Zadie Smith: il mio diario del lockdown
Roberto Festa , di ROBERTO FESTAIntervista alla scrittrice, di cui esce una raccolta di saggi scritti durante la quarantena. Ma non chiamatelo instant book
Scrivere per controllare la realtà. Scrivere per «parlare con sé stessi» e fare in modo che qualcuno ascolti. Scrivere in tempi difficili, per riscoprire le cose importanti oltre la scrittura. L’amore. Il tempo. La giustizia sociale. È quello che fa Zadie Smith in Questa strana e incontenibile stagione (Sur, traduzione di Martina Testa), sei piccoli e preziosissimi saggi scritti nei mesi in cui l’America è stata travolta dalle proteste per l’omicidio di George Floyd e una pandemia storica ha colpito l’intero globo.
Narratrice e saggista – dai romanzi come Denti bianchi e Della bellezza fino ai recenti racconti di Grand Union – Smith insegna scrittura creativa alla New York University, ed è proprio a New York che il virus ha bloccato in casa lei e la sua famiglia. «È stato doloroso vedere la città svuotarsi. New York vive per la vita sociale, i teatri, la cultura. Non so quale sar&ag…
Narratrice e saggista – dai romanzi come Denti bianchi e Della bellezza fino ai recenti racconti di Grand Union – Smith insegna scrittura creativa alla New York University, ed è proprio a New York che il virus ha bloccato in casa lei e la sua famiglia. «È stato doloroso vedere la città svuotarsi. New York vive per la vita sociale, i teatri, la cultura. Non so quale sar&ag…
Scrivere per controllare la realtà. Scrivere per «parlare con sé stessi» e fare in modo che qualcuno ascolti. Scrivere in tempi difficili, per riscoprire le cose importanti oltre la scrittura. L’amore. Il tempo. La giustizia sociale. È quello che fa Zadie Smith in Questa strana e incontenibile stagione (Sur, traduzione di Martina Testa), sei piccoli e preziosissimi saggi scritti nei mesi in cui l’America è stata travolta dalle proteste per l’omicidio di George Floyd e una pandemia storica ha colpito l’intero globo.
Narratrice e saggista – dai romanzi come Denti bianchi e Della bellezza fino ai recenti racconti di Grand Union – Smith insegna scrittura creativa alla New York University, ed è proprio a New York che il virus ha bloccato in casa lei e la sua famiglia. «È stato doloroso vedere la città svuotarsi. New York vive per la vita sociale, i teatri, la cultura. Non so quale sarà il suo futuro» dice Smith ora che è tornata a Londra, dove è nata.
Questa strana e incontenibile stagione è un viaggio tra i pensieri di questi mesi. Tenendo accanto a sé proprio i Pensieri di Marco Aurelio – «un esempio di chiarezza e capacità di guardarsi dentro» – Smith riflette sulla libertà del mestiere di scrittrice, che fa sì che «i tulipani della realtà sulla pagina diventino peonie»; sull’assolutezza della sofferenza; su come l’isolamento abbia trasformato la nozione di tempo e su quanto l’omicidio di un nero a Minneapolis abbia svelato le gerarchie sociali americane. Ne esce un racconto intimo e ondeggiante, come sono di solito i pensieri. Pur prendendo spunto dalla cronaca, il libro riesce alla fine a essere tutto il contrario dell’instant book. Di fronte a eventi che cambiano l’esistenza, la scrittrice fa l’unica cosa che sa fare: scrive, ben sapendo che la scrittura è sempre un atto di resistenza, che può rivelarsi impari di fronte all’urgenza della vita.
Come sono stati i mesi di lockdown a New York?
«Rivelatori. Il tempo di New York è psicotico. Non esiste nulla che non sia programmato, produttivo, monetizzabile. Ed è diventato il mio tempo. Anch’io vado in giro dicendo quanto sono presa, quanto non abbia un momento libero. Il virus ha fermato questo tempo e mi ha fatto comprendere con chiarezza quanto io stessa sia stata coinvolta in questo sistema».
Il virus negli Stati Uniti ha ucciso soprattutto i più poveri, i neri, quelli che non possono permettersi un’assistenza sanitaria. L’emergenza coronavirus cambia qualcosa della percezione che gli americani hanno delle loro enormi diseguaglianze sociali?
«È presto per dirlo. L’America ha avuto due momenti in cui si è cercato di creare una società più giusta: l’età della Ricostruzione, dopo la Guerra Civile e l’abolizione della schiavitù, e gli anni Sessanta, con il passaggio della legislazione sui diritti civili. In entrambi i casi, strutture legali più eque furono smantellate nei successivi decenni. Oggi le scuole di New York sono segregate come negli anni Cinquanta. Il Covid-19 ha mostrato che la morte, negli Stati Uniti, ha sempre una fisionomia e un reddito molto precisi. Non so però dire quanto questa percezione si trasformerà in azione. In America si fa spesso molto rumore ma il progresso procede in modo lento».
