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Immagini tratte da Tarot (Taschen) 

Gira che ti rigira facciamo carte false

Ne erano affascinati Jung, Calvino e De André. Certamente i tarocchi non rivelano il futuro, ma vanno trattati come una favola, un mito, letteratura. In un libro i più belli di sempre, dal Medioevo a oggi
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Attratto da tutto ciò che riguarda archetipi e oracoli, Carl Gustav Jung non si  lascia sfuggire i tarocchi. Nel saggio del 1934 su Gli archetipi dell'inconscio collettivo li elenca, insieme alle immagini alchemiche e al sistema tantrico dei chakra, tra i migliori esempi del processo simbolico. In alcune considerazioni trascritte dall'amico Hanni Binder li paragona a immagini psicologiche, figure in cui l'inconscio personale entra in risonanza mitica con quello dell'umanità. Come i responsi di saggezza orientale degli I Ching, più che uno strumento per guardare il destino futuro, li considera uno specchio per riflettere l'inconscio presente. Una specie di test proiettivo alla Rorschach. Il suo mazzo prediletto erano i Tarocchi di Marsiglia, non so se perché il più ricco di riferimenti alchemici, a lui sempre cari, o perché l'unico che conosceva. Le stesse carte marsigliesi ispireranno a Italo Calvino i racconti fan…
Attratto da tutto ciò che riguarda archetipi e oracoli, Carl Gustav Jung non si  lascia sfuggire i tarocchi. Nel saggio del 1934 su Gli archetipi dell'inconscio collettivo li elenca, insieme alle immagini alchemiche e al sistema tantrico dei chakra, tra i migliori esempi del processo simbolico. In alcune considerazioni trascritte dall'amico Hanni Binder li paragona a immagini psicologiche, figure in cui l'inconscio personale entra in risonanza mitica con quello dell'umanità. Come i responsi di saggezza orientale degli I Ching, più che uno strumento per guardare il destino futuro, li considera uno specchio per riflettere l'inconscio presente. Una specie di test proiettivo alla Rorschach. Il suo mazzo prediletto erano i Tarocchi di Marsiglia, non so se perché il più ricco di riferimenti alchemici, a lui sempre cari, o perché l'unico che conosceva. Le stesse carte marsigliesi ispireranno a Italo Calvino i racconti fantastici de Il castello dei destini incrociati.

Quanto a me, reprobo nano junghiano sulle spalle del gigante, dico subito che l'accostamento tra tarocchi e psicologia mi evoca l'idea di una psicologia taroccata. Che getta un'ombra esoterica e suggestiva, potenzialmente truffaldina, su una pratica clinica che si deve basare su dati empirici e relazioni trasparenti. Ma ogni carta, e in questo caso lo possiamo ben dire, ha sempre due facce e dunque, al di fuori del perimetro clinico, i tarocchi hanno una storia affascinante da raccontare. Una storia che mescola le carte: immagini preziose e popolari, consorterie artistiche raffinate (André Breton aveva creato un mazzo di carte con René Char e Max Ernst) e bistrate cartomanti da luna park, quattrocenteschi giochi da taverna e fanciulle innamorate che interrogano il destino. Li amava Fabrizio De André ("C'è una donna che semina il grano/ Volta la carta si vede il villano/ Il villano che zappa la terra/ Volta la carta viene la guerra") e li ama Woody Allen, che in Scoop si inventa un serial killer di prostitute che vicino a ogni vittima lascia una carta dei tarocchi. Per i più sfegatati, l'artista e guru cileno Alejandro Jodorowsky ha scritto un libro che i tarocchisti considerano ormai un classico: La via dei tarocchi (Feltrinelli).

L'origine dei tarocchi come mazzo di carte da gioco è italiana e risale alla metà del XV secolo. Alle carte tradizionali, se ne aggiungono ventuno dette Trionfi (dal poema petrarchesco), illustrati a figure umane, animali e mitologiche, più una carta singola detta il Matto. Fin qui siamo ai giochi di presa. Nella terminologia esoterica, i Trionfi e il Matto si chiamano Arcani maggiori, mentre tutte le altre, divise in quattro semi (coppe, denari, bastoni e spade), sono gli Arcani minori. A formare in totale un mazzo di 78 elementi. Se vi elenco gli Arcani maggiori sono sicuro che molti li visualizzeranno mentalmente: oltre al Matto, ecco il Bagatto (o il Mago o l'Alchimista), la Papessa, l'Imperatrice, l'Imperatore, il Papa, gli Amanti, il Carro, la Forza, l'Eremita, la Ruota, la Giustizia, l'Appeso, la Morte, la Temperanza, il Diavolo, la Torre, la Stella, la Luna, il Sole, il Giudizio, il Mondo.

