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la Fontana del Nettuno nel deserto. (Maria Laura Antonelli / agf) 

Com'è triste Firenze soltanto un anno dopo

Le grandi città d’arte, che nel 2019 avevano avuto presenze record, sono semideserte. E tutta l’italia ha la metà dei turisti. Ai livelli pre-Covid si tornerà (forse) nel 2023. A patto di un rilancio. Digitale
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FIRENZE. Il rooftop del Plaza Lucchesi è il vero belvedere di Firenze. A un tiro di schioppo Santa Croce, con i suoi morti illustri, Michelangelo, Galileo, il cenotafio di Dante. Poco oltre il Duomo. Dall’altro lato l’Arno nella sua indolente bellezza. Mancano solo, in questa cartolina italiana, i turisti. Americani e cinesi, appiedati dal Covid, facevano il 70 per cento della clientela di questo magnifico quattro stelle. Oggi più della metà sono italiani (dal 6 per cento dell’anno scorso), poi francesi, tedeschi, l’Europa vicina. Il problema coi nostri connazionali, mi spiega il manager Giancarlo Carniani nel ristorante deserto, è che spendono molto meno e sono molto più difficili («Loro e i loro bambini di 18 anni» scherza). La piscina