Abrogo sfortune: buon Ferragosto
Stefano Bartezzaghi , di STEFANO BARTEZZAGHIUn anagramma è dire due cose diverse con le stesse lettere. Ma a volte ci svela molto di più: un encomio, una mezza verità, persino un augurio. Come il titolo che leggete qui sopra
Dieci anni fa – pare però un secolo – Silvio Berlusconi si trovava al culmine della sua carriera politica e poteva registrare qualche soddisfazione anche nella sua vita personale. Sul primo versante, era a capo del governo; sul secondo era visibilmente contento di sé anche perché, come lasciava capire, trovava tempo pure per i suoi interessi venatori in campo femminile.
Cominciavano anzi a darne dovizioso riscontro cronache giornalistiche, anche giudiziarie. In un’occasione non certo politica, pare di ricordare un ricevimento nuziale, Berlusconi prese la parola per annunciare che qualcuno gli aveva fatto pervenire un biglietto, a nome di una fantomatica “società enigmistica”: il biglietto conteneva l’anagramma del suo nome-e-cognome, che proclamava “Silvio Berlusconi” come “L’unico boss virile”. Anagramma di aderenza invero perfetta non tanto alla realtà (difficile da verificare…
Cominciavano anzi a darne dovizioso riscontro cronache giornalistiche, anche giudiziarie. In un’occasione non certo politica, pare di ricordare un ricevimento nuziale, Berlusconi prese la parola per annunciare che qualcuno gli aveva fatto pervenire un biglietto, a nome di una fantomatica “società enigmistica”: il biglietto conteneva l’anagramma del suo nome-e-cognome, che proclamava “Silvio Berlusconi” come “L’unico boss virile”. Anagramma di aderenza invero perfetta non tanto alla realtà (difficile da verificare…
Dieci anni fa – pare però un secolo – Silvio Berlusconi si trovava al culmine della sua carriera politica e poteva registrare qualche soddisfazione anche nella sua vita personale. Sul primo versante, era a capo del governo; sul secondo era visibilmente contento di sé anche perché, come lasciava capire, trovava tempo pure per i suoi interessi venatori in campo femminile.
Cominciavano anzi a darne dovizioso riscontro cronache giornalistiche, anche giudiziarie. In un’occasione non certo politica, pare di ricordare un ricevimento nuziale, Berlusconi prese la parola per annunciare che qualcuno gli aveva fatto pervenire un biglietto, a nome di una fantomatica “società enigmistica”: il biglietto conteneva l’anagramma del suo nome-e-cognome, che proclamava “Silvio Berlusconi” come “L’unico boss virile”. Anagramma di aderenza invero perfetta non tanto alla realtà (difficile da verificare e iperbolica in quell’”unico”) quanto alla rappresentazione della medesima, come meglio non poteva desiderarla l’interessato.
Ma quindi che cos’è un anagramma? Un gioco, un’astruseria, un magheggio, una passione da picchiatelli: ma anche qualcosa di cui un potente può andare fiero, come se in fondo in fondo qualcosa di rivelatorio ci deve pur essere. Sia consentito fare notare che se ne sta ora parlando sul Venerdì di Repubblica: non lo si precisa per parlare di noi, ma perché si tratta di una delle tribune da cui si è espresso per anni e anni l’indimenticabile Gianni Mura. Pochi quanto lui in Italia hanno legato il proprio nome ai giochi con le parole e in particolare all’anagramma. Nel 1986 Mura è stato autore della prima intervista importante che il semisconosciuto Berlusconi diede dopo aver acquistato il Milan.
Nella prima riga Mura aveva fatto notare che il cognome “Berlusconi” è “eteroletterale”, è cioè composto di lettere tutte diverse l’una dall’altra. Come anagrammista Mura era pressoché imbattibile: non ricordo se si fosse esercitato anche su Berlusconi, e come, ma molti anni prima aveva traslitterato il nome secolare del Papa in “Carol Voitila” e lo aveva anagrammato in “l’Alto Vicario”. A chi sbigottiva per la perfezione definitoria della formula, Gianni faceva notare che non funzionava in polacco né in alcun’altra lingua: che magia sarebbe, quella dell’anagramma, se può perfezionarsi solo in una lingua alla volta?
