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Alcuni operai specializzati della Sogin al lavoro nella sala del reattore (Luigi Narici/ Agf) 

Latina, scusate il ritardo

Dopo trent’anni c’è il via libera alla demolizione dell’impianto nucleare. Ma cosa accadrà con la riconversione? E le scorie dove finiranno? Reportage GUARDA ANCHE IL VIDEO SU REPUBBLICA TV
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BORGO SABOTINO (Latina). «Sarebbe stata la prima centrale con tecnologia interamente italiana, l’ennesimo orgoglio nazionale. Invece…». Nella voce di Severino Alfieri c’è una punta di amarezza, comprensibile per un ingegnere come lui: «Siamo una razza in via di estinzione, al Politecnico gli iscritti a Ingegneria nucleare sono un centinaio». La cupola candida del reattore  Cirene si staglia nel cielo e sembra una moschea, con l’alto camino a strisce bianche e rosse suo degno minareto. «Era un piccolo prototipo con un reattore ad acqua pesante da 50 megawatt» racconta abbassando la mascherina dal viso Alfieri, che guida la disattivazione delle centrali atomiche del nostro Paese «ma l’incidente di Chernobyl ha fermato tutto. Non furono svolte neppure le prove nucleari. È una scatola vuota».

Non è vuoto, invece, il gigante addormentato che sovrasta Cirene dall’alto dei suoi 53 …
BORGO SABOTINO (Latina). «Sarebbe stata la prima centrale con tecnologia interamente italiana, l’ennesimo orgoglio nazionale. Invece…». Nella voce di Severino Alfieri c’è una punta di amarezza, comprensibile per un ingegnere come lui: «Siamo una razza in via di estinzione, al Politecnico gli iscritti a Ingegneria nucleare sono un centinaio». La cupola candida del reattore  Cirene si staglia nel cielo e sembra una moschea, con l’alto camino a strisce bianche e rosse suo degno minareto. «Era un piccolo prototipo con un reattore ad acqua pesante da 50 megawatt» racconta abbassando la mascherina dal viso Alfieri, che guida la disattivazione delle centrali atomiche del nostro Paese «ma l’incidente di Chernobyl ha fermato tutto. Non furono svolte neppure le prove nucleari. È una scatola vuota».

Non è vuoto, invece, il gigante addormentato che sovrasta Cirene dall’alto dei suoi 53 metri, il reattore di Borgo Sabotino, una manciata di chilometri da Latina, ingabbiato da migliaia di tonnellate di cemento, grafite e acciaio. La prima centrale nucleare costruita in Italia e l’ultima ad essere smontata. Il simbolo di un passato visionario del nostro Paese, quando il boom economico cavalcava anche la tigre dell’avanguardia tecnologica e per costruire un impianto come questo bastavano meno di cinque anni, dal progetto del 1958 ai primi kilowatt prodotti nel 1963. Ma anche la prova provata di come quel Paese non esista più, soffocato da decenni di politica votata esclusivamente al consenso e da una burocrazia tentacolare: fermata, come gli altri tre siti italiani (Trino Vercellese, Garigliano e Caorso) dal referendum del 1987, la centrale di Latina (oggi proprietà come le altre della Sogin) ha dovuto attendere più di trent’anni per ottenere il via libera allo smantellamento definitivo, con il placet dell’Ispettorato sulla sicurezza nucleare (Isn) arrivato a fine maggio. Ne serviranno altri sette per ultimare la prima fase di decommissioning, ma poi, se nel frattempo non sarà stato risolto l’ennesimo paradosso italiano, tutto si bloccherà di nuovo.

Il paradosso si chiama Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, un’infrastruttura di superficie dove andranno tombate le scorie prodotte dallo smantellamento delle centrali, oltre ai rifiuti delle attività industriali, di medicina nucleare e di ricerca scientifica, mentre il combustibile “esaurito” delle centrali è parcheggiato in Francia e Gran Bretagna da dove dovrà rientrare non oltre il 2025. Quasi centomila metri cubi di scorie, di cui oltre 17 mila ad alta intensità radioattiva, che oggi sono distribuite in una ventina di depositi temporanei in giro per l’Italia (Borgo Sabotino compreso) e destinate ovviamente a crescere per gli smantellamenti ancora in corso.
Del Deposito si parla almeno dall’inizio del millennio e nel 2010 una legge ha assegnato alla Sogin, società pubblica nata nel 1999 con l’avvio della liberalizzazione del settore elettrico, la missione di localizzare, progettare, costruire e gestire il sito. Esiste anche una “Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee”, scelte in base a 28 criteri tra i quali il rischio sismico, la presenza di vulcani, l’esposizione a frane e inondazioni, la distanza da coste, aeroporti e città popolose, ma ogni governo di qualsivoglia colore che si è succeduto negli ultimi venti anni, l’ha tenuta ben chiusa nei cassetti per evitare di scatenare tensioni sociali perdendo consensi territoriali. Nel 2003, per dire, la cittadinanza di Scanzano Jonico, in Basilicata, protestò e manifestò ininterrottamente per due settimane contro la decisione dell’allora esecutivo Berlusconi di creare lì il deposito nazionale.

