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Diciannove membri del Club dei 27 di Parma schierati all'interno del Teatro Regio. Fotografia di Nicola Marfisi/Agf 

Com'è Verdi la nostra Parma

Si chiamano Aida, Nabucco, Giovanna d’Arco... E sono i 27 gelosissimi paladini che a Parma custodiscono la memoria del grande compositore
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PARMA. «Piacere, Aida!», esclama l’uomo, cordiale e accogliente come solo gli emiliani sanno essere, impeccabile nella sua uniforme verdiana. «Aspetti qui, non siamo ancora pronti», aggiunge chiudendosi alle spalle la porticina d’accesso ai sotterranei della Casa della Musica di Parma, la sede del Club dei 27. Ventisette, non uno di più né uno di meno, come le opere di Giuseppe Verdi più la Messa da Requiem. In realtà Aida si chiama Stefano Bianchi, ha barba e capelli brizzolati e fa il geometra. Ma qui dentro la vera identità dei soci è irrilevante, ognuno degli iscritti porta un nome d’opera che non rispetta il genere: ci sono Vespri siciliani (Umberto Paini), ex carrozziere, e Il Corsaro (Maurizio Dardari), che fa il marmista; La battaglia di Legnano (Carlo Alfieri), che ha un’impresa di costruzioni, e Messa da Requiem (Antonio Giovati), avvocato e professore universitario; La forza del destin…
PARMA. «Piacere, Aida!», esclama l’uomo, cordiale e accogliente come solo gli emiliani sanno essere, impeccabile nella sua uniforme verdiana. «Aspetti qui, non siamo ancora pronti», aggiunge chiudendosi alle spalle la porticina d’accesso ai sotterranei della Casa della Musica di Parma, la sede del Club dei 27. Ventisette, non uno di più né uno di meno, come le opere di Giuseppe Verdi più la Messa da Requiem. In realtà Aida si chiama Stefano Bianchi, ha barba e capelli brizzolati e fa il geometra. Ma qui dentro la vera identità dei soci è irrilevante, ognuno degli iscritti porta un nome d’opera che non rispetta il genere: ci sono Vespri siciliani (Umberto Paini), ex carrozziere, e Il Corsaro (Maurizio Dardari), che fa il marmista; La battaglia di Legnano (Carlo Alfieri), che ha un’impresa di costruzioni, e Messa da Requiem (Antonio Giovati), avvocato e professore universitario; La forza del destino (Carlo Aversa), dentista, e Attila (Roberto Caraffini), dipendente di una ditta di cucine; Alzira (Giovanni Conti), già medico radiologo, e Luisa Miller (Giuseppe Amenta), infermiere a riposo; Oberto Conte di San Bonifacio (Oreste Bergamaschi), imprenditore di un’azienda di merchandising, e Otello (Massimo Galli), notaio.

Sarà la notte estiva buia e senza stelle che è calata sulla città, sarà la breve passeggiata dal Teatro Regio attraverso una Parma post Covid-19 deserta in cui ogni vetrina è illuminata con un’immagine di Verdi, sarà l’atmosfera carbonara che si respira qui dentro tra vecchi manifesti e cimeli e foto e altarini che celebrano la grandezza del Maestro di Busseto, ma in pochi minuti ci troviamo catapultati dentro una trama viscontiana. Di più, quando finalmente si spalanca la porta del sancta sanctorum e diciannove dei ventisette (otto sono assenti giustificati, tra cui Don Carlo, al secolo Alberto Michelotti, che quest’anno compie novant’anni) disposti a semicerchio, intonano un Va’ pensiero di benvenuto che culmina con un veemente e rituale «Viva Verdi!» (lo ammetto, ho gli occhi lucidi). Poi tutti si accomodano sul proprio scranno di legno come cardinali durante un conclave e Un giorno di regno (al secolo Enzo Petrolini, bancario), l’incontenibile, carismatico, pingue presidente del Club - che il 27 gennaio scorso, poche settimane prima del lockdown, il giorno del 119° anniversario della morte del compositore, era in Piazza della Pilotta accanto al sindaco Pizzarotti e ad Anna Maria Meo, direttore generale del Teatro Regio - incomincia a raccontare: «Questo club nacque nel 1958 per iniziativa di un gruppo di appassionati. Grotta Mafalda, la sede originaria, fu una paninoteca ante litteram. Il papà, che aveva un negozio, si fermava lì prima di tornare a casa. A volte si restava fino a tardi ad ascoltare musica e cantare. Papà fu uno dei fondatori, era Il Ballo in maschera. Ricordo la prima riunione, avevo otto anni, quando vennero estratti a sorte i nomi delle opere che poi ognuno si sarebbe portato vita natural durante. Chi se ne va lascia il posto ad un altro che ha presentato domanda. Abbiamo anche la figura del decano; arrivato a una certa età uno può esprimere il desiderio di restare nel Club ma mette a disposizione il titolo dell’opera per qualcun altro. È accaduto: il più giovane che è entrato proprio l’anno scorso di questi tempi, Nabucco (Massimiliano Palmieri, veterinario), ha ereditato il nome da un Nabucco emerito».