Si fa l’esempio di “attore” che diventa “teatro” e non c’è “Stefania” che non sia ammaliata dal venire a sapere che il suo nome si anagramma in “fantasie”, così come tradizionalmente si ritiene che uno dei nomi segreti che la tradizione degli arcana imperii attribuisce a Roma fosse “Amor”, la forma specialissima di anagramma che prende il nome di “bifronte” . Potete provare anche voi a trarre auspici. Se siete su un lido arenoso userete uno stecchetto del ghiacciolo sulla sabbia; l’ideale però sono le lettere di un alfabetiere; il non plus ultra, quelle nel sacchetto dello Scarabeo. Con nomi di quattro lettere è subito fatto: “mare = rema”. Poco il gusto. Già a sei è meno banale, “marina = Armani”; a otto diventa un cimento per esperti: “perizoma = zomperai”.
Come in tutte le cose, la forma mentis è necessaria e il resto lo fa l’esercizio. Quando ci sono entrambi allora ci si può procurare qualche divertimento. Un caso di scuola. Due settimane fa Giorgia Meloni ha attaccato sul piano ideologico e forse anche sul teologico la più famosa canzone di John Lennon (la politica italiana ha risvolti spassosi, almeno da un certo punto di vista). L’occhio allenato trovava il celeberrimo titolo fra le lettere della detrattrice e poteva completare un anagramma: “Giorgia Meloni”: “Imagine? Il rogo!”. Prendendoci gusto, e cercando nell’arbitrio del gioco un poco di arguzia, con gli anni sono fioriti esempi variegati e in certi periodi se n’è anche nutrita una rubrichina che allignava come malerba fra le cronache politiche di Repubblica. Lì si stanò, nascosto com’era tra le lettere di “Rocco Buttiglione”, “un clerico bigotto” e fra quelle di “Giovanna Melandri” una più inattesa “Madonna virginale”, mentre il rubizzo “Roberto Calderoli” si manifestava come “colorito re del bar”. Nessuno diede mostra di essersene mai offeso, ma del resto neppure l’”on. Giulio Andreotti” reagì alla terribile stoccata anagrammatica che sull’Espresso gli inflisse nientemeno che Federico Zeri, anagrammandolo in: “un gelido Totò Riina”.
Quindi, l’anagramma è verità? L’anagramma può essere cerchiobottista: per lui “la verità” è sì evangelicamente “rivelata”, ma è altresì, einstenianamente, “relativa”. Un altro caso: nei lontani Ottanta, quando era giovanissima e in pieno sviluppo, l’”informatica” aveva cultori e innamorati che facevano notare che il suo anagramma prometteva “minor fatica”. Prendendoci il rischio della volgarità dello scetticismo oltre a quella del turpiloquio si fece notare che un anagramma concorrente di “informatica” parlava al contrario di “minor ficata”. Le trovate dell’informatica hanno poi invaso le vite di ognuno, inverando ora l’uno ora l’altro esito (così almeno testimonia l’esperienza personale).
Però la suggestione che ci invita a leggere gli anagrammi come altrettanti oracoli è tenace. Forse è un fatto di imprinting. C’è un passo in cui Platone intende dimostrare che i nomi sono conseguenze delle cose. Prendiamo i nomi degli dèi, argomenta all’incirca: “Era” si chiama così perché basta spostare le lettere e si trova l’”aér”, e Era è appunto dea dell’aria. Si sarebbe potuto obiettare: E allora “Zeus” sarebbe dio di “Suez”? E “Platone” sarebbe il filosofo della “pentola” o anzi della “polenta “?. A nessuno però venne in mente di farlo. Forse “Critone” avrebbe temuto di prendersi anagrammaticamente del “cretino”. Più probabilmente contò il fatto che quello platonico di “Era = aér” fu il primo anagramma della storia, o almeno il primo di cui ci sia giunta documentazione. Platone non lo chiamava anagramma ma il procedimento di dire due cose diverse con le stesse lettere era impiegato per la prima volta. L’effetto sorpresa avrà ammutolito gli astanti.
Secoli dopo la kabbalah ebraica (e anche la sua versione cristiana rinascimentale) aggiunse un adeguato risvolto mistico a un’operazione che era nata pagana, e poi si era del tutto laicizzata. È interessante notare come dall’età alessandrina a quella barocca, nei periodi in cui veniva praticato, all’anagramma si conferiva una funzione quasi esclusivamente encomiastica: inchino ai sovrani, omaggio alle belle, devoto indirizzo all’Ente Supremo. Il filologo padre Giovanni Pozzi ha studiato la materia con scarsa passione enigmistica, compensata però dal grande acume letterario; osservò che quando l’anagramma fa dire alla Stuarda, “Marie Stuart = I’m a true star”, l’encomio non consiste solo nel significato delle parole, “sono una vera stella”; sta anche nel significante, cioè nel fatto che l’encomio è fabbricato con le stesse e le sole lettere del nome. Avere un nome che consente anagrammi laudativi viene presentato come un tratto degno a sua volta di lusinga, quasi l’equivalente cabalistico del sangue blu nobiliare.
