Essere Livio Garzanti (tra Gadda e 007)
Alberto Riva , di ALBERTO RIVAFiuto e caratteraccio. Pubblicò i migliori, da Pasolini a Parise, ma con molti di loro ruppe. Seppe tenere insieme titoli d'autore e di cassetta. Un libro di Gian Carlo Ferretti investiga sul più misterioso tra gli editori italiani
Fedele a una vita trascorsa a raccontare la storia dell’editoria italiana, arrivato solidamente ai novant’anni, Gian Carlo Ferretti aggiunge un nuovo capitolo alla sua lunga galleria di ritratti. Fin dal titolo, l’impresa è chiara: Un editore imprevedibile. Livio Garzanti. In quell’aggettivo c’è tutto l’intrigante chiaroscuro dell’ultimo protagonista della stagione degli editori-padroni. Garzanti infatti, scomparso nel 2015 a novantatré anni, era abbondantemente sopravvissuto ai colleghi Arnoldo Mondadori, Angelo Rizzoli, Giulio Einaudi, Giangiacomo Feltrinelli, Valentino Bompiani. «Amabile e indisponente, suadente e padronale, determinato e capriccioso, schivo e autoritario» lo tratteggia il critico e professore pisano, che usa spesso la parola «contraddittorio» per definire il temperamento dell’inventore delle Garzantine, colui che lanciò Pasolini romanziere, che scopr&igrav…
Fedele a una vita trascorsa a raccontare la storia dell’editoria italiana, arrivato solidamente ai novant’anni, Gian Carlo Ferretti aggiunge un nuovo capitolo alla sua lunga galleria di ritratti. Fin dal titolo, l’impresa è chiara: Un editore imprevedibile. Livio Garzanti. In quell’aggettivo c’è tutto l’intrigante chiaroscuro dell’ultimo protagonista della stagione degli editori-padroni. Garzanti infatti, scomparso nel 2015 a novantatré anni, era abbondantemente sopravvissuto ai colleghi Arnoldo Mondadori, Angelo Rizzoli, Giulio Einaudi, Giangiacomo Feltrinelli, Valentino Bompiani. «Amabile e indisponente, suadente e padronale, determinato e capriccioso, schivo e autoritario» lo tratteggia il critico e professore pisano, che usa spesso la parola «contraddittorio» per definire il temperamento dell’inventore delle Garzantine, colui che lanciò Pasolini romanziere, che scoprì Paolo Volponi, che nello stesso catalogo teneva insieme Gadda e Love Story, le poesie di Sandro Penna e gli 007 di Ian Fleming. «Ma ho l’impressione» riflette Ferretti, «che la sua fosse una contraddittorietà programmatica. Voglio dire che la mancanza di un’identità ha finito paradossalmente per diventare la sua identità».
Garzanti, di fatto, seppe come pochi altri tenere insieme «politica d’autore» e libri contabili. «Per lui il successo commerciale era importante» ricorda Ferretti, «per questo a un certo punto lasciò andare Volponi, che era un grande scrittore ma non vendeva. E sempre per lo stesso motivo a un certo punto acquisì Alberto Bevilacqua facendo arrabbiare Pier Paolo Pasolini, che non lo stimava e aveva del risentimento per lo Strega che Bevilacqua aveva vinto nel ‘68 con L’occhio del gatto». Pasolini ne era uscito sconfitto con Teorema. «In quel periodo» prosegue Ferretti, «quando Pasolini veniva a Milano mi diceva: devo andare a pranzo con Garzanti, vieni anche tu perché io non voglio starci da solo. Erano pranzi tristissimi, non si parlavano. Pasolini aveva l’ulcera e mangiava poco. Garzanti ci teneva moltissimo e fece di tutto per non rompere». Invece ruppero. Così come ruppe con Goffredo Parise a causa del romanzo Il padrone, racconto satirico-grottesco ispirato proprio all’editore: «Non era certo piacevole quel romanzo per Garzanti, eppure Parise lo propose proprio a lui!» ricorda Ferretti divertito.
