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Praga, primo Novecento: le guglie della chiesa di Tyn torreggiano sulla piazza della Città Vecchia (Getty Images) 

Kafka non abita più a Praga

Cosa resta della straordinaria città in cui visse lo scrittore? Quasi niente. Eppure, girovagando per i suoi luoghi, un libro prova a far rivivere la magia della capitale ceca
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Certo che gli sarebbe piaciuto il lockdown, quell’immane silenzio dei mesi dell’epidemia, ché Franz Kafka (1883-1924) nella sua breve vita, trascorsa quasi sempre a Praga, continuava a cambiare casa, alla ricerca di un’abitazione silenziosa. Dapprima i traslochi, nell’infanzia e nell’adolescenza dello scrittore, erano determinati dal padre Hermann, commerciante d’umili origini, proveniente da un villaggio boemo, per cui ogni nuovo appartamento segnava una ascesa sociale, mentre la madre Julie Löwy discendeva da una famiglia di mercanti di stoffe, ma – come era d’uso nelle famiglie ebraiche – anche di studiosi e santi rabbini. Insomma una famiglia singolare.

Kafka, negli stessi anni di Thomas Mann, rivela il disagio della famiglia borghese, ma entrambi sono strani difensori di questa istituzione. Mann sposa Katia Pringsheim – una ebrea tedesca – con cui ha sei figli. Distrugge i diari di gioventù dove…
Certo che gli sarebbe piaciuto il lockdown, quell’immane silenzio dei mesi dell’epidemia, ché Franz Kafka (1883-1924) nella sua breve vita, trascorsa quasi sempre a Praga, continuava a cambiare casa, alla ricerca di un’abitazione silenziosa. Dapprima i traslochi, nell’infanzia e nell’adolescenza dello scrittore, erano determinati dal padre Hermann, commerciante d’umili origini, proveniente da un villaggio boemo, per cui ogni nuovo appartamento segnava una ascesa sociale, mentre la madre Julie Löwy discendeva da una famiglia di mercanti di stoffe, ma – come era d’uso nelle famiglie ebraiche – anche di studiosi e santi rabbini. Insomma una famiglia singolare.

Kafka, negli stessi anni di Thomas Mann, rivela il disagio della famiglia borghese, ma entrambi sono strani difensori di questa istituzione. Mann sposa Katia Pringsheim – una ebrea tedesca – con cui ha sei figli. Distrugge i diari di gioventù dove probabilmente erano annotate le sue avventure omoerotiche, ma è sufficiente leggere Morte a Venezia per comprendere la sua "eroica" rinuncia in nome della famiglia borghese. Parimenti straziante è il tentativo di Kafka, sensibile alla legge ebraica di fondare una famiglia, intimorito dall’autorità paterna di sposarsi come deve ogni ebreo, per giunta borghese. I carteggi con la fidanzata Felice e con Milena testimoniano il suo desiderio, la sua fuga, la sua nostalgia.

Solo pochi mesi prima di morire incontra Dora Diamant, l’ebrea orientale, appena ventenne, intrepida e tenera. Con lei ha il coraggio della svolta: lascia Praga, la casa paterna, non è più un figlio. Scrive al padre di Dora, è maggio 1924, chiedendola in moglie. Finalmente. Il padre mostra la lettera a un pio rabbino e la risposta è no. Franz muore il tre giugno, lontano da quella città così potente di cui conosceva strade e palazzi anche per i tanti traslochi.  

Quei suoi spostamenti avvenivano nel primo distretto di Praga, come ricostruisce Giuseppe Lupo in un volumetto agile (A Praga con Kafka, Guido Perrone editore) che si legge senza pausa tanto è ben scritto. Lupo trasforma l’interpretazione di Kafka e della sua opera in una narrazione topografica sulla scia della "geocronologia” dei lavori pionieristici di Klaus Wagenbach, che insieme ad Angelo Maria Ripellino è il riferimento nobile di questa singolare guida. Lupo gradualmente ci conduce all’interno della toponomastica letteraria dell’autore praghese che mai amò Praga e che mai la lasciò salvo gli ultimi mesi peregrinando tra Berlino e Vienna per morire di tisi nel 1924 in una modesta clinica a Kierling (oggi sede di un piccolo museo) nei pressi di Vienna.

