera il potere governante dai lacci e lacciuoli dei poteri concorrenti, magistratura, Corte costituzionale, stampa, rendendo il sovrano assoluto, a diretto contatto con il popolo che lo ha investito del comando.
Credevamo che il virus fosse un agente patogeno: con il lockdown che ha trasformato il nostro meccanismo quotidiano di relazioni, affetti, lavoro, abbiamo scoperto che è anche un agente sociale. Adesso dobbiamo prendere atto che inevitabilmente, alla fine, è un attore politico, perché cambia il nostro rapporto con il potere e trasforma persino la soglia delle nostre sensibilità ai diritti e alle facoltà, rovesciando la gerarchia dei valori a cui normalmente facciamo riferimento. Non avremmo mai detto infatti – in tempo di pace – di essere pronti a scambiare quote di libertà in cambio di quote di sicurezza. E invece questo è avvenuto, in una sorta di sottomissione volontaria alla necessità che ci ha resi gregari della necessità, anche perché non vedevamo altra via d’uscita.
È vero che per la prima volta nella modernità eravamo sottoposti a una minaccia universale, che riguardava l’insieme del genere umano. Questa minaccia ha conferito al virus una sorta di identità metafisica, come attore della corruzione del mondo intero, attaccando la salute. Ma subito dopo, in una sorte di spillover culturale, il virus ha iniziato a operare una metamorfosi più profonda e complessiva, spalancando i buchi che si nascondono nel nostro benessere, le falle del welfare mal custodito negli ultimi decenni, spalancando le disuguaglianze, radicalizzandole e rendendole estreme come esclusioni. E infine ha attaccato il lavoro, che resta il fondamento della libertà e della dignità della civiltà occidentale, con le sue proiezioni sociali, culturali e politiche.
In realtà noi personifichiamo il virus regalandogli una strategia che non può avere, determinato com’è dal suo impulso genetico elementare che lo costringe e lo condanna a infettare per riprodursi e preservare la specie. Ciò che attribuiamo a lui, nasce dal nostro disarmo intellettuale e morale davanti alla concretezza dell’infezione, dalla paura di morire che credevamo di aver confinato in qualche periferia lontana dell’esistenza, dall’ultimo esorcismo della modernità, che si rivela inutile mentre ci lascia smarriti. Finché dietro il virus ritroveremo noi stessi.
Sul Venerdì del 17 luglio 2020
Il nostro Paese si è dunque trovato nella condizione di dover sperimentare, e senza saperlo ha funzionato – nel bene e nel male, con gli inevitabili errori in una sfida di queste dimensioni – da riferimento per gli Stati che hanno dovuto adottare le stesse misure, uno dopo l’altro. In un primo bilancio, mentre la partita è ancora aperta ma l’intensità della minaccia virale si è considerevolmente ridotta, possiamo dire che le misure di contenimento hanno funzionato tagliando la strada alla marcia del virus, mentre abbiamo pagato un numero troppo alto di morti. Questo per gli effetti visibili della pandemia: ma qual è il bilancio dell’infezione della nostra libertà, del contagio della democrazia?
Voltandoci indietro, identifichiamo tre diversi metodi di affrontare la crisi. Il primo, come abbiamo detto, è quello imperativo dei sistemi totalitari, come la Cina. Il secondo, come abbiamo visto, è quello delle democrazie occidentali, che procedono a tentoni sotto gli occhi di tutti, perché devono costantemente rendere conto alla cittadinanza delle loro scelte e dei loro errori: e soprattutto – questo è il punto – quando si trovano a gestire un’emergenza entrano in un’area molto delicata e sensibile, perché governano nello stato d’eccezione. Una condizione in cui la democrazia soffre, perché le sue procedure normali vengono alterate dalla necessità, e i governi si dotano di un sovrapotere legittimo ma nello stesso tempo irregolare, concentrando la potestà decisionale in un meccanismo che consente verticalità, velocità e centralità delle decisioni: ma costituisce proprio per questo un’anomalia democratica. Ecco perché il potere improprio che nasce dall’eccezione va gestito con cura, temporaneamente, in Parlamento, sotto il controllo dell’opposizione, e va restituito al più presto, appena declina l’emergenza.
Il terzo metodo è quello delle democrature, le cosiddette “democrazie autoritarie” secondo il modello disegnato da Putin. Qui i governanti cercano proprio l’anomalia che nasce dall’eccezione e la incamerano, perché sposta ancora di più i confini del gioco democratico, e libera il potere governante dai lacci e lacciuoli dei poteri concorrenti, magistratura, Corte costituzionale, stampa, rendendo il sovrano assoluto, a diretto contatto con il popolo che lo ha investito del comando.
Credevamo che il virus fosse un agente patogeno: con il lockdown che ha trasformato il nostro meccanismo quotidiano di relazioni, affetti, lavoro, abbiamo scoperto che è anche un agente sociale. Adesso dobbiamo prendere atto che inevitabilmente, alla fine, è un attore politico, perché cambia il nostro rapporto con il potere e trasforma persino la soglia delle nostre sensibilità ai diritti e alle facoltà, rovesciando la gerarchia dei valori a cui normalmente facciamo riferimento. Non avremmo mai detto infatti – in tempo di pace – di essere pronti a scambiare quote di libertà in cambio di quote di sicurezza. E invece questo è avvenuto, in una sorta di sottomissione volontaria alla necessità che ci ha resi gregari della necessità, anche perché non vedevamo altra via d’uscita.
È vero che per la prima volta nella modernità eravamo sottoposti a una minaccia universale, che riguardava l’insieme del genere umano. Questa minaccia ha conferito al virus una sorta di identità metafisica, come attore della corruzione del mondo intero, attaccando la salute. Ma subito dopo, in una sorte di spillover culturale, il virus ha iniziato a operare una metamorfosi più profonda e complessiva, spalancando i buchi che si nascondono nel nostro benessere, le falle del welfare mal custodito negli ultimi decenni, spalancando le disuguaglianze, radicalizzandole e rendendole estreme come esclusioni. E infine ha attaccato il lavoro, che resta il fondamento della libertà e della dignità della civiltà occidentale, con le sue proiezioni sociali, culturali e politiche.
In realtà noi personifichiamo il virus regalandogli una strategia che non può avere, determinato com’è dal suo impulso genetico elementare che lo costringe e lo condanna a infettare per riprodursi e preservare la specie. Ciò che attribuiamo a lui, nasce dal nostro disarmo intellettuale e morale davanti alla concretezza dell’infezione, dalla paura di morire che credevamo di aver confinato in qualche periferia lontana dell’esistenza, dall’ultimo esorcismo della modernità, che si rivela inutile mentre ci lascia smarriti. Finché dietro il virus ritroveremo noi stessi.
Sul Venerdì del 17 luglio 2020