Hasta la medaglia siempre
Angelo Carotenuto , di ANGELO CAROTENUTOQuarant’anni fa a Mosca esplodeva la potenza sportiva di Cuba, in nome e per conto di Fidel. Il modello dell’atleta militante ora è superato. Ma attenti a dare per chiusa un’era
Mijaín López Núñez era in Canada, al torneo preolimpico, quando ha saputo che i Giochi di Tokyo erano stati rinviati di un anno e che dunque per un anno ancora avrebbe dovuto mangiare meno. Dai suoi due metri d’altezza ha alzato gli occhi al cielo, è sceso dalla bilancia che segnava 134 chili e ha detto che a ritirarsi non ci pensava, perché fra i 38 anni di quest’estate e i 39 della prossima alla fine che differenza fa. Così in questi mesi di lockdown tutti l’hanno visto a Cuba, sul terrazzo di casa, alzare pesi, poi alzare pesi, e più tardi alzare pesi ancora. Perché Mijaín López Núñez s’è messo in testa di aggiungere un quarto oro olimpico nella lotta greco-romana ai tre che ha già messo da parte. Per la gloria di Cuba e del suo popolo.
Quella di Tokyo sarebbe stata e sarà per Cuba la prima Olimpiade del dopo Fidel. Castro è morto tre mesi …
Quella di Tokyo sarebbe stata e sarà per Cuba la prima Olimpiade del dopo Fidel. Castro è morto tre mesi …
Mijaín López Núñez era in Canada, al torneo preolimpico, quando ha saputo che i Giochi di Tokyo erano stati rinviati di un anno e che dunque per un anno ancora avrebbe dovuto mangiare meno. Dai suoi due metri d’altezza ha alzato gli occhi al cielo, è sceso dalla bilancia che segnava 134 chili e ha detto che a ritirarsi non ci pensava, perché fra i 38 anni di quest’estate e i 39 della prossima alla fine che differenza fa. Così in questi mesi di lockdown tutti l’hanno visto a Cuba, sul terrazzo di casa, alzare pesi, poi alzare pesi, e più tardi alzare pesi ancora. Perché Mijaín López Núñez s’è messo in testa di aggiungere un quarto oro olimpico nella lotta greco-romana ai tre che ha già messo da parte. Per la gloria di Cuba e del suo popolo.
Quella di Tokyo sarebbe stata e sarà per Cuba la prima Olimpiade del dopo Fidel. Castro è morto tre mesi dopo la cerimonia di chiusura di Rio de Janeiro, un’edizione che ha visto il Paese al diciottesimo posto nel medagliere con 5 ori, 2 argenti e 4 bronzi, in linea di galleggiamento con le spedizioni precedenti, ma dietro, molto dietro agli anni d’oro, al quarto posto di Mosca ‘80 e al quinto di Barcellona ‘92, quando 14 ori, 6 argenti e 11 bronzi furono la più eclatante dimostrazione del fatto che il sistema sportivo messo in piedi dopo la Revolución era in grado di competere con il mondo e batterlo. Un anno più tardi, in recessione economica, orgogliosamente fiera di respingere donazioni americane di cibo e medicine, Cuba era impegnata a dedicare tutte le sue energie statali per risollevarsi dalla Storm of the Century, la tempesta del secolo che fece dieci morti e un miliardo di dollari di danni. Perciò tra i cinque ori di Rio più amati c’è quello del pugile peso medio Arlen López Cardona. Perché è nato a Guantánamo e perché è nato nel ‘93.
Non è solo con le medaglie che lo sport di Cuba ha misurato i suoi progressi. La presa del potere di Fidel portò alla fondazione dell’Inder, l’Istituto nazionale dello sport, dell’educazione fisica e della ricreazione, un ente pubblico che aveva la cultura dello sport come politica statale e il diritto al suo accesso come colonna ideologica. Castro sapeva bene che il giudizio mediatico sulla sua politica, nella quale era compreso il veto al professionismo, sarebbe stato legato al gran teatro delle Olimpiadi, dove prima di lui le vittorie erano state l’esercizio di un pioniere solo, uno schermidore d’inizio Novecento, Ramón Fonst Segundo, nato sull’isola ma formato in Francia, simbolicamente morto nell’anno del giuramento di Fidel da primo ministro.
