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Una protesta in piazza a Tirana a fine maggio (Florion Goga/ Reuters/ Contrasto) 

Edi Rama è diventato un artista. Del potere

Il premier albanese ha silenziato media e opposizioni (e distrutto il teatro nazionale). Ma da noi e in Europa vanta ancora ottima stampa. Perché? Abbiamo indagato
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Lo scorso 7 maggio il primo ministro albanese Edi Rama annuncia che le misure anti-Covid hanno ormai i giorni contati. Sono stati mesi di strettissimo lockdown, che hanno permesso all’Albania di contenere tutto sommato contagi e vittime nonostante la cronica emigrazione di medici e infermieri e un’area, i Balcani, che ora preoccupa l’Europa. Il 17 maggio, prima di tornare alla normalità, c’è un’ultima cosa da fare: verso le 4 del mattino una ruspa raggiunge il centro di Tirana e, nel silenzio accumulato da sessanta notti di coprifuoco sanitario, abbatte il Teatro Nazionale.

L’incursione fa tabula rasa del movimento popolare a difesa del teatro, del monito del presidente della Repubblica e di una causa pendente alla Corte costituzionale: nulla da fare, lo storico edificio progettato nel 1939 dall’italiano Giulio Bertè deve cedere alla modernizzazione incalzante. Lo scandalo è enorme, e il danno d’immagine per …
Lo scorso 7 maggio il primo ministro albanese Edi Rama annuncia che le misure anti-Covid hanno ormai i giorni contati. Sono stati mesi di strettissimo lockdown, che hanno permesso all’Albania di contenere tutto sommato contagi e vittime nonostante la cronica emigrazione di medici e infermieri e un’area, i Balcani, che ora preoccupa l’Europa. Il 17 maggio, prima di tornare alla normalità, c’è un’ultima cosa da fare: verso le 4 del mattino una ruspa raggiunge il centro di Tirana e, nel silenzio accumulato da sessanta notti di coprifuoco sanitario, abbatte il Teatro Nazionale.

L’incursione fa tabula rasa del movimento popolare a difesa del teatro, del monito del presidente della Repubblica e di una causa pendente alla Corte costituzionale: nulla da fare, lo storico edificio progettato nel 1939 dall’italiano Giulio Bertè deve cedere alla modernizzazione incalzante. Lo scandalo è enorme, e il danno d’immagine per Edi Rama, l’artista che dopo undici anni da sindaco di Tirana e sette da premier stenta ancora a considerarsi un politico, forse irreparabile. Ma non era il leader modello di un Paese lanciato verso lo sviluppo economico e l’adesione all’Unione Europea?

Due anni fa per il Venerdì intervistammo Edi Rama in occasione dell’edizione italiana del suo libro sull’esperienza da sindaco. Ebbe parole di fuoco per il predecessore Sali Berisha, che scambiava se stesso per il popolo e i propri interessi per il bene comune. Nonostante l’energia, la cultura e le tante lingue parlate magnificamente, l’ex artista sembra replicare oggi la stessa tronfia parabola.

«In Albania diciamo che il primo mandato di governo è dedicato al lavoro, il secondo al potere» dice Afrim Krasniqi, a capo dell’Istituto di studi politici di Tirana. «Rama non fa eccezione, e dalla rielezione nel 2017 ha perso la sua carica riformatrice». Politicamente l’Albania è in macerie da ben prima del terremoto dello scorso novembre: «Un anno fa l’opposizione ha commesso l’errore di abbandonare il parlamento» continua Krasniqi. «Ma un primo ministro responsabile avrebbe cercato il dialogo, Edi Rama invece ha usato toni sempre più aggressivi».

Sotto gli occhi delle istituzioni europee si è arrivati alla farsa delle elezioni locali del 30 giugno che, per il boicottaggio dell’opposizione, hanno assegnato al Partito socialista il 100 per cento delle municipalità. A Tirana il sindaco è stato rieletto con il 94,2 per cento. Può entrare in Europa un Paese che si rassegna al partito unico?

