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Arturo Lorenzoni, 53 anni, davanti alla basilica di Sant’Antonio (Mirco Toniolo/ Errebi/ Agf) 

Mission impossible: il vicesindaco di Padova sfida Zaia

Chance di battere il governatore in Veneto? Per i sondaggi, zero. Ma Arturo Lorenzoni giura che il leghista vende fumo. E che lui corre per vincere. Intervista
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PADOVA. Arturo Lorenzoni ha 53 anni ed è un uomo di sereno successo: insegna all'Università di Padova, da venticinque anni studia l'interazione tra economia ed energia, da tre è vicesindaco della città del Santo dopo aver portato la sua lista civica a una clamorosa affermazione elettorale. Un vincente, insomma. Eppure ci tiene a perdere: già a gennaio il centrosinistra veneto lo aveva candidato per le Regionali della scorsa primavera. Il Covid-19 ha impedito che si votasse, ma dopo grandi titubanze la nuova tornata elettorale è stata fissata per fine settembre. C'era il tempo di scappare, di trovarsi un altro impegno, di passare il testimone a qualcuno con meno prestigio da perdere. E invece a inizio estate lo stesso centrosinistra presenta lo stesso candidato governatore.

Il fatto è che l'attuale presidente della Regione, il leghista Luca Zaia, gode da sempre di ampio consenso. Ma a fine maggio un sondaggio rileva che,…
PADOVA. Arturo Lorenzoni ha 53 anni ed è un uomo di sereno successo: insegna all'Università di Padova, da venticinque anni studia l'interazione tra economia ed energia, da tre è vicesindaco della città del Santo dopo aver portato la sua lista civica a una clamorosa affermazione elettorale. Un vincente, insomma. Eppure ci tiene a perdere: già a gennaio il centrosinistra veneto lo aveva candidato per le Regionali della scorsa primavera. Il Covid-19 ha impedito che si votasse, ma dopo grandi titubanze la nuova tornata elettorale è stata fissata per fine settembre. C'era il tempo di scappare, di trovarsi un altro impegno, di passare il testimone a qualcuno con meno prestigio da perdere. E invece a inizio estate lo stesso centrosinistra presenta lo stesso candidato governatore.

Il fatto è che l'attuale presidente della Regione, il leghista Luca Zaia, gode da sempre di ampio consenso. Ma a fine maggio un sondaggio rileva che, dopo mesi di allarme pandemico, il tasso di gradimento di Zaia è schizzato a un mostruoso 92 per cento. Quando mi siedo all'Osteria l'Anfora, nel centro di Padova, sono insomma tra carbonari: si può iniziare una contesa elettorale partendo da uno zoccolo duro dell'8 per cento? Che si possa, me lo fa capire la risposta piccata quando provo a metterla giù il più morbidamente possibile: allora, come sarà questa sfida tra Modello Padova e Miracolo veneto? "Miracolo cosa? Qui è un disastro!" s'infervora il portavoce del candidato. No, Arturo Lorenzoni non ha intenzione di affidarsi a Sant'Antonio. Magari perderà, ma in questi due mesi di campagna elettorale punta a rivoltare come un calzino il sistema Zaia: "La nostra Regione vive un declino drammatico, guai se non invertiamo la rotta al più presto". Difficile. La riconferma del governatore leghista è talmente scontata che c'è chi guarda alle elezioni del 20 settembre come a una partita tutta interna alla Lega: se il veneto Zaia arriva al 70 per cento, saranno guai per il lombardo Salvini. Ma Lorenzoni non si scompone: "Anche nel mio campo c'è chi pensa che perdere bene sarebbe un mezzo successo, ma il Veneto deve cambiare, e per cambiare bisogna vincere".