Così, anno dopo anno, si è sempre deciso di non decidere e i rifiuti nucleari continuano a essere nascosti sotto il tappeto in religiosa osservanza del principio del Nymby (Not in my back yard, non nel mio cortile). Anche se l’altro cortile, magari, è distante solo pochi chilometri.  «Un dibattito surreale legato più alle conseguenze degli incidenti delle centrali di Chernobyl e Fukushima che al reale rischio, certamente più basso rispetto alle decine di depositi provvisori» dice Alfieri, direttore disattivazione centrali di Sogin.«Bisognerebbe far capire che  più del 40 per cento dei rifiuti radioattivi italiani sono prodotti da industria, ricerca e medicina. Pensi che in Francia il deposito, da un milione di metri cubi, è nella regione della Champagne e che nei Paesi del Nord Europa le comunità territoriali fanno a gara per candidarsi a ospitare i depositi, puntando al volano economico e tecnologico che rappresentano. In Finlandia è prevista addirittura una compensazione finanziaria per i territori che non vengono scelti».

La centrale di Latina è nata da un’idea di Enrico Mattei che, dopo averla affidata all’Agip Nucleare, non farà in tempo a vedere la realizzazione del reattore con tecnologia britannica a gas grafite: il presidente dell’Eni perderà la vita in un misterioso incidente aereo pochi mesi prima dell’inaugurazione di Borgo Sabotino. Nei primi anni 60 del secolo scorso era, con la sua potenza di 210 megawatt, la più grande d’Europa e quando poi si aggiungeranno le altri centrali, l’Italia diventerà la terza potenza elettronucleare civile al mondo dietro Stati Uniti e Inghilterra. Uno scacchiere energetico globale mandato all’aria nel 1986 dal disastro di Chernobyl. Nei trent’anni precedenti la fusione del nocciolo del reattore ucraino, nel mondo erano stati costruiti 409 impianti nucleari. Nei trent’anni successivi solo 194. Un declino dell’atomo con effetti sull’inquinamento globale, visto il parallelo dilagare delle fonti fossili. E senza che quelle alternative siano riuscite per ora a compensare il vuoto: le centrali eoliche, ad esempio, possono fornire energia per il 34,5 per cento del tempo, quelle solari per il 25,1, mentre le centrali nucleari generano energia per il 92,3.

«In Francia si lavora alle centrali di quarta generazione, intrinsecamente sicure» spiega anche lui con un’ombra di rammarico Agostino Rivieccio, direttore del sito di Latina, mentre saliamo le scale di metallo che avvolgono i sei giganteschi boiler rossi ai lati del reattore. Saranno sezionati in nove parti con il filo diamantato, per essere poi ulteriormente segmentati e decontaminati. «Lo smantellamento della centrale produrrà 320 mila tonnellate di materiali, il 90 per cento destinate al recupero e le restanti immagazzinate nel deposito temporaneo che vedete laggiù» dice Rivieccio indicando lo “scatolone” di cemento che si staglia verso il mare . «La nostra è una strategia di economica circolare: quando tutte le strutture saranno demolite e i rifiuti radioattivi condizionati e stoccati, avremo raggiunto la fase brown field, prato marrone. Poi con il trasferimento delle scorie nel deposito nazionale e una volta verificata l’assenza di vincoli di natura radiologica, restituiremo i 140 ettari del sito nello stato di green field, prato verde». L’ottimismo della volontà.

Benassa, il mitico capo-operaio protagonista di Mammut, romanzo d’esordio di Antonio Pennacchi, in poche parole condensa l’emozione dell’ingresso nella centrale per un’occupazione di protesta: «Le facce erano tese. Bianche come lenzuoli. Ognuno, dentro aveva il suo bel terrore. Stavamo violando l’Atomo: la nuova religione, il mistero della fede. L’ignoto senza fine».  Benassi non si sbagliava, l’epopea e il declino del nucleare italiano sono davvero infiniti.

Sul Venerdì del 17 luglio 2021