Livio Garzanti aveva ereditato la ditta dal padre Aldo, industriale della chimica che nel’38, a seguito delle leggi razziali, rilevò la casa editrice Treves. Il figlio si sarebbe laureato in filosofia, ma a diciassette anni girava già l’Italia a vendere Cuore di De Amicis. Assieme a Gaetano Afeltra e Pietrino Bianchi diresse un altro lascito di Casa Treves, L’illustrazione italiana, finché nel ’52 subentrò al padre. Ebbe l’intuizione di nominare suo consulente il poeta Attilio Bertolucci, che Piero Gelli, uno dei tanti talenti passati dalla redazione, definì «l’ascoltato e bistrattato Mazzarino di Maison Garzanti». In breve, Livio sfonda nella narrativa con Ragazzi di vita di Pasolini, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, Il prete bello di Parise. «Aveva grandissimo fiuto» assicura Ferretti, «basta pensare alle Garzantine e alle serie di Angelica di Anne e Serge Golon o gli hard-boiled di Mike Spillane. Non c’era un direttore editoriale, lo faceva lui. Ma anche qui aveva un atteggiamento doppio: da una parte era accentratore, aggressivo, dall’altra fece una famosa intervista che titolarono: Che mestiere di m… è il mio!».
Sull’odio-amore di Garzanti per il proprio lavoro si sprecano gli aneddoti, come quello che riportava Ernesto Ferrero sul sogno ricorrente di veder la casa editrice andare a fuoco o quello riportato da Tullio Pericoli, autore del disegno che decorava la sala conferenze della sede di via Spiga. «Vede» diceva l’editore all’artista mentre lo guidava nelle sale, «il mio nome non c’è mai, da nessuna parte, neanche agli ingressi. Io qui non sono niente». Ernesto Ferrero lo dipingeva come «un filosofo programmaticamente infelice». Pare che Roberto Benigni, che lavorò a lungo con Vincenzo Cerami (scoperto da Garzanti con Un borghese piccolo piccolo), lo chiamasse «il gran viziato».
Piero Gelli, raccontando gli anni garzantiani a Paolo Di Stefano, lo confrontava con l’altro monarca dell’editoria: «Mentre Einaudi sembrava felicissimo della sua vita, Garzanti non sapeva vivere bene in società, a contatto con il mondo, e si attaccava alla prima persona investendola di parole anche sgradevoli. Pur essendo ricco e bello, era invidioso di Einaudi, si sentiva un brutto anatroccolo, ma era di un’intelligenza e di una cultura superiori».
Nel 1980 Garzanti accettò il secondo romanzo di un allora sconosciuto Andrea Camilleri, Un filo di fumo, e lo volle conoscere. Camilleri si infilò un impeccabile completo blu e quando Garzanti, che invece lo aspettava in jeans al bar di un albergo, se lo trovò davanti lo accolse così: «Ecco l’editore milanese che incontra il pirla di scrittore siciliano vestito come si deve». Al che, il futuro papà di Montalbano replicò: «Ecco il miliardario snob che finge di essere trasgressivo». Camilleri assicurava che quello fu l’inizio di un’amicizia. «C’era il lato charmant di Garzanti» dice Ferretti. «Quando voleva era straordinario, gentile, premuroso». Pare che a casa tenesse pochissimi dei suoi libri. Diceva: «Ho sempre preferito i libri degli altri editori, perché i miei li conosco». Sono libri che hanno segnato le abitudini dei lettori italiani, anche graficamente. Collane mitiche: i Saggi Blu, Gli Elefanti, I Coriandoli, i Narratori moderni, dove i successi popolari di Francesco Alberoni stavano accanto agli eruditissimi saggi di George Steiner, la grande letteratura mondiale di Paul Bowles, Truman Capote, Jorge Amado con le Grandi Opere di Sapegno e Geymonat: «La Garzanti era una specie di drogheria di lusso dove trovavi di tutto, dal caviale allo sgrassatore per cucina» ha ricordato Gianandrea Piccioli, che lavorò nella casa editrice insieme al biblista Paolo De Benedetti.