In realtà, nonostante l’unanimità apparente, lo scontro politico si fa sempre più acceso. Basir Collaku è un giornalista legato all’opposizione. Nell’aprile 2019 viene minacciato di morte, due mesi dopo si rifà con un editoriale sobriamente intitolato Dobbiamo ammazzare Edi Rama?. Sempre lo scorso anno sette organizzazioni europee hanno chiesto al premier di non chiamare più “spazzatura” gli operatori dei media: «Tra censura e autocensura, l’informazione indipendente è ormai confinata nei social dei singoli giornalisti» dice Besar Likmeta, reporter del network investigativo BIRN. «Ma le nuove leggi antidiffamazione puntano a eliminare anche queste voci residuali». Quando nel 2015 Likmeta scopre i legami tra mafia ed alcuni politici, Edi Rama lo minaccia di querela: «La querela non è mai arrivata» dice il reporter al Venerdì. «Ma il clima per i giornalisti è pesantissimo: per non essere aggrediti bisogna limitarsi alle opinioni, perché appena sfiori i fatti vieni preso di mira».

Se nel 2003 l’Albania si classificava 34ma su 186 Paesi nell’indice della libertà di stampa di Reporters sans frontières, oggi non va oltre l’84° posto. Sarà per questo che lo scorso anno a squassare il Paese non è stato un giornale locale ma la tedesca Bild, denunciando la compravendita di voti per le elezioni del 2017. L’opposizione è insorta, mentre il premier annunciava di aver sporto querela in Germania: «In quella nazione benedetta dove la dignità personale è un valore intangibile si capirà finalmente chi ha ragione e chi ha torto!». Un anno dopo la querela risulta meno pomposamente ritirata.

Tra governo e opposizione, denunce e querele, gli albanesi, soprattutto i giovani, preferiscono chiamarsi fuori: quasi quattro laureati su dieci lavorano all’estero, mentre il 70 per cento dei trentenni punta a emigrare al più presto. Anni di crescita economica non hanno mutato a fondo il mondo del lavoro: forse anche perché, come assicurò Rama in un celebre incontro con Matteo Renzi, «da noi non ci sono i sindacati». Correva l’anno 2014. Cinque anni dopo i minatori di Bulqiza hanno provato a fondarne uno: a pochi giorni dalla registrazione ufficiale del Sindacato dei minatori uniti, il leader Elton Debreshi viene licenziato in tronco. Dopo poche settimane è il turno di altri tre compagni: «È tutto illegale, abbiamo scioperato, ma per i media albanesi semplicemente non esistiamo» ci dice Debreshi.

La principale miniera di Bulqiza è di proprietà di Samir Mane, l’uomo più ricco del Paese. L’estrazione della cromite va a gonfie vele, e non si è fermata nemmeno nei mesi del lockdown: «Ma le nostre paghe non superano i 500 euro al mese» continua il sindacalista. «Abbiamo bisogno di aumenti salariali, indennità per gli infortuni e un governo meno legato agli interessi degli oligarchi». Nell’Albania del 2020, solo per aver esposto queste richieste, Elton Debreshi per il momento ha bisogno soprattutto di un lavoro.

Di fronte a tante falle politiche e sociali le istituzioni europee lanciano moniti ma non affondano il colpo: «Per Bruxelles Edi Rama ha il merito di garantire stabilità interna e buoni rapporti con i vicini» dice il politologo Krasniqi. «Ma all’Albania più che stabilità serve democrazia e rispetto delle istituzioni». E invece l’uomo forte ha messo in bacheca l’ennesimo trofeo politico: «Erano anni che il premier voleva liberarsi del Teatro Nazionale, ma è stato comunque un intervento improvviso e violento» dice Jonida Gashi, antropologa che ha promosso una lettera di protesta firmata da tanti artisti. La tesi dei firmatari è che, soprattutto all’estero, la fascinazione per Rama abbia oscurato i guasti delle sue politiche: «In 7 anni ha privatizzato tutto, e con il brutale intervento del 17 maggio ha mostrato cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove leggi sulla sicurezza».

Come al solito, il premier ha reagito parlando di «valanga di falsità». Ma quella notte ha lasciato il segno. Per Gashi il Teatro Nazionale custodiva troppe memorie per essere spianato a quel modo: «Chi l’ha demolito pagherà un prezzo altissimo». Ne è convinto anche Krasniqi: «La cosa più grave è che abbattendo il Teatro ha smesso di essere un artista». Resta solo il politico che crede di essere il popolo.

Sul Venerdì del 31 luglio 2020