Un anagrammista encomiastico odierno potrebbe allora lusingare “Giuseppe Conte” scommettendo sull’efficacia delle sue politiche antiinfettive: “estingue ceppo”. Un oppositore potrebbe invece annunciare battaglie se il reddito non aumenta (“cespite o pugne”). E del resto lo stesso “Nicola Zingaretti” mentre accusa di meschinità l’opposizione (“I gretti incalzano”) ammonisce lui stesso il premier: “Conte alzi i rating!”. Il cerchiobottismo è una tradizione degli oracoli, se ricordate le ambiguità di Delfi o il “ibis redibis non morieris in bello”. Non morirò e tornerò o morirò e non tornerò? Sommamente curiosi sono perciò gli anagrammi che dicono, con precisione e proprietà linguistica, qualcosa di falso o non pertinente. Capita con il presidente della regione Lombardia, “Attilio Fontana”, che è di Varese ma a cui l’anagramma attribuisce un fiero “tifo atalantino”.
L’obbligo encomiastico oggi non è più tanto sentito dagli anagrammisti ed ecco che per il Guardasigilli si mette in uso un adattamento italiano dall’inglese che dà di “Alfonso Bonafede” un giudizio severo: “bleffa o è dannoso”. Pare un complimento quello a “Luigi Di Maio”, “gioia d’umili”: ma poi chissà. Del portavoce di Palazzo Chigi, “Rocco Casalino” si dice che sa “solo acconciar” – ed è da valutare se il “solo” sia poi davvero limitativo in un’epoca in cui acconciare basta e avanza. Severità anche con “Antonio Tajani”, di cui si conserva la vezzosa “j” intervocalica dicendone: “Toni nati a noja”. Doppi sensi calcistico-finanziari imbizzarriscono l’anagramma di “Roberto Gualtieri: batti l’euro-rigore”. La sua collega “Paola De Micheli” si muove in un’“ala di polemiche”; va anche peggio a “Lucia Azzolina” che, sia parlamentare sia scolastica, ha di fronte un’“Aula con i lazzi” (ed è comunque già un anagramma da carità di patria).
Dei protagonisti della recente stagione non si vorrebbe dimenticare uno dei più verbalmente attivi; si trova però adornato dal nome che, fra i tradizionali italiani, è forse il più inviso all’anagrammista, più di Giuseppe, più ancora di Francesco: Vincenzo. Ci viene fortunatamente incontro il dizionario storico della lingua italiana di Battaglia, che testimonia l’esistenza di un termine raro però già usato da Galileo Galilei. Anagrammista ed enigmista in proprio, lo stesso Galilei di “Vincenzo De Luca” non avrebbe affermato “eppur si muove” ma si sarebbe anagrammaticamente chiesto: “vi è concludenza?”. Che le intemerate di De Luca abbiano o no “concludenza” è una questione a cui non si saprebbe rispondere. Per la presente digressione ferragostana, però, la “concludenza” coincide con la conclusione.
Sul Venerdì del 14 agosto 2020
Cominciavano anzi a darne dovizioso riscontro cronache giornalistiche, anche giudiziarie. In un’occasione non certo politica, pare di ricordare un ricevimento nuziale, Berlusconi prese la parola per annunciare che qualcuno gli aveva fatto pervenire un biglietto, a nome di una fantomatica “società enigmistica”: il biglietto conteneva l’anagramma del suo nome-e-cognome, che proclamava “Silvio Berlusconi” come “L’unico boss virile”. Anagramma di aderenza invero perfetta non tanto alla realtà (difficile da verificare e iperbolica in quell’”unico”) quanto alla rappresentazione della medesima, come meglio non poteva desiderarla l’interessato.
Ma quindi che cos’è un anagramma? Un gioco, un’astruseria, un magheggio, una passione da picchiatelli: ma anche qualcosa di cui un potente può andare fiero, come se in fondo in fondo qualcosa di rivelatorio ci deve pur essere. Sia consentito fare notare che se ne sta ora parlando sul Venerdì di Repubblica: non lo si precisa per parlare di noi, ma perché si tratta di una delle tribune da cui si è espresso per anni e anni l’indimenticabile Gianni Mura. Pochi quanto lui in Italia hanno legato il proprio nome ai giochi con le parole e in particolare all’anagramma. Nel 1986 Mura è stato autore della prima intervista importante che il semisconosciuto Berlusconi diede dopo aver acquistato il Milan.