In Questa strana e incontenibile stagione lei parla del “disprezzo come virus”. Il virus non è solo il Covid-19, è anche il pregiudizio sociale e razziale sbattuto in faccia ai più deboli. È il disprezzo, insito nel gesto del poliziotto che ha ucciso George Floyd, ad aver prodotto proteste così violente?
«È difficile spiegare perché certi eventi assumano un significato particolare. Per molti in America la morte di George Floyd è qualcosa di perfettamente riconoscibile. È successo nel passato, succederà ancora, perché alcuni sono meno cittadini di altri. Per una parte del Paese, c’è però voluta la vittima sacrificale per capire quanto il sistema giudiziario sia corrotto. Probabilmente, come in tutti i momenti storici, c’è stata oggi una conflagrazione di cose diverse. L’omicidio di Floyd si è innestato sull’esasperazione per le ingiustizie passate e sulla stanchezza delle persone, chiuse in casa da mesi. E la rabbia è esplosa».
Le proteste sono state influenzate dalla disperazione creata dall’emergenza coronavirus nelle comunità afroamericane?
«All’inizio il virus ha colpito in proporzione molto maggiore i neri e i più poveri. Le cose poi sono cambiate, ed è diventato un problema di tutti. Ma in quella prima fase, le tradizionali gerarchie americane hanno funzionato. Se sei povero e svantaggiato, hai più probabilità di morire; ai neri è sempre andata male, andrà male anche questa volta. La noncuranza con cui questa realtà è accolta, in America, ha questa volta generato una rabbia che si è poi incanalata nelle proteste per Floyd».
Le mobilitazioni sono un possibile vaccino contro il virus del razzismo?
«Penso che per cambiare davvero le cose ci voglia un sistema di leggi. Non capisco perché il razzismo debba essere considerato una questione personale. Non mi interessa cambiare la testa e il cuore della gente. Le manifestazioni di impegno antirazzista sono cose bellissime, ma fino a quando non viene introdotta una legislazione, le cose non cambiano. La Gran Bretagna non è un Paese perfetto, ma qui le conquiste in tema di eguaglianza razziale sono il prodotto di un sistema di leggi; leggi che, per esempio, hanno creato un sistema scolastico per tutti. È questo che mi ha permesso di studiare, non l’amore e la buona volontà dei miei vicini. L’unica strada è desegregare l’America. Temo ci vorrà del tempo».
Alcuni dicono che dopo questi mesi nulla tornerà come prima. Che ne pensa?
«Lo spero. Nei Paesi in cui vivo, Stati Uniti e Gran Bretagna, ci sono troppe cose malate. C’è bisogno di cambiamento, di una presa di posizione anti-capitalistica. Ci sono segnali interessanti: la monetizzazione delle nostre società, la sanità, il ruolo della polizia vengono messi in discussione. Nascono idee radicali su un diverso tempo del lavoro. Questo libro io l’ho scritto a casa e da casa hanno lavorato quelli che hanno partecipato alla sua produzione. Tutto è filato liscio. Esiste una menzogna sulla produttività, che l’emergenza di questi mesi finalmente rivela».
Sul Venerdì del 31 luglio 2020
Narratrice e saggista – dai romanzi come Denti bianchi e Della bellezza fino ai recenti racconti di Grand Union – Smith insegna scrittura creativa alla New York University, ed è proprio a New York che il virus ha bloccato in casa lei e la sua famiglia. «È stato doloroso vedere la città svuotarsi. New York vive per la vita sociale, i teatri, la cultura. Non so quale sarà il suo futuro» dice Smith ora che è tornata a Londra, dove è nata.
Questa strana e incontenibile stagione è un viaggio tra i pensieri di questi mesi. Tenendo accanto a sé proprio i Pensieri di Marco Aurelio – «un esempio di chiarezza e capacità di guardarsi dentro» – Smith riflette sulla libertà del mestiere di scrittrice, che fa sì che «i tulipani della realtà sulla pagina diventino peonie»; sull’assolutezza della sofferenza; su come l’isolamento abbia trasformato la nozione di tempo e su quanto l’omicidio di un nero a Minneapolis abbia svelato le gerarchie sociali americane. Ne esce un racconto intimo e ondeggiante, come sono di solito i pensieri. Pur prendendo spunto dalla cronaca, il libro riesce alla fine a essere tutto il contrario dell’instant book. Di fronte a eventi che cambiano l’esistenza, la scrittrice fa l’unica cosa che sa fare: scrive, ben sapendo che la scrittura è sempre un atto di resistenza, che può rivelarsi impari di fronte all’urgenza della vita.