Per vincere, Lorenzoni deve scalare quota 92. Il gradimento del governatore in carica è il convitato di pietra al tavolo dell'Anfora: "Zaia gratifica l'ego dei veneti con grandi pacche sulle spalle, ma da anni si limita a gestire l'esistente, manca di ogni progettualità politica". Sarà una campagna anomala, con gli elettori in spiaggia, e i candidati a distanza di sicurezza. Ma i carbonari del centrosinistra sono convinti di poter spezzare l'incantamento: "Il governatore è abilissimo a vendere merce non sua" incalza Lorenzoni. "Dice di aver portato in Veneto le Olimpiadi del 2026, ma la realtà è che a Baselga di Piné, amena località del Trentino, si svolgeranno più gare che a Cortina!".

E poi c'è il Covid-19, con la sanità veneta che si è dimostrata tanto più robusta del sistema collassato in Lombardia: "Ma per Zaia questa tenuta è una lezione più che un merito: la sua giunta ci ha tormentato per anni con il mito della sanità privata lombarda". Eppure il carro del governatore va. Per mesi le sue conferenze stampa a reti unificate hanno accompagnato i pranzi di un'intera regione in lockdown: si partiva con le ultime dal coronavirus per virare sui disegni recapitati dai bambini, la lotteria di Pasqua, addirittura la schiusa in diretta di una covata di pulcini. E intanto Zaia parlava, intimava, rassicurava e lievitava nei sondaggi: "Tutti ne parlano bene, ma a un giornalista che ne decantava il buongoverno l'altro giorno ho chiesto di farmi un esempio di qualcosa di importante progettato e realizzato da questa giunta. Ha detto che ci penserà".

"Noi siamo veneti" ripete Zaia. Ed è forse il cuore del suo inossidabile consenso. Ma Lorenzoni ricorda che l'autonomia è ancora di là da venire, mentre Veneto strade (regionale) ha appena devoluto ad Anas (statale) la gestione di 700 chilometri d'asfalto. L'autonomia del gambero, insomma. Ma poi, come stanno questi veneti? "L'anno scorso in 18 mila si sono trasferiti all'estero con un saldo demografico negativo di seimila abitanti, mentre nello stesso 2019 per la prima volta il nostro export è stato superato da quello emiliano-romagnolo". Tutti sintomi di un lento, sorprendente declino: "Nell'indifferenza della politica abbiamo perso centralità e autorevolezza, le nostre multiutility hanno ormai la testa in Lombardia e anche un'impresa storica come Cattolica Assicurazioni rischia di finire in pancia alle Generali di Trieste".

Beati i popoli che possono accontentarsi di bravi amministratori. Ma per Lorenzoni non sbagliare non basta più. Occorre che la politica batta un colpo su ambiente, solidarietà, sviluppo: "In questa campagna elettorale dominata da paura pandemica e crisi economica sarà difficile parlare della Riviera del Brenta che in pochi decenni rischia di finire sott'acqua, ma proverò a far capire che a forza di chiusure identitarie stiamo diventando una regione poco appetibile: tra i miei laureati chi vuole fondare un'impresa ormai preferisce farlo a Londra, Milano, al limite Bologna". Oltre che analisi e proposte, Lorenzoni porta in campagna elettorale la sua esperienza al Comune di Padova: "In tre anni abbiamo finanziato la seconda linea del tram e progettato la terza, mentre quasi ventimila metri cubi di costruzioni già autorizzate sono stati riconvertiti in ristrutturazioni edilizie e verde pubblico".

Chissà se basterà a spezzare l'incantamento. Dal giorno dopo le elezioni ci sarà comunque spazio per ripredere il filo, magari proprio dalla Riviera del Brenta. Per il giorno prima, invece, poche speranze. Anzi una sola: "Nella testa di Zaia c'è un mondo chiuso" riflette Lorenzoni. "Nei primi giorni del coronavirus ha avuto quella terrificante uscita sui cinesi mangiatori di topi, e da qualche settimana è tornato a dare la colpa dei contagi ora ai serbi, ora ai migranti, ora agli stranieri tout court". Come dire che tra una pacca e l'altra potrebbe spararne una grossa. I carbonari sono pronti ad approfittarne.

Sul Venerdì del 7 agosto 2020