La sua Praga non esiste più, distrutta dai tedeschi del Terzo Reich, che estirparono la straordinaria radice ebraico-tedesca della Mitteleuropa. Lupo sa evocare quegli ambienti in cui si svolse la parabola esistenziale e spirituale di Kafka, socialista e ateo da giovane, che però, quando nel 1917 avverte i primi devastanti segni della tubercolosi, ne dà una singolare spiegazione: «Qui la malattia fisica è soltanto uno straripamento della malattia spirituale». E questo "straripamento" viene inseguito, circoscritto, diagnosticato nei vari traslochi, nei vari appartamenti, sempre alla ricerca dello spazio interiore perfetto per la scrittura (non lo trovò, perché non esiste): «Ho dato la disdetta – annota nel diario – per la mia irrequietezza. Ho bisogno di tormentarmi, voglio mutare continuamente condizioni, mi sembra di intuire che la mia salvezza sta nel mutamento».
Mutamento e movimento: il serio e pensoso Doktor Kafka non trova pace e così accetta di passeggiare per ore per quelle stradine del centro in compagnia del giovane Gustav Janouch, cui si deve forse il più bel libro su Kafka: Conversazioni con Kafka, sulla cui autenticità molto si è discusso e che per Lupo costituisce – a ragione – una fonte attendibile, anche se venne pubblicato solo nel 1951. Ma non erano anni tranquilli per nessuno, specie nella Praga del primo dopoguerra, spaccata dai conflitti etnici tra cechi – i nuovi padroni – e i tedeschi, spodestati e avidi di vendetta, d’accordo solo nella comune violenza antisemita. Eppure poteva veramente essere l’inizio del "nuovo mondo", quello evocato nell’ultima sinfonia di Dvorák. I fermenti erano percepibili ma insieme anche agli irreparabili fallimenti.

Gli scritti letti agli amici
Così si legge in una implacabile annotazione che apre il diario nel 1922: «Tutta questa letteratura è assalto al limite e, se non fosse intervenuto il sionismo, avrebbe potuto evolversi facilmente e diventare una nuova dottrina esoterica, una cabala». E i sionisti li aveva tra i suoi amici come Max Brod, il più fedele (alla cui generosità dobbiamo la salvezza dei manoscritti kafkiani). Max era uno dei leader della gioventù sionista di Praga, quella del "Kultursionismus", che faceva riferimento a Martin Buber. Si conoscevano tutti, si frequentavano, caso mai al Café Arco, e a loro Kafka, superando il riserbo e l’insicurezza, leggeva brani dei suoi scritti. Caffè, teatri, giornali, circoli ormai spariti. Vaghe tracce ancora nei cimiteri ebraici, che Lupo ha descritto con la pietas dello scrittore. A Praga con Kafka è l’itinerario in un mondo scomparso, che rivive, quasi involontariamente, nella scrittura kafkiana.

Nei romanzi e nei racconti non incontriamo mai Jude, jüdisch, ebreo, ebraico, mentre nei diari e nelle lettere è il motivo costante, il filo rosso continuo, e proprio Janouch dà voce al silenzio sulla Praga ebraica, golemica, di Kafka: «Gli angoli bui, i passaggi misteriosi, le finestre cieche, i cortili sporchi, le taverne rumorose vivono ancora in noi. […] I nostri passi e i nostri sguardi sono insicuri. Dentro di noi tremiamo ancora come nei vicoli della trascorsa miseria. Il nostro cuore non conosce ancora il risanamento attuato. La vecchia e malsana città ebraica che è in noi è molto più reale di quella nuova e salubre che ci circonda. Camminiamo come in sogno: fantasmi noi stessi di tempi passati». Sogni che si trasformarono in incubi per inabissarsi nella memoria oscura d’Europa. I cechi, tardivamente, gli hanno eretto vari monumenti, annotati con precisione da Lupo, ma non sarà possibile trasformare Kafka in uno scrittore ceco, ma non è nemmeno uno scrittore tedesco. Ripellino l’aveva nominato un «ebreo ingermanito» assai contro voglia. Alla cena di fine del liceo i giovani maturandi si alzarono e intonarono l’inno pangermanista Veglia sul Reno. Kafka rimase seduto, viandante di un altro sogno, che aveva una sua ardita consistenza. Caso mai il suo fiume era la Moldava, che vide per anni da uno dei suoi appartamenti e su cui s’inscena il finale angosciante del suo primo racconto veramente "kafkiano": Il verdetto, con il protagonista che si getta nel fiume per eseguire la sentenza emessa dal padre-giudice: «Io qui ti condanno a morir annegato!» La famiglia, il padre raffigurano i percorsi tortuosi del dramma suo e della sua generazione, quella della nascita della psicoanalisi. I numerosi scrittori ebreo-tedeschi della Mitteleuropa per lui erano «ancora con le zampette posteriori attaccati all’ebraismo paterno e con le anteriori non trovarono un terreno nuovo».

La fuga di Rilke
Il primo romanzo di Kafka, che Brod ha intitolato Amerika, nei diari del 1912 viene indicato come Il disperso, e questa è un’indicazione struggente e precisa dell’universo kafkiano. In tedesco "il disperso", der Verschollene, si riconnette alla radice del suono che si sperde, si smarrisce, evapora nel silenzio, quel silenzio che lo scrittore tentava invano di trovare nei suoi vari appartamenti di quella città misteriosa e spietata, da cui Rilke fuggì – e per sempre – poco più che ventenne. Due destini praghesi contrapposti e tragici, estreme tracce della Praga tedesca.

Sul Venerdì del 17 luglio 2020