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Antonio Bassolino è nato ad Afragola (Napoli) il 20 marzo del 1947. È stato ministro del Lavoro (1998-1999), sindaco di Napoli (1993-2000) e presidente della Regione Campania (2000-2010) (Pierpaolo Scavuzzo/ Agf) 

Antonio Bassolino: governatori si nasce

Da Zaia a De Luca, i presidenti di Regione svettano nei sondaggi. Abbiamo incontrato il primo Viceré della seconda Repubblica
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ROMA. Antonio Bassolino ha conservato il passo lungo e la ricerca minuziosa della parola esatta. Le due cose in lui spesso combaciano. Pensieri e riflessioni nascono da certe arrampicate in montagna o nei chilometri percorsi con l’anima del runner. Passo dopo passo, in fondo, era lo slogan con cui si presentò alle Comunali di Napoli nel 1993, prima tappa di un percorso che lo ha visto poi ministro del Lavoro nel governo D’Alema e per dieci anni governatore della Campania. Molti lo chiamano ancora presidente ma è la parola sindaco che gli fa brillare gli occhi, quella che lo indurrebbe in tentazione per il 2021, sempre che alla tentazione non stia lavorando già.

Si è affezionato all’immagine del mammut da quando il Foglio lo ha definito così in un ritratto di due anni fa, alla diciottesima assoluzione in 18 processi. Ha un’intensa attività su Facebook ma l’istinto da Pliocene è riemerso quando il lockdown g…
ROMA. Antonio Bassolino ha conservato il passo lungo e la ricerca minuziosa della parola esatta. Le due cose in lui spesso combaciano. Pensieri e riflessioni nascono da certe arrampicate in montagna o nei chilometri percorsi con l’anima del runner. Passo dopo passo, in fondo, era lo slogan con cui si presentò alle Comunali di Napoli nel 1993, prima tappa di un percorso che lo ha visto poi ministro del Lavoro nel governo D’Alema e per dieci anni governatore della Campania. Molti lo chiamano ancora presidente ma è la parola sindaco che gli fa brillare gli occhi, quella che lo indurrebbe in tentazione per il 2021, sempre che alla tentazione non stia lavorando già.

Si è affezionato all’immagine del mammut da quando il Foglio lo ha definito così in un ritratto di due anni fa, alla diciottesima assoluzione in 18 processi. Ha un’intensa attività su Facebook ma l’istinto da Pliocene è riemerso quando il lockdown gli ha tolto il contatto con la folla, il contatto vero, «in metropolitana» dice adesso al tavolo di un bar a Roma, «oppure a bordo dell’autobus 140. Sa cosa penso? Il linguaggio conta. Le parole sono importanti. Speriamo di lasciarci finalmente alle spalle questa assurda definizione di distanziamento sociale».

Non le piace?
«Più distanziati socialmente di come siamo? Il virus non è scomparso e l’attenzione non deve calare. Ha ancora la sua importanza tenere una distanza fisica di sicurezza. Ma è fisica. Non sociale. Anzi, noi abbiamo bisogno del rapporto sociale, del rapporto con l’altro, amico e avversario, un bisogno di mescolanza, di dialogo, di confronto. Forse mai come in questo momento al primo punto dell’agenda politica vedo una questione di riduzione della distanza sociale».

Che cosa glielo fa credere?
«Da mesi siamo dentro una crisi senza precedenti. Come un terremoto, si è detto, per intendere un fatto enorme. Io ricordo bene quello dell’Irpinia e della Basilicata nel 1980. Con il terremoto si scappa fuori casa, tante famiglie hanno vissuto per settimane intere in strada. Con il coronavirus ci siamo rinchiusi nelle nostre stanze. Un terremoto ha dimensione territoriale, il Covid-19 ne ha una globale. Questo termine così esatto – pandemia – a me pare sia stato usato con notevole ritardo. Anche dalle organizzazioni internazionali».

Lei è stato governatore, sindaco e ministro. Come sono stati i rapporti fra le istituzioni?
«Sono emerse novità. Abbiamo assistito a uno slittamento nei rapporti. Le Regioni hanno avuto un potere significativo. Per ragioni oggettive: perché la Sanità è una loro competenza rilevante, sebbene non esclusiva. Ma anche per ragioni soggettive. Da una parte il governo ha scelto di non esercitare fino in fondo i poteri che gli venivano in presenza di una profilassi internazionale – anche comprensibilmente, dico – per avere una corresponsabilità istituzionale da parte delle Regioni vicine al territorio. Dall’altra, città e Comuni hanno concordato una sospensione del potere di ordinanza sindacale in materia sanitaria».

I sindaci potevano essere più presenti?
«Il sindaco è l’autorità sanitaria cittadina. Ero stato appena eletto a Napoli, tre giorni prima al porto si era addensata una nube preoccupante. Usai il potere di ordinanza sindacale, uno strumento che va al di là delle deliberazioni di giunta e di consiglio. Come me hanno fatto tanti sindaci, ma di fronte al Covid-19 no. Devono aver pensato non fosse il caso di rischiare una dispersione negli interventi. È stato un grandissimo senso di responsabilità, ai confini con l’eccesso. Ma ora siamo in una fase nuova».

Non regge più questo schema?
«Nel passaggio da un’emergenza fondamentalmente sanitaria a una situazione nella quale vengono in primo piano aspetti economici e preoccupazioni sociali, va ripristinata una piena collaborazione. In diverse realtà è stata debole tra Regione e grandi città. Il caso della Lombardia e di Milano mi pare emblematico. Ora ricuciamo quello che si è slabbrato, riprendiamo la strada per un rientro nella piena responsabilità diffusa. Il tema è analogo tra Parlamento e governo. Penso sia il momento di tornare a un decrescente uso dei decreti legge e dei dpcm. Non so quanta consapevolezza ci sia del fatto che siamo alla vigilia di una stagione delicata».