Il cancello della vecchia cantina dove si riunivano all’inizio, con lo spioncino, l’hanno portato qui come una reliquia. Dopo Grotta Mafalda c’è stata la sede storica in via Farini, dove sono rimasti per trent’anni, fino al 2007, quando, dopo la ristrutturazione dei sotterranei della Casa della Musica, al Club è stato offerto uno spazio più idoneo. «Ci riuniamo ogni giovedì, spesso i cast delle opere che vengono a trovarci, facciamo incontri con gli studenti. Giovanna d’Arco (Fernando Zaccarini, dirigente infermieristico) è il responsabile delle relazioni con le scuole, io lo chiamo il ministro della pubblica istruzione. Lo aiutano Falstaff (Paolo Zoppi, funzionario di banca in pensione) e Simon Boccanegra (Fausto Zatorri, ex impiegato)». Giovanna d’Arco è il favoleggiatore che incanta le quarte e le quinte elementari. «Invento delle storielle, tiro fuori una bacchetta da direttore debitamente imporporinata e gli faccio capire che muovendo questa bacchetta magica vien fuori la musica. I bambini assorbono, sono delle spugne. Magari un giorno qualcuno di loro chiederà ai genitori di portarlo a teatro, diventerà un appassionato o presenterà domanda per entrare nel Club dei 27», dice Giovanna d’Arco.
Non è l’unico club devoto a Verdi, in città ce n’è anche uno al femminile, Le Verdissime (www.verdissime.com), oltre al Corale Giuseppe Verdi, Parma Lirica e a un nutrito gruppo di temibili loggionisti. Sono i peggiori nemici dei registi che attentano alla tradizione con allestimenti arditi e innovativi, come il Nabucco diretto da Ricci/Forte, che pure sono stati generosamente accolti nella sede del Club. «Ricci/Forte hanno sicuramente grandi capacità», dice Un giorno di regno, «ma mi hanno fatto pensare a un mio compagno di scuola che scriveva benissimo (e infatti fa il giornalista) ma nei componimenti prendeva sempre due perché andava fuori tema». 

Il Club dei 27 è un ortodosso guardiano della tradizione. Simon Boccanegra è sempre a caccia di rarità discografiche che sottopone agli altri in estenuanti sedute d’ascolto. «Qualche settimana fa ho proposto dodici versioni di Ella giammai m’amò! dal Don Carlo», conferma. «Una sera ce ne siamo bevute altrettante di La fatal pietra sovra me si chiuse, il lungo finale di Aida; siamo partiti da Aureliano Pertile per arrivare a Corelli e Bergonzi». I corelliani sono in minoranza rispetto ai bergonziani, «ma siamo a livello di Coppi/Bartali, marmellata di prima, difficile dire chi è il migliore», dice Un giorno di regno. Tutti d’accordo che Gregory Kunde è un verdiano doc «anche se non è certo Beniamino Gigli». Sono divisi, invece, su Jonas Kaufmann «che stimiamo ma non consideriamo un verdiano». Falstaff (Paolo Zoppi, ex funzionario di banca) difende a spada tratta il tenore tedesco: «È un grande, una voce scura che tende al baritonale. Grandissimo nell’Otello. Per il centenario verdiano fece un Lohengrin da sogno alla Scala. Oggi è indiscutibilmente il numero uno».

I cosiddetti “Cavalieri di Verdi” sono tutti immortalati su una parete del Club: Bergonzi, Corelli, Pavarotti, la Freni, Cappuccilli. Alcuni sono stati ospiti in indimenticabili ricevimenti: Giuseppe Valdengo, il baritono di Toscanini, Placido Domingo, che si commosse quando entrò nella vecchia sede, José Carreras, Riccardo Muti («Che ci fece dei gran complimenti per il Va’ pensiero, poi ci invitò alla prima del Macbeth alla Scala»), Claudio Abbado, Zubin Mehta. Il trovatore (Andrea Begani, pubblicitario) è il genio telematico del gruppo. «Ho verificato, ci sono più di 27 mila ricorrenze sul Club dei 27 in rete in un’area geografica molto vasta che va dalle Americhe al Giappone alla Mongolia».

Qualcuno denuncia, «C’è un rockettaro tra noi!», e tutti si voltano verso Il corsaro, che contrattacca: «Amo Springsteen, mica è l’ultimo arrivato, è uno che ha studiato la musica». Anche Stiffelio (Aldo Usberti, bancario in pensione), che ha fatto la comparsa al Regio, fa coming out: «La musica è universale. Ascolto tutto, da Bach ai Beatles e ai Rolling Stones». Infine, un pensiero per Rigoletto (Giuseppe Azzali), morto a dicembre. «Osserviamo tre mesi di lutto prima di prendere in considerazione altri candidati», dice il presidente. Magari finalmente una donna in questa loggia verdiana? «Come le viene in mente?», scatta Un giorno di  regno. «Le donne possono far la domanda, qualcuna l’ha fatta, ma poi non vengono mai accettate». Son già tutti in piedi per il brindisi rituale con i boccali personalizzati. Un sorso di vino e all’unisono: «Viva Verdi!» prima di disperdersi nella notte risorgimentale.

Sul Venerdì del 21 agosto 2020