Per vedere quante storie possono raccontare i tarocchi, basta sfogliare il corposo volume Tarot (al momento solo in lingua inglese) appena pubblicato da Taschen (pp. 520, euro 30), curato nei testi da Jessica Hundley e nella sontuosa iconografia dallo studio creativo di Los Angeles Thunderwing. Questa bizzarra impresa editoriale studia e raccoglie più di seicento carte, dal Medioevo ai giorni nostri. Mazzi famosi, antichi e bellissimi - come quelli detti di Mantegna, di Sola Busca, dei Visconti-Sforza, degli Estensi, di Marsiglia, di Etteilla, di Rider-Waite-Smith - si alternano alle immagini di opere contemporanee di varietà infinita: dalle bruttissime trash, alle furbastre new age fino alle davvero ispirate. Molte le suggestioni, da Frida Kahlo a Salvador Dalí.

Organizzato in quattro sezioni, di cui la principale è dedicata alle sequenze degli Arcani, credo che Tarot sia il primo compendio visivo di questo genere. Un viaggio tra immagini antiche e moderne, artistiche e popolari. Basta prenderlo per quello che è: non un tomo sapienziale, ma un'opera pop; e non dare troppo peso ad alcune ispirate rivelazioni che, deviando da un interessante percorso storico e culturale, naufragano su posizioni di generica psicospiritualità (che, come avrete capito, non è la mia passione). Prendo un esempio dall'introduzione dell'artista Penny Slinger: "I tarocchi mi affascinano particolarmente, come donna e come artista (...). Offrono una via diretta di accesso all'energia, l'energia del proprio sé interiore. I tarocchi ci aiutano anche a capire come possiamo vivere una vita spirituale nella nostra nebbia materiale". Del resto, Library of Esoterica è il nome della collana che questo volume va a inaugurare, collana che si propone di raccontare come, attraverso i secoli, gli artisti hanno dato forma e visione al mistico e all'occulto.

Variopinto e compatto nelle sue 520 pagine, Tarot raccoglie immagini selezionate da collezioni private, biblioteche e musei di tutto il mondo: una storia visiva del nostro immaginario popolato da miti e simboli, credenze e superstizioni, sogni e incubi. Come scrive Giorgio Manganelli commentando i racconti fantastici di Calvino, i tarocchi, "splendidi di ori, di smalti, di intrichi vegetali e geometrici", non sono "le bidimensionali, umorali immagini che seviziano Alice oltre lo specchio, ma carte arcaiche, sapienti, allusive; una segnaletica liturgica, oracolare e inafferrabile".

Superando le avversioni razionaliste, non possiamo sottovalutare il ruolo di queste figure, solenni e al tempo stesso familiari, nel nostro archivio immaginale. Per esempio la carta del Matto, detto anche il Vagabondo, di solito raffigurato come un uomo dagli abiti laceri, accompagnato da un cane, lo sguardo rivolto verso l'alto, un bastone a cui è appeso un fagotto. O quella della Torre, detta anche il Fulmine, colpita sulla sommità, con personaggi che cadono dall'alto e fiamme che si levano al cielo.

I tarocchi, e dunque questo libro, vanno guardati come si ascolta un mito o si legge una fiaba popolare. Appartengono alla storia dell'immaginario e parlano del rapporto tra immagine e narrazione. Calvino coglie in modo esemplare questo nesso e scrive i suoi racconti de Il castello dei destini incrociati e de La taverna dei destini incrociati a partire dalle immagini di un mazzo di tarocchi messi a disposizione di una comitiva di viandanti che ha perso l'uso della parola. Dalle carte, catalogo delle possibilità, fa discendere storie note e inaudite, dove rivivono Edipo e Astolfo, Orlando e Parsifal, Re Lear e Macbeth. Storie per poveri e per ricchi, di buio e di luce, di sangue e di amore.

Carte nei cui segni si addensano i nodi fatali del destino umano, racconti che nascono da "un numero finito di elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardo di miliardi". Meglio di chiunque altro, Calvino ci spiega che cosa sono i tarocchi: la letteratura. E a che cosa servono: a moltiplicare le storie e le vite. Comprese, naturalmente, quelle del narratore e del lettore.

Sul Venerdì del 21 agosto 2020