Da Monaco 1972 in avanti Cuba ha costruito su scala mondiale, rinnovandola ogni quattro anni, l’epica dell’isola dei campioni, dove tutti erano qualcosa in più di sé stessi. Prima di ogni altro Teófilo Stevenson, il peso massimo al quale Mijaín López vuole portare via il record degli ori consecutivi. Il terzo arrivò nei giorni di agosto di 40 anni fa a Mosca, nel modo più facile per via del boicottaggio Usa ma anche nel modo meno soddisfacente, perché non c’era pugile cubano che non salisse sul ring con una sola vera missione: battere gli americani.
Non picchiavano per soldi ma per gloria, per un’idea di patria, e meglio di tutti picchiava Stevenson, figlio di un discreto boxeur che a suo tempo si era fermato al quinto incontro, quando aveva scoperto che lo avevano fregato, che la borsa del match era soltanto di 10 pesos. Una questione che non avrebbe riguardato mai Teófilo, al quale una ricca agiografia attribuisce una frase-manifesto, pronunciata nel giorno in cui erano diventate insistenti le proposte perché passasse professionista, magari con un altro passaporto, magari per battersi contro Muhammad Ali: «Cosa sono cinque milioni di dollari davanti all’amore di otto milioni di cubani?». La ricompensa di Mamma Cuba era il più delle volte un appartamento.
Fidel si è fatto fotografare nel tempo in tenuta da baseball, in percussione su un campo di basket mentre sfidava gli alunni della scuola agraria, accanto a Maradona. Ha avuto la fedeltà di chi vinceva per la Rivoluzione, mille campioni poi nominati dirigenti o viceministri: da Alberto Juantorena, oro Montréal nel 1976 sui 400 e gli 800 metri, a Javier Sotomayor e Iván Pedroso, fuoriclasse del salto in alto e del salto in lungo.
«Non chiamateci poveri» ha detto Sotomayor in una intervista con il quotidiano catalano La Vanguardia a febbraio scorso «a Cuba non ci sono analfabeti né bambini senza copertura sanitaria. Né bambini né adulti. Non c’è gente denutrita. Nello sport e nella scienza siamo tra i migliori al mondo. Soffriamo limitazioni economiche. Con Trump abbiamo fatto dei passi indietro, si tratta del presidente americano più duro con noi che ci sia mai stato».
La vecchia Cuba si è fatta propaganda con le nazionali di baseball e di pallavolo, con quattro lettere maiuscole stampate sul petto sulle maglie, fino a conoscere la stagione dei dissidenti, gli sportivi in viaggio all’estero e che all’estero restavano, o quelli e quelle che prendevano un altro passaporto, si facevano figli di un’altra nazione. La nuova Cuba è stretta tra l’eredità e la transizione, tra la vocazione sociale dello sport intatta e il quadro economico-politico mutato dall’apertura al professionismo e addirittura il ritorno in nazionale per chi è espatriato a cercar dollari: come i pallavolisti Robertlandy Simón Aties (Civitanova), Raydel Hierrezuelo Aguirre (Ziraat Bankasi Ankara), Michael Sánchez Bozhulev (Insurance Stars). Un’eresia fino a qualche anno fa e del resto la sola mossa possibile. Cuba vincerà probabilmente un oro a Tokyo nella pallavolo, ma non con la sua squadra. La vincerà con Yoandy Leal che è diventato brasiliano, con Wilfredo León che gioca per la Polonia o con l’italiano Osmany Juantorena.
Eppure questo è lo sport che ha portato due finali mondiali (1990 e 2010) e due bronzi olimpici. «La percezione che lo sport cubano sia in profonda crisi non è infondata» ha scritto Cuba News in gennaio. «Sicuramente i tempi sono cambiati e siamo rimasti indietro in varie materie, ma gli atleti dell’isola conservano ancora parte del misticismo». L’estate scorsa Cuba ha vinto dopo otto anni il titolo continentale, ma solo grazie al fatto che gli Usa avevano mandato la squadra B.