È preoccupato dal dopo virus?
«Siamo di fronte a una questione sociale enorme, dalle dimensioni inedite, con un aumento della disoccupazione e la crescita di nuove fasce di povertà. Riprendere a girare per le strade, nel mio caso in una città come Napoli, ha consentito di vedere la realtà com’è. Le mense dei poveri sono cambiate. Agli ospiti tradizionali si sono unite molte badanti, tante donne che hanno perso il lavoro; si sono unite persone che mai avrebbero immaginato di cadere sotto la soglia di povertà. Alla mensa di Porta Capuana, quartiere popolare napoletano, mi ha colpito vedere persone con gli occhi bassi, per non farsi riconoscere. Al Monte dei Pegni, nel cuore di Napoli, capisci dall’abbigliamento delle persone in fila che cosa sta succedendo. Dagli sguardi che cercano di non incrociarsi. Ecco perché parlare di terremoto sociale ha un senso».

Anche lei vede il rischio di rivolte?
«Governo, forze sociali, tutti noi, dobbiamo evitare due strade che sarebbero tutt’e due sbagliate e dannose. Quella delle rivolte sociali e l’altra della rassegnazione, della chiusura in se stessi, della perdita di ogni speranza. Il ruolo dell’Europa è di fondamentale importanza, altrimenti non ce la si fa. Né noi né altri. Si avverte il bisogno di una svolta coerente, ci si gioca il futuro del continente. È di grande valore l’intesa raggiunta nel vertice della settimana scorsa».

Vista dal Sud, com’è questa epidemia che ha colpito soprattutto il Nord? Molti hanno parlato di un ribaltamento di discriminazione nel Paese. Le è parso di coglierlo?
«Penso di conoscere Napoli. Io ho colto soprattutto un sentimento di soddisfazione per la maniera in cui la città ha reagito. Il lockdown non è stato uguale per tutti. Gli abitanti dei vicoli sono stati in casa settimane e settimane. Durante la fase 2 ho visto persone rimanere nei bassi, senza uscire, non solo per paura ma per l’orgoglio di mostrarsi rispettose di un invito. Se non ci fosse stata questa volontà, neppure la Nato le avrebbe tenute in casa. È l’orgoglio che consentì di trasformare il G7 in un grande evento popolare. Noi napoletani abbiamo molti difetti, ma risorse straordinarie. Perciò dico: no, non mi sono accorto di questa discriminazione. Una delle eredità di questo virus è la necessità di rapporti diversi tra Nord e Sud. Noi meridionali sappiamo bene, storicamente, che senza il Mezzogiorno il Paese nel suo insieme non ce la fa ad avere livelli di sviluppo e di crescita civile. Proprio per questo dobbiamo sapere che senza una nuova ripresa e su nuove basi del Nord, non andremo da nessuna parte. Abbiamo bisogno gli uni degli altri».

Si aspetta un terremoto anche nel quadro politico?
«È in corso da tempo e non ci eravamo assestati. Due anni fa abbiamo avuto il balzo dei 5 Stelle, l’ascesa della Lega, una botta del Pd senza precedenti, il calo al 18 per cento di un partito fondato per essere una grande forza popolare a vocazione maggioritaria. Solo un anno dopo, le Europee con la Lega al 34, i 5 Stelle dimezzati e il dato più impressionante: 21 milioni e mezzo di astenuti. Una scelta politica, non solo disaffezione. Esiste un partito degli astenuti che arriva a farci configurare una società di astenuti, una parte consistente d'Italia che sceglie di non partecipare. Questo è il grande tema, già visto alle Comunali nel 2016 a Roma, a Torino, a Napoli con il 36 per cento dei cittadini al voto al ballottaggio».

L’astensione è populismo?
«Non è un partito populista, quello. È una massa da riconquistare, parlando il linguaggio dei giovani ma anche frequentando gli autobus, le metropolitane, prendendo il caffè con le persone. Purtroppo ci siamo disabituati alla riflessione politica. Anziché cercare di capire, forte è la tentazione di voltare pagina».

Si discute poco a sinistra?
«Se la sinistra perde nelle grandi città, non dovrebbe allarmarsi? Se giri pagina dopo il referendum del 2016 – e lo dice uno che sosteneva il sì venendo dall’esperienza dell’elezione diretta – se non rifletti su quello che c’è dietro il voto, sull’incapacità di unire forze diverse, si sommano errori a errori. Al referendum Renzi ha unito forze diverse sì, ma contro di noi e contro la stessa riforma. Ora, non è che dobbiamo avere nostalgia del passato, ma nei grandi partiti di massa l’analisi del voto era un esercizio politico e intellettuale. Era un’analisi della società. Dopo il voto amministrativo a Castellammare di Stabia nel 1977 ci furono articoli su Rinascita, discussioni in Comitato centrale, nei comitati federali di tutta Italia per stabilire se la sconfitta fosse locale o riconducibile alla solidarietà nazionale e al governo delle astensioni. Una enorme discussione. Eravamo esagerati, ma siamo esagerati eccome quando si perde un referendum, si perde nelle grandi città e non si riflette. È un errore commesso anche dalla Lega. Quando cresci molto e all’improvviso, se non rifletti, se non misuri il fiato – parlo il linguaggio della montagna – se non avanzi passo dopo passo, allora sì che gira la testa».

Sul Venerdì del 31 luglio 2020