Ma la poca vanità di Garzanti era vera? Ferretti dice: «Era una delle facce, ancora una volta. L’unica intervista che gli feci, per la mia Storia dell’editoria letteraria in Italia, la ottenni dopo un lunghissimo corteggiamento. Andai a casa sua. All’inizio non aveva voglia di parlare, poi ci prese gusto e alla fine mi inseguì fino all’ascensore». Figura inafferrabile, insomma, che Ferretti ci ricorda essere stato anche autore di opere «di una certa finezza». Alberto Arbasino, di Una città come Bisanzio, disse lapidario: «Una raffinata scrittura padronale». Enzo Golino, recensendo il più noto dei libri firmati dall’editore, La fiera navigante, vide «il tentativo di raccontare l’impossibilità di essere eroe, un ruolo desueto che Garzanti ha l’audacia di riesumare». Il critico aveva colto ancora una volta la paradossale volontà di negare una natura sotterranea e sotterrata. Garzanti infatti avrebbe riservato il più eclatante dei suoi gesti per il dopo.
A quattro anni dalla morte, viene rivelato il suo lascito: 90 milioni di euro da destinare agli anziani di Milano tramite la Fondazione Ravasi Garzanti. Ancora una volta un editore – o meglio, un uomo – davvero imprevedibile.
Sul Venerdì del 21 agosto 2020
Garzanti, di fatto, seppe come pochi altri tenere insieme «politica d’autore» e libri contabili. «Per lui il successo commerciale era importante» ricorda Ferretti, «per questo a un certo punto lasciò andare Volponi, che era un grande scrittore ma non vendeva. E sempre per lo stesso motivo a un certo punto acquisì Alberto Bevilacqua facendo arrabbiare Pier Paolo Pasolini, che non lo stimava e aveva del risentimento per lo Strega che Bevilacqua aveva vinto nel ‘68 con L’occhio del gatto». Pasolini ne era uscito sconfitto con Teorema. «In quel periodo» prosegue Ferretti, «quando Pasolini veniva a Milano mi diceva: devo andare a pranzo con Garzanti, vieni anche tu perché io non voglio starci da solo. Erano pranzi tristissimi, non si parlavano. Pasolini aveva l’ulcera e mangiava poco. Garzanti ci teneva moltissimo e fece di tutto per non rompere». Invece ruppero. Così come ruppe con Goffredo Parise a causa del romanzo Il padrone, racconto satirico-grottesco ispirato proprio all’editore: «Non era certo piacevole quel romanzo per Garzanti, eppure Parise lo propose proprio a lui!» ricorda Ferretti divertito.
Livio Garzanti aveva ereditato la ditta dal padre Aldo, industriale della chimica che nel’38, a seguito delle leggi razziali, rilevò la casa editrice Treves. Il figlio si sarebbe laureato in filosofia, ma a diciassette anni girava già l’Italia a vendere Cuore di De Amicis. Assieme a Gaetano Afeltra e Pietrino Bianchi diresse un altro lascito di Casa Treves, L’illustrazione italiana, finché nel ’52 subentrò al padre. Ebbe l’intuizione di nominare suo consulente il poeta Attilio Bertolucci, che Piero Gelli, uno dei tanti talenti passati dalla redazione, definì «l’ascoltato e bistrattato Mazzarino di Maison Garzanti». In breve, Livio sfonda nella narrativa con Ragazzi di vita di Pasolini, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, Il prete bello di Parise. «Aveva grandissimo fiuto» assicura Ferretti, «basta pensare alle Garzantine e alle serie di Angelica di Anne e Serge Golon o gli hard-boiled di Mike Spillane. Non c’era un direttore editoriale, lo faceva lui. Ma anche qui aveva un atteggiamento doppio: da una parte era accentratore, aggressivo, dall’altra fece una famosa intervista che titolarono: Che mestiere di m… è il mio!».