Nella prima riga Mura aveva fatto notare che il cognome “Berlusconi” è “eteroletterale”, è cioè composto di lettere tutte diverse l’una dall’altra. Come anagrammista Mura era pressoché imbattibile: non ricordo se si fosse esercitato anche su Berlusconi, e come, ma molti anni prima aveva traslitterato il nome secolare del Papa in “Carol Voitila” e lo aveva anagrammato in “l’Alto Vicario”. A chi sbigottiva per la perfezione definitoria della formula, Gianni faceva notare che non funzionava in polacco né in alcun’altra lingua: che magia sarebbe, quella dell’anagramma, se può perfezionarsi solo in una lingua alla volta?
Si fa l’esempio di “attore” che diventa “teatro” e non c’è “Stefania” che non sia ammaliata dal venire a sapere che il suo nome si anagramma in “fantasie”, così come tradizionalmente si ritiene che uno dei nomi segreti che la tradizione degli arcana imperii attribuisce a Roma fosse “Amor”, la forma specialissima di anagramma che prende il nome di “bifronte” . Potete provare anche voi a trarre auspici. Se siete su un lido arenoso userete uno stecchetto del ghiacciolo sulla sabbia; l’ideale però sono le lettere di un alfabetiere; il non plus ultra, quelle nel sacchetto dello Scarabeo. Con nomi di quattro lettere è subito fatto: “mare = rema”. Poco il gusto. Già a sei è meno banale, “marina = Armani”; a otto diventa un cimento per esperti: “perizoma = zomperai”.
Come in tutte le cose, la forma mentis è necessaria e il resto lo fa l’esercizio. Quando ci sono entrambi allora ci si può procurare qualche divertimento. Un caso di scuola. Due settimane fa Giorgia Meloni ha attaccato sul piano ideologico e forse anche sul teologico la più famosa canzone di John Lennon (la politica italiana ha risvolti spassosi, almeno da un certo punto di vista). L’occhio allenato trovava il celeberrimo titolo fra le lettere della detrattrice e poteva completare un anagramma: “Giorgia Meloni”: “Imagine? Il rogo!”. Prendendoci gusto, e cercando nell’arbitrio del gioco un poco di arguzia, con gli anni sono fioriti esempi variegati e in certi periodi se n’è anche nutrita una rubrichina che allignava come malerba fra le cronache politiche di Repubblica. Lì si stanò, nascosto com’era tra le lettere di “Rocco Buttiglione”, “un clerico bigotto” e fra quelle di “Giovanna Melandri” una più inattesa “Madonna virginale”, mentre il rubizzo “Roberto Calderoli” si manifestava come “colorito re del bar”. Nessuno diede mostra di essersene mai offeso, ma del resto neppure l’”on. Giulio Andreotti” reagì alla terribile stoccata anagrammatica che sull’Espresso gli inflisse nientemeno che Federico Zeri, anagrammandolo in: “un gelido Totò Riina”.
Quindi, l’anagramma è verità? L’anagramma può essere cerchiobottista: per lui “la verità” è sì evangelicamente “rivelata”, ma è altresì, einstenianamente, “relativa”. Un altro caso: nei lontani Ottanta, quando era giovanissima e in pieno sviluppo, l’”informatica” aveva cultori e innamorati che facevano notare che il suo anagramma prometteva “minor fatica”. Prendendoci il rischio della volgarità dello scetticismo oltre a quella del turpiloquio si fece notare che un anagramma concorrente di “informatica” parlava al contrario di “minor ficata”. Le trovate dell’informatica hanno poi invaso le vite di ognuno, inverando ora l’uno ora l’altro esito (così almeno testimonia l’esperienza personale).
Però la suggestione che ci invita a leggere gli anagrammi come altrettanti oracoli è tenace. Forse è un fatto di imprinting. C’è un passo in cui Platone intende dimostrare che i nomi sono conseguenze delle cose. Prendiamo i nomi degli dèi, argomenta all’incirca: “Era” si chiama così perché basta spostare le lettere e si trova l’”aér”, e Era è appunto dea dell’aria. Si sarebbe potuto obiettare: E allora “Zeus” sarebbe dio di “Suez”? E “Platone” sarebbe il filosofo della “pentola” o anzi della “polenta “?. A nessuno però venne in mente di farlo. Forse “Critone” avrebbe temuto di prendersi anagrammaticamente del “cretino”. Più probabilmente contò il fatto che quello platonico di “Era = aér” fu il primo anagramma della storia, o almeno il primo di cui ci sia giunta documentazione. Platone non lo chiamava anagramma ma il procedimento di dire due cose diverse con le stesse lettere era impiegato per la prima volta. L’effetto sorpresa avrà ammutolito gli astanti.