Mijaín López Núñez a parte, prevedere come sarebbe stata o come sarà la prima Olimpiade dopo Fidel è una sfida complicata. Uno studio di Gracenote accredita Cuba del ventitreesimo posto nel medagliere con 4 ori, 5 argenti e 3 bronzi. Un quadriennio è forse un arco di tempo troppo breve per misurare la nuova modernità di Cuba o per capire dove stia andando. I prossimi saranno soprattutto i primi Giochi da quando il wi-fi sull’isola è libero. Una rivoluzione – di nuovo – che sta facendo crescere la diffusione del più capitalista tra gli sport occidentali, il calcio, ma che può portare conseguenze imprevedibili. Se il keniano Julius Yego ha imparato a lanciare il giavellotto oltre i 90 metri guardando su YouTube la tecnica dei finlandesi, dobbiamo iniziare a chiederci cosa possa riservarci l’isola dei campioni, quando scoprirà la diffusione digitale delle competenze, della tecnica e delle idee. Sempre per la patria, sempre per il popolo, ma stavolta aperti al mondo.
Sul Venerdì del 7 agosto 2020
Quella di Tokyo sarebbe stata e sarà per Cuba la prima Olimpiade del dopo Fidel. Castro è morto tre mesi dopo la cerimonia di chiusura di Rio de Janeiro, un’edizione che ha visto il Paese al diciottesimo posto nel medagliere con 5 ori, 2 argenti e 4 bronzi, in linea di galleggiamento con le spedizioni precedenti, ma dietro, molto dietro agli anni d’oro, al quarto posto di Mosca ‘80 e al quinto di Barcellona ‘92, quando 14 ori, 6 argenti e 11 bronzi furono la più eclatante dimostrazione del fatto che il sistema sportivo messo in piedi dopo la Revolución era in grado di competere con il mondo e batterlo. Un anno più tardi, in recessione economica, orgogliosamente fiera di respingere donazioni americane di cibo e medicine, Cuba era impegnata a dedicare tutte le sue energie statali per risollevarsi dalla Storm of the Century, la tempesta del secolo che fece dieci morti e un miliardo di dollari di danni. Perciò tra i cinque ori di Rio più amati c’è quello del pugile peso medio Arlen López Cardona. Perché è nato a Guantánamo e perché è nato nel ‘93.
Non è solo con le medaglie che lo sport di Cuba ha misurato i suoi progressi. La presa del potere di Fidel portò alla fondazione dell’Inder, l’Istituto nazionale dello sport, dell’educazione fisica e della ricreazione, un ente pubblico che aveva la cultura dello sport come politica statale e il diritto al suo accesso come colonna ideologica. Castro sapeva bene che il giudizio mediatico sulla sua politica, nella quale era compreso il veto al professionismo, sarebbe stato legato al gran teatro delle Olimpiadi, dove prima di lui le vittorie erano state l’esercizio di un pioniere solo, uno schermidore d’inizio Novecento, Ramón Fonst Segundo, nato sull’isola ma formato in Francia, simbolicamente morto nell’anno del giuramento di Fidel da primo ministro.
Da Monaco 1972 in avanti Cuba ha costruito su scala mondiale, rinnovandola ogni quattro anni, l’epica dell’isola dei campioni, dove tutti erano qualcosa in più di sé stessi. Prima di ogni altro Teófilo Stevenson, il peso massimo al quale Mijaín López vuole portare via il record degli ori consecutivi. Il terzo arrivò nei giorni di agosto di 40 anni fa a Mosca, nel modo più facile per via del boicottaggio Usa ma anche nel modo meno soddisfacente, perché non c’era pugile cubano che non salisse sul ring con una sola vera missione: battere gli americani.
Non picchiavano per soldi ma per gloria, per un’idea di patria, e meglio di tutti picchiava Stevenson, figlio di un discreto boxeur che a suo tempo si era fermato al quinto incontro, quando aveva scoperto che lo avevano fregato, che la borsa del match era soltanto di 10 pesos. Una questione che non avrebbe riguardato mai Teófilo, al quale una ricca agiografia attribuisce una frase-manifesto, pronunciata nel giorno in cui erano diventate insistenti le proposte perché passasse professionista, magari con un altro passaporto, magari per battersi contro Muhammad Ali: «Cosa sono cinque milioni di dollari davanti all’amore di otto milioni di cubani?». La ricompensa di Mamma Cuba era il più delle volte un appartamento.
