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Un’illustrazione che mostra il passaggio della sonda New Horizons nei pressi di Plutone, avvenuto nel 2015. (Science Photo Library / agf) 

Caro astrofisico, spiegami l’universo

Scienziato e star della tv, Neil deGrasse Tyson pubblica i suoi vivaci botta e risposta con fan e detrattori. Come i tanti bambini dispiaciuti perché Plutone non è più un pianeta
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«Caro scienziato, perché Plutone non può essere un pianeta? Il fatto che sia piccolo non significa che non debba essere un pianeta. Ad alcuni piace Plutone. Se non esiste, loro non hanno più un pianeta preferito». Quella della piccola (nove anni) Madeline Trost è soltanto una delle tantissime accorate lettere che Neil deGrasse Tyson, celebre astrofisico e divulgatore, ha ricevuto in seguito alla sua battaglia personale – e assai pubblica – per escludere Plutone dal novero dei pianeti veri e propri del Sistema solare; battaglia conclusa nel 2006 con la decisione dell’Unione Astronomica Internazionale che declassava Plutone a “pianeta nano”. Direttore dell’Hayden Planetarium di New York, consulente della Nasa, conduttore della serie di documentari Cosmos (ereditata da Carl Sagan) e seguito da oltre 14 milioni di persone su Twitter, deGrasse Tyson ha raccolto le cento lettere più curiose ricevute nel corso…
«Caro scienziato, perché Plutone non può essere un pianeta? Il fatto che sia piccolo non significa che non debba essere un pianeta. Ad alcuni piace Plutone. Se non esiste, loro non hanno più un pianeta preferito». Quella della piccola (nove anni) Madeline Trost è soltanto una delle tantissime accorate lettere che Neil deGrasse Tyson, celebre astrofisico e divulgatore, ha ricevuto in seguito alla sua battaglia personale – e assai pubblica – per escludere Plutone dal novero dei pianeti veri e propri del Sistema solare; battaglia conclusa nel 2006 con la decisione dell’Unione Astronomica Internazionale che declassava Plutone a “pianeta nano”. Direttore dell’Hayden Planetarium di New York, consulente della Nasa, conduttore della serie di documentari Cosmos (ereditata da Carl Sagan) e seguito da oltre 14 milioni di persone su Twitter, deGrasse Tyson ha raccolto le cento lettere più curiose ricevute nel corso della sua carriera in un libro, Lettere a un astrofisico. Riflessioni sulla vita, sulla scienza e sul cosmo, appena uscito in Italia per Mondadori.

Come nasce questo libro?
«Per diversi anni il mio indirizzo email è stato di pubblico dominio, sul sito dell’American Museum of Natural History. E così in tanti – gente di tutte le età e professioni – mi hanno scritto per pormi domande sull’universo, o condividere qualche loro dubbio o problema. Ho conservato le lettere e le risposte migliori, sapendo che ne avrei fatto un libro.

Che include la letterina della piccola Madeline. Ci racconta come è andata con Plutone?
«Alla fine degli anni 90 stavo progettando una mostra all’Hayden Planetarium, e Plutone già cominciava a essere, per così dire, “chiacchierato”. Basti dire che nel sistema solare ci sono ben sei lune (compresa la nostra) più grandi di lui, e che per oltre metà del suo volume è composto di ghiaccio. Se lo mettessimo al posto della Terra, il calore del Sole farebbe evaporare tutto quel ghiaccio e a Plutone crescerebbe una coda. Tipo una cometa. Non è un bel comportamento per un pianeta, ecco. Gli altri pianeti ti guarderebbero male se si accorgessero che hai una coda...».

E quindi lei cosa ha fatto?
«Se allestisci una mostra molto costosa, non vuoi che dopo qualche mese qualcuno ti obblighi a cambiarla, e Plutone comportava questo rischio. Così ci siamo detti: “togliamolo dalla categoria dei pianeti e mettiamolo insieme ai corpi ghiacciati della fascia di Kuiper” (che raccoglie asteroidi e pianeti nani). Siamo stati la prima istituzione scientifica ad esporci in modo così pubblico. A inizio 2001 il New York Times se ne è accorto e ha titolato: “Plutone non è un pianeta? Solo a New York”, facendoci passare per ribelli o rinnegati. Da lì siamo stati subissati di lettere di protesta dai fan di Plutone».

Come spiega tutto questo affetto per Plutone?
«Curiosamente vale solo per gli americani. In Europa non ci sono state proteste. All’inizio ho pensato: deve essere perché lo scopritore di Plutone era un americano, Clyde Tombaugh. Ma in realtà non lo conosce quasi nessuno, quindi la soluzione doveva essere un’altra. E alla fine ho capito. Quando i bambini, alla scuola primaria, imparano i nomi dei pianeti, Venere, Marte, Giove non gli dicono nulla perché non conoscono la mitologia romana. Invece Pluto evoca qualcosa che già conoscono e amano: il cane di Topolino. Poi c’è anche chi ha altri motivi: nel New Mexico, dove Tombaugh lavorò a lungo, hanno stabilito per legge che per quanto li riguarda Plutone continua a essere un pianeta».