Secoli dopo la kabbalah ebraica (e anche la sua versione cristiana rinascimentale) aggiunse un adeguato risvolto mistico a un’operazione che era nata pagana, e poi si era del tutto laicizzata. È interessante notare come dall’età alessandrina a quella barocca, nei periodi in cui veniva praticato, all’anagramma si conferiva una funzione quasi esclusivamente encomiastica: inchino ai sovrani, omaggio alle belle, devoto indirizzo all’Ente Supremo. Il filologo padre Giovanni Pozzi ha studiato la materia con scarsa passione enigmistica, compensata però dal grande acume letterario; osservò che quando l’anagramma fa dire alla Stuarda, “Marie Stuart = I’m a true star”, l’encomio non consiste solo nel significato delle parole, “sono una vera stella”; sta anche nel significante, cioè nel fatto che l’encomio è fabbricato con le stesse e le sole lettere del nome. Avere un nome che consente anagrammi laudativi viene presentato come un tratto degno a sua volta di lusinga, quasi l’equivalente cabalistico del sangue blu nobiliare.
Un anagrammista encomiastico odierno potrebbe allora lusingare “Giuseppe Conte” scommettendo sull’efficacia delle sue politiche antiinfettive: “estingue ceppo”. Un oppositore potrebbe invece annunciare battaglie se il reddito non aumenta (“cespite o pugne”). E del resto lo stesso “Nicola Zingaretti” mentre accusa di meschinità l’opposizione (“I gretti incalzano”) ammonisce lui stesso il premier: “Conte alzi i rating!”. Il cerchiobottismo è una tradizione degli oracoli, se ricordate le ambiguità di Delfi o il “ibis redibis non morieris in bello”. Non morirò e tornerò o morirò e non tornerò? Sommamente curiosi sono perciò gli anagrammi che dicono, con precisione e proprietà linguistica, qualcosa di falso o non pertinente. Capita con il presidente della regione Lombardia, “Attilio Fontana”, che è di Varese ma a cui l’anagramma attribuisce un fiero “tifo atalantino”.
L’obbligo encomiastico oggi non è più tanto sentito dagli anagrammisti ed ecco che per il Guardasigilli si mette in uso un adattamento italiano dall’inglese che dà di “Alfonso Bonafede” un giudizio severo: “bleffa o è dannoso”. Pare un complimento quello a “Luigi Di Maio”, “gioia d’umili”: ma poi chissà. Del portavoce di Palazzo Chigi, “Rocco Casalino” si dice che sa “solo acconciar” – ed è da valutare se il “solo” sia poi davvero limitativo in un’epoca in cui acconciare basta e avanza. Severità anche con “Antonio Tajani”, di cui si conserva la vezzosa “j” intervocalica dicendone: “Toni nati a noja”. Doppi sensi calcistico-finanziari imbizzarriscono l’anagramma di “Roberto Gualtieri: batti l’euro-rigore”. La sua collega “Paola De Micheli” si muove in un’“ala di polemiche”; va anche peggio a “Lucia Azzolina” che, sia parlamentare sia scolastica, ha di fronte un’“Aula con i lazzi” (ed è comunque già un anagramma da carità di patria).
Dei protagonisti della recente stagione non si vorrebbe dimenticare uno dei più verbalmente attivi; si trova però adornato dal nome che, fra i tradizionali italiani, è forse il più inviso all’anagrammista, più di Giuseppe, più ancora di Francesco: Vincenzo. Ci viene fortunatamente incontro il dizionario storico della lingua italiana di Battaglia, che testimonia l’esistenza di un termine raro però già usato da Galileo Galilei. Anagrammista ed enigmista in proprio, lo stesso Galilei di “Vincenzo De Luca” non avrebbe affermato “eppur si muove” ma si sarebbe anagrammaticamente chiesto: “vi è concludenza?”. Che le intemerate di De Luca abbiano o no “concludenza” è una questione a cui non si saprebbe rispondere. Per la presente digressione ferragostana, però, la “concludenza” coincide con la conclusione.
Sul Venerdì del 14 agosto 2020