Giuseppe di Vittorio, ovvero quando i politici restituivano i regali
Michele Serra , di MICHELE SERRADalla rubrica PER POSTA. Onestà, istruzioni per l'uso in una lettera del 1920
«Egregio Serra, lei pensa che se i nostri cinque “parlamentari” leggessero questa lettera del grande Giuseppe di Vittorio, ne potrebbero trarre qualche inegnamento?»
Domenico Greco (Caserta)
Caro Greco, grazie per averci reso partecipi della lettera, che riporto poco più sotto senza alcun commento: si commenta da sola. Per i pochi lettori che non lo sapessero, Di Vittorio, nato in una famiglia contadina, analfabeta fino a 14 anni, fu un importante leader politico (prima socialista, poi comunista) e sindacale, segretario della Cgil dopo la Liberazione. Combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, esule in Francia, poi recluso dal fascismo a Ventotene, è una delle figure più ammirevoli e integre della storia della sinistra italiana. La lettera, datata 24 dicembre 1920, è inviata da Di Vittorio all’amministratore del conte Giuseppe Pavoncelli, per spiegare le ragioni della restituzione di un regalo natalizio che…
Domenico Greco (Caserta)
Caro Greco, grazie per averci reso partecipi della lettera, che riporto poco più sotto senza alcun commento: si commenta da sola. Per i pochi lettori che non lo sapessero, Di Vittorio, nato in una famiglia contadina, analfabeta fino a 14 anni, fu un importante leader politico (prima socialista, poi comunista) e sindacale, segretario della Cgil dopo la Liberazione. Combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, esule in Francia, poi recluso dal fascismo a Ventotene, è una delle figure più ammirevoli e integre della storia della sinistra italiana. La lettera, datata 24 dicembre 1920, è inviata da Di Vittorio all’amministratore del conte Giuseppe Pavoncelli, per spiegare le ragioni della restituzione di un regalo natalizio che…
«Egregio Serra, lei pensa che se i nostri cinque “parlamentari” leggessero questa lettera del grande Giuseppe di Vittorio, ne potrebbero trarre qualche inegnamento?»
Domenico Greco (Caserta)
Caro Greco, grazie per averci reso partecipi della lettera, che riporto poco più sotto senza alcun commento: si commenta da sola. Per i pochi lettori che non lo sapessero, Di Vittorio, nato in una famiglia contadina, analfabeta fino a 14 anni, fu un importante leader politico (prima socialista, poi comunista) e sindacale, segretario della Cgil dopo la Liberazione. Combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, esule in Francia, poi recluso dal fascismo a Ventotene, è una delle figure più ammirevoli e integre della storia della sinistra italiana. La lettera, datata 24 dicembre 1920, è inviata da Di Vittorio all’amministratore del conte Giuseppe Pavoncelli, per spiegare le ragioni della restituzione di un regalo natalizio che lo stesso Pavoncelli aveva inviato a Di Vittorio. Quando la scrive, Di Vittorio ha ventotto anni. È passato un secolo: da molti punti di vista.
Egregio Sig. Preziuso, in mia assenza la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato. Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente come il nostro ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti. Io, Lei ed il Principale siamo convinti della nostra personale onestà, ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà. È necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore. Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa. Si che io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento. Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce. Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati. Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.
Giuseppe Di Vittorio
Sul Venerdì del 21 agosto 2020
Domenico Greco (Caserta)
Caro Greco, grazie per averci reso partecipi della lettera, che riporto poco più sotto senza alcun commento: si commenta da sola. Per i pochi lettori che non lo sapessero, Di Vittorio, nato in una famiglia contadina, analfabeta fino a 14 anni, fu un importante leader politico (prima socialista, poi comunista) e sindacale, segretario della Cgil dopo la Liberazione. Combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, esule in Francia, poi recluso dal fascismo a Ventotene, è una delle figure più ammirevoli e integre della storia della sinistra italiana. La lettera, datata 24 dicembre 1920, è inviata da Di Vittorio all’amministratore del conte Giuseppe Pavoncelli, per spiegare le ragioni della restituzione di un regalo natalizio che lo stesso Pavoncelli aveva inviato a Di Vittorio. Quando la scrive, Di Vittorio ha ventotto anni. È passato un secolo: da molti punti di vista.
Egregio Sig. Preziuso, in mia assenza la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato. Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente come il nostro ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti. Io, Lei ed il Principale siamo convinti della nostra personale onestà, ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà. È necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore. Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa. Si che io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento. Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce. Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati. Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.
Giuseppe Di Vittorio
Sul Venerdì del 21 agosto 2020