Molte persone le rivolgono domande sugli Ufo. Come uomo di scienza, come risponde?
«Mettiamo che lei veda delle strane luci che si muovono nel cielo. Sono oggetti? D’accordo. Volano? Certo. Riesce a identificarli? No. Quindi sono “oggetti volanti non identificati”. Ecco, a questo punto in troppi fanno questo salto logico: quell’oggetto dev’essere l’astronave con cui alieni intelligenti sono venuti a visitarci. ”Ma se hai appena ammesso di non sapere cos’è!”, rispondo io. “La discussione dovrebbe finire lì”.  Il guaio è che come specie non sopportiamo l’incertezza e il dubbio – che invece sono motori della scienza – e per giunta oggi conosciamo quanto basta per pensare di avere ragione, ma non quanto basta per capire che abbiamo torto».

Un approccio scientifico alla domanda “siamo soli nell’universo?” è il  cosiddetto paradosso di Fermi: se gli extraterresti esistono, perché non si fanno sentire?
     «Partiamo dal perché viene definito  un paradosso. La nostra galassia potrebbe avere circa 12 miliardi di anni. La stella più vicina al Sole, Proxima centauri, dista quattro anni luce. Se mai un giorno riusciremo a viaggiare a un decimo della velocità della luce, ci serviranno 40 anni per raggiungerla. Se volessimo esplorare il cosmo in questo modo, dovremmo inviare famiglie con bambini, in modo che le nuove generazioni, raggiunte altre stelle, possano costruire nuove astronavi e spostarsi ancora oltre. Così potremmo visitare tutte le stelle della Via Lattea in 100 milioni di anni. Sembrano tanti, ma la nostra galassia esiste da un tempo 120 volte superiore a quello richiesto a una civiltà tecnologica per occuparla tutta. Questo ha portato Enrico Fermi a chiedersi: «Ma allora come mai finora nessun extraterrestre si è fatto vivo?». Ci sono molte ipotesi, ad esempio l’assenza di altra vita intelligente o la difficoltà di superare queste enormi distanze. Un’idea che mi intriga è che civiltà di questo tipo, se mai sono esistite, si siano autoestinte: la stessa molla che ti spinge ad espanderti, l’ambizione di conquista, è anche quella che ti rende bellicoso e ti condanna all’autodistruzione».

Nel libro sono riportate anche domande che sfociano nel paranormale. Lei però non risponde liquidando l’argomento, ma cerca di ricondurre gli interlocutori al ragionamento scientifico...
«Dopo la morte di un mio cugino, sua figlia mi ha scritto di aver sentito la sua voce nella camera ardente: le diceva di andarsene da lì, perché lui era già in un posto migliore. “Era davvero papà, cugino Neil?”. Io le ho risposto che quasi sicuramente si è trattato di un’allucinazione uditiva. Suggerendo una controprova: farsi scrivere da un amico una frase qualsiasi su un foglio, senza vederla, e poi chiedere al defunto di leggerla. Se non ci riesce, significa che quella “voce ultraterrena” in realtà proviene soltanto dal suo cervello».

Avremo davvero una missione umana su Marte entro 20 anni?
«Temo di no. Non siamo andati sulla Luna per la scienza, ma per la Guerra Fredda: per dimostrare di essere più bravi dell’Urss. Investimenti così grandi sono possibili solo se ci sono questi stimoli. Se la Cina dicesse di voler mettere una base militare su Marte, stia sicuro che la Nasa organizzerebbe in un annetto una missione umana. Ma al momento non c’è quest’esigenza. Anche per i privati sarà improponibile, a meno di una generosa commissione da parte di qualche governo, perché solo gli Stati possono permettersi spese di quel tipo. Immaginiamo che Elon Musk raduni un gruppo di investitori. “Allora Elon, cosa vuoi fare?”. “Portare astronauti su Marte”. “Quanto costerà?”. “Mille miliardi di dollari”. “È pericoloso?”. “Molto”. “Qualcuno morirà?”. “Probabile”. “Uhm, ma come conti di monetizzare l’investimento?”. “Non lo so”. Ecco, la conversazione non durerebbe più di cinque minuti. Pensi invece a Cristoforo Colombo. Per farsi finanziare la sua avventurosa spedizione ha dovuto trovare dei sovrani con ambizioni espansionistiche, come Isabella di Castiglia, che in sostanza gli disse: “Ti diamo noi i soldi. Ma facci la gentilezza di piantare queste bandierine della Spagna ovunque vai”».

(Sul Venerdì del 24 luglio 2020)