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Sono Chiara e amo mia moglie. Forse

Perché i gay si sposano più delle lesbiche? Per rispondere Chiara Sfregola, «borghese e femminista» si è sposata e ha scritto un libro. Intervista (con finale a sorpresa)
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L'11 maggio 2016 veniva approvata in Italia la legge Cirinnà che regola l’unione civile tra persone dello stesso sesso. Da allora le unioni stipulate tra uomini sono state circa quattromila l’anno: il doppio rispetto a quelle tra donne. È perché in Italia ci sono meno lesbiche che gay? «Non direi» risponde inarcando un sopracciglio Chiara Sfregola, scrittrice e produttrice di serie tv, lesbica, femminista e moglie. Il suo secondo libro, Signorina (Fandango), è un saggio-memoir che parla proprio di questo: il matrimonio tra donne. Un tema di cui si sa poco, forse per lo stesso motivo per cui si celebrano pochi matrimoni tra donne: le lesbiche non sono a proprio agio con gli istituti di tradizione patriarcale. È possibile un compromesso femminista? O in fondo si tratta solo di compromesso borghese? Sfregola, che si considera sia «molto borghese» che «davvero femminista», ha preso di petto il suo confl…
L'11 maggio 2016 veniva approvata in Italia la legge Cirinnà che regola l’unione civile tra persone dello stesso sesso. Da allora le unioni stipulate tra uomini sono state circa quattromila l’anno: il doppio rispetto a quelle tra donne. È perché in Italia ci sono meno lesbiche che gay? «Non direi» risponde inarcando un sopracciglio Chiara Sfregola, scrittrice e produttrice di serie tv, lesbica, femminista e moglie. Il suo secondo libro, Signorina (Fandango), è un saggio-memoir che parla proprio di questo: il matrimonio tra donne. Un tema di cui si sa poco, forse per lo stesso motivo per cui si celebrano pochi matrimoni tra donne: le lesbiche non sono a proprio agio con gli istituti di tradizione patriarcale. È possibile un compromesso femminista? O in fondo si tratta solo di compromesso borghese? Sfregola, che si considera sia «molto borghese» che «davvero femminista», ha preso di petto il suo conflitto interiore. Senza venirne a capo, va da sé, ma strappando lungo il cammino certi finissimi veli che occultano la relazione tra donne.

Quando c’è stato il matrimonio?
«Nel 2017. L’idea era fare una festa a base di pane, mortadella vegana e vino rosso. Alla fine è diventato un evento con tanto di catering, inviti cartacei e damigelle. Mi è costato un anno di preparativi, che equivale a un master in gestione aziendale. Potendo, lo inserirei nel curriculum».

C’è stato anche un anello di fidanzamento?
«Sì. Ci ho messo mesi a trovare quello giusto. Dovrei aggiungere al curriculum anche le conoscenze acquisite nel campo della gemmologia».

E l’abito?
«Ovviamente bianco. Avevo persino una corona di fiori. Sarà poco femminista dirlo, ma è stato il giorno più bello della mia vita».

E qui veniamo al punto: molte femministe considerano il matrimonio un’istituzione irrimediabilmente reazionaria.
«La loro sfiducia mi rattrista. Cioè, storicamente è così, hanno ragione. Ma io credo nel matrimonio egalitario. Di più: che la riforma della società parta proprio da qui. Bisogna modernizzare l’istituto, non eliminarlo. Immaginare altri tipi di strutture familiari».

Per esempio?
«Una famiglia che tuteli i figli di coppie omogenitoriali. Se due donne hanno un bambino con il seme di un donatore, la legge riconosce come madre solo quella biologica. Se quella biologica muore, l’altra non è riconosciuta come tale. Ma anche senza arrivare a casi drammatici, conosco madri “non biologiche” che vivono nel terrore che le vengano chiesti i documenti. Quando vanno a prendere il figlio all’asilo, o ai vaccini. E per gli uomini è anche peggio».

Perché i figli sono una faccenda da donne.
«Sì. Meglio se bianche, bionde e borghesi. Io, oltre a essere bianca, bionda e borghese, sembro etero. È uno svantaggio nella comunità, ma è la Cadillac del lesbismo, perché rende invisibili. Finché non parli, ti protegge dall’omofobia».

Voi pensate di fare un figlio?
«No».

Perché?
«Questa curiosità nasconde un sottotesto reazionario. Sembra dire: hai la possibilità di rientrare nella norma, allora fallo, diventa madre e trova il tuo posto nel mondo. Altri invece sopportano il nostro matrimonio proprio perché non abbiamo figli. Della serie: va bene, vi siete sposate, ma giustamente non fate figli, voi sì che pensate ai bambini. Brave. Fate le lesbiche a casa vostra».

Cosa fanno le lesbiche a casa loro?
«Parlano. Tra donne si parla molto, e parlare fa bene. Infatti secondo Gottman, il guru della terapia di coppia, le coppie lesbiche litigano “meglio” di quelle etero. In modo più costruttivo. Ah, c’è anche uno studio americano che dice che le lesbiche sono più soddisfatte sessualmente. Non mi stupisce, visto che pare che il segreto della soddisfazione sessuale sia comunicare».

Tutto torna.
«Eppure il mito della “morte del letto lesbico” persiste».

Cosa afferma?
«Che le lesbiche dopo un po’ smettono di fare sesso e si danno alle coccole».

Spiegazioni?
«Suppongo rifletta l’idea che la donna non può autodeterminarsi sessualmente senza un maschio. Credo sia per questo motivo che i nazisti distinguevano tra lesbiche e gay: agli uomini il triangolino rosa, alle donne il nero, quello dei pazzi e degli asociali».

E poi ci sarebbe il cliché sui ruoli all’interno della coppia…
«Stiamo parlando della famosa domanda “chi fa l’uomo?” ».

Quella.
«Posto che è una domanda cretina, secondo me quello che vogliono chiederci veramente è: “Chi paga il conto?”. In fondo è meno imbarazzante parlare di sesso che di soldi».

Nel libro si parla di coppie aperte
«L’Italia è il Paese con il tasso di tradimenti più alto d’Europa, ma dire “siamo una coppia aperta” è più difficile che fare coming out».

Voi come vi regolate?
«Abbiamo concordato un certo grado di tolleranza».

D’altronde l’unione civile non prevede l’obbligo di fedeltà.
«Se è per questo, nell’unione civile basta che uno dei due vada in Comune a dichiarare la fine dell’unione per separarsi. Va bene il divorzio breve, ma questa è un’umiliazione. Hanno fatto di tutto per distinguere l’unione civile dal matrimonio».

Cosa significa per lei matrimonio?
«Per me è un progetto di “safe space”. Un luogo sicuro, in cui dare e ricevere accoglienza, liberi di essere sé stessi».

Il suo come sta andando?
«La stupirò: non bene».

Può essere più precisa?
«Sono appena andata via di casa».
Ah.
«È una scelta concordata. Una forma di autodeterminazione eccitante e spaventosa allo stesso tempo. Resisteremo anche a questo? Chissà. Comunque vada, sarà successo. Con amore».

Sul Venerdì del 24 luglio 2020