Come sono stati i mesi di lockdown a New York?
«Rivelatori. Il tempo di New York è psicotico. Non esiste nulla che non sia programmato, produttivo, monetizzabile. Ed è diventato il mio tempo. Anch’io vado in giro dicendo quanto sono presa, quanto non abbia un momento libero. Il virus ha fermato questo tempo e mi ha fatto comprendere con chiarezza quanto io stessa sia stata coinvolta in questo sistema».
Il virus negli Stati Uniti ha ucciso soprattutto i più poveri, i neri, quelli che non possono permettersi un’assistenza sanitaria. L’emergenza coronavirus cambia qualcosa della percezione che gli americani hanno delle loro enormi diseguaglianze sociali?
«È presto per dirlo. L’America ha avuto due momenti in cui si è cercato di creare una società più giusta: l’età della Ricostruzione, dopo la Guerra Civile e l’abolizione della schiavitù, e gli anni Sessanta, con il passaggio della legislazione sui diritti civili. In entrambi i casi, strutture legali più eque furono smantellate nei successivi decenni. Oggi le scuole di New York sono segregate come negli anni Cinquanta. Il Covid-19 ha mostrato che la morte, negli Stati Uniti, ha sempre una fisionomia e un reddito molto precisi. Non so però dire quanto questa percezione si trasformerà in azione. In America si fa spesso molto rumore ma il progresso procede in modo lento».
In Questa strana e incontenibile stagione lei parla del “disprezzo come virus”. Il virus non è solo il Covid-19, è anche il pregiudizio sociale e razziale sbattuto in faccia ai più deboli. È il disprezzo, insito nel gesto del poliziotto che ha ucciso George Floyd, ad aver prodotto proteste così violente?
«È difficile spiegare perché certi eventi assumano un significato particolare. Per molti in America la morte di George Floyd è qualcosa di perfettamente riconoscibile. È successo nel passato, succederà ancora, perché alcuni sono meno cittadini di altri. Per una parte del Paese, c’è però voluta la vittima sacrificale per capire quanto il sistema giudiziario sia corrotto. Probabilmente, come in tutti i momenti storici, c’è stata oggi una conflagrazione di cose diverse. L’omicidio di Floyd si è innestato sull’esasperazione per le ingiustizie passate e sulla stanchezza delle persone, chiuse in casa da mesi. E la rabbia è esplosa».
Le proteste sono state influenzate dalla disperazione creata dall’emergenza coronavirus nelle comunità afroamericane?
«All’inizio il virus ha colpito in proporzione molto maggiore i neri e i più poveri. Le cose poi sono cambiate, ed è diventato un problema di tutti. Ma in quella prima fase, le tradizionali gerarchie americane hanno funzionato. Se sei povero e svantaggiato, hai più probabilità di morire; ai neri è sempre andata male, andrà male anche questa volta. La noncuranza con cui questa realtà è accolta, in America, ha questa volta generato una rabbia che si è poi incanalata nelle proteste per Floyd».
Le mobilitazioni sono un possibile vaccino contro il virus del razzismo?
«Penso che per cambiare davvero le cose ci voglia un sistema di leggi. Non capisco perché il razzismo debba essere considerato una questione personale. Non mi interessa cambiare la testa e il cuore della gente. Le manifestazioni di impegno antirazzista sono cose bellissime, ma fino a quando non viene introdotta una legislazione, le cose non cambiano. La Gran Bretagna non è un Paese perfetto, ma qui le conquiste in tema di eguaglianza razziale sono il prodotto di un sistema di leggi; leggi che, per esempio, hanno creato un sistema scolastico per tutti. È questo che mi ha permesso di studiare, non l’amore e la buona volontà dei miei vicini. L’unica strada è desegregare l’America. Temo ci vorrà del tempo».
Alcuni dicono che dopo questi mesi nulla tornerà come prima. Che ne pensa?
«Lo spero. Nei Paesi in cui vivo, Stati Uniti e Gran Bretagna, ci sono troppe cose malate. C’è bisogno di cambiamento, di una presa di posizione anti-capitalistica. Ci sono segnali interessanti: la monetizzazione delle nostre società, la sanità, il ruolo della polizia vengono messi in discussione. Nascono idee radicali su un diverso tempo del lavoro. Questo libro io l’ho scritto a casa e da casa hanno lavorato quelli che hanno partecipato alla sua produzione. Tutto è filato liscio. Esiste una menzogna sulla produttività, che l’emergenza di questi mesi finalmente rivela».
Sul Venerdì del 31 luglio 2020