Fidel si è fatto fotografare nel tempo in tenuta da baseball, in percussione su un campo di basket mentre sfidava gli alunni della scuola agraria, accanto a Maradona. Ha avuto la fedeltà di chi vinceva per la Rivoluzione, mille campioni poi nominati dirigenti o viceministri: da Alberto Juantorena, oro Montréal nel 1976 sui 400 e gli 800 metri, a Javier Sotomayor e Iván Pedroso, fuoriclasse del salto in alto e del salto in lungo.
«Non chiamateci poveri» ha detto Sotomayor in una intervista con il quotidiano catalano La Vanguardia a febbraio scorso «a Cuba non ci sono analfabeti né bambini senza copertura sanitaria. Né bambini né adulti. Non c’è gente denutrita. Nello sport e nella scienza siamo tra i migliori al mondo. Soffriamo limitazioni economiche. Con Trump abbiamo fatto dei passi indietro, si tratta del presidente americano più duro con noi che ci sia mai stato».
La vecchia Cuba si è fatta propaganda con le nazionali di baseball e di pallavolo, con quattro lettere maiuscole stampate sul petto sulle maglie, fino a conoscere la stagione dei dissidenti, gli sportivi in viaggio all’estero e che all’estero restavano, o quelli e quelle che prendevano un altro passaporto, si facevano figli di un’altra nazione. La nuova Cuba è stretta tra l’eredità e la transizione, tra la vocazione sociale dello sport intatta e il quadro economico-politico mutato dall’apertura al professionismo e addirittura il ritorno in nazionale per chi è espatriato a cercar dollari: come i pallavolisti Robertlandy Simón Aties (Civitanova), Raydel Hierrezuelo Aguirre (Ziraat Bankasi Ankara), Michael Sánchez Bozhulev (Insurance Stars). Un’eresia fino a qualche anno fa e del resto la sola mossa possibile. Cuba vincerà probabilmente un oro a Tokyo nella pallavolo, ma non con la sua squadra. La vincerà con Yoandy Leal che è diventato brasiliano, con Wilfredo León che gioca per la Polonia o con l’italiano Osmany Juantorena.
Eppure questo è lo sport che ha portato due finali mondiali (1990 e 2010) e due bronzi olimpici. «La percezione che lo sport cubano sia in profonda crisi non è infondata» ha scritto Cuba News in gennaio. «Sicuramente i tempi sono cambiati e siamo rimasti indietro in varie materie, ma gli atleti dell’isola conservano ancora parte del misticismo». L’estate scorsa Cuba ha vinto dopo otto anni il titolo continentale, ma solo grazie al fatto che gli Usa avevano mandato la squadra B.
Mijaín López Núñez a parte, prevedere come sarebbe stata o come sarà la prima Olimpiade dopo Fidel è una sfida complicata. Uno studio di Gracenote accredita Cuba del ventitreesimo posto nel medagliere con 4 ori, 5 argenti e 3 bronzi. Un quadriennio è forse un arco di tempo troppo breve per misurare la nuova modernità di Cuba o per capire dove stia andando. I prossimi saranno soprattutto i primi Giochi da quando il wi-fi sull’isola è libero. Una rivoluzione – di nuovo – che sta facendo crescere la diffusione del più capitalista tra gli sport occidentali, il calcio, ma che può portare conseguenze imprevedibili. Se il keniano Julius Yego ha imparato a lanciare il giavellotto oltre i 90 metri guardando su YouTube la tecnica dei finlandesi, dobbiamo iniziare a chiederci cosa possa riservarci l’isola dei campioni, quando scoprirà la diffusione digitale delle competenze, della tecnica e delle idee. Sempre per la patria, sempre per il popolo, ma stavolta aperti al mondo.
Sul Venerdì del 7 agosto 2020