Sull’odio-amore di Garzanti per il proprio lavoro si sprecano gli aneddoti, come quello che riportava Ernesto Ferrero sul sogno ricorrente di veder la casa editrice andare a fuoco o quello riportato da Tullio Pericoli, autore del disegno che decorava la sala conferenze della sede di via Spiga. «Vede» diceva l’editore all’artista mentre lo guidava nelle sale, «il mio nome non c’è mai, da nessuna parte, neanche agli ingressi. Io qui non sono niente». Ernesto Ferrero lo dipingeva come «un filosofo programmaticamente infelice». Pare che Roberto Benigni, che lavorò a lungo con Vincenzo Cerami (scoperto da Garzanti con Un borghese piccolo piccolo), lo chiamasse «il gran viziato».
Piero Gelli, raccontando gli anni garzantiani a Paolo Di Stefano, lo confrontava con l’altro monarca dell’editoria: «Mentre Einaudi sembrava felicissimo della sua vita, Garzanti non sapeva vivere bene in società, a contatto con il mondo, e si attaccava alla prima persona investendola di parole anche sgradevoli. Pur essendo ricco e bello, era invidioso di Einaudi, si sentiva un brutto anatroccolo, ma era di un’intelligenza e di una cultura superiori».
Nel 1980 Garzanti accettò il secondo romanzo di un allora sconosciuto Andrea Camilleri, Un filo di fumo, e lo volle conoscere. Camilleri si infilò un impeccabile completo blu e quando Garzanti, che invece lo aspettava in jeans al bar di un albergo, se lo trovò davanti lo accolse così: «Ecco l’editore milanese che incontra il pirla di scrittore siciliano vestito come si deve». Al che, il futuro papà di Montalbano replicò: «Ecco il miliardario snob che finge di essere trasgressivo». Camilleri assicurava che quello fu l’inizio di un’amicizia. «C’era il lato charmant di Garzanti» dice Ferretti. «Quando voleva era straordinario, gentile, premuroso». Pare che a casa tenesse pochissimi dei suoi libri. Diceva: «Ho sempre preferito i libri degli altri editori, perché i miei li conosco». Sono libri che hanno segnato le abitudini dei lettori italiani, anche graficamente. Collane mitiche: i Saggi Blu, Gli Elefanti, I Coriandoli, i Narratori moderni, dove i successi popolari di Francesco Alberoni stavano accanto agli eruditissimi saggi di George Steiner, la grande letteratura mondiale di Paul Bowles, Truman Capote, Jorge Amado con le Grandi Opere di Sapegno e Geymonat: «La Garzanti era una specie di drogheria di lusso dove trovavi di tutto, dal caviale allo sgrassatore per cucina» ha ricordato Gianandrea Piccioli, che lavorò nella casa editrice insieme al biblista Paolo De Benedetti.
Ma la poca vanità di Garzanti era vera? Ferretti dice: «Era una delle facce, ancora una volta. L’unica intervista che gli feci, per la mia Storia dell’editoria letteraria in Italia, la ottenni dopo un lunghissimo corteggiamento. Andai a casa sua. All’inizio non aveva voglia di parlare, poi ci prese gusto e alla fine mi inseguì fino all’ascensore». Figura inafferrabile, insomma, che Ferretti ci ricorda essere stato anche autore di opere «di una certa finezza». Alberto Arbasino, di Una città come Bisanzio, disse lapidario: «Una raffinata scrittura padronale». Enzo Golino, recensendo il più noto dei libri firmati dall’editore, La fiera navigante, vide «il tentativo di raccontare l’impossibilità di essere eroe, un ruolo desueto che Garzanti ha l’audacia di riesumare». Il critico aveva colto ancora una volta la paradossale volontà di negare una natura sotterranea e sotterrata. Garzanti infatti avrebbe riservato il più eclatante dei suoi gesti per il dopo.
A quattro anni dalla morte, viene rivelato il suo lascito: 90 milioni di euro da destinare agli anziani di Milano tramite la Fondazione Ravasi Garzanti. Ancora una volta un editore – o meglio, un uomo – davvero imprevedibile.
Sul Venerdì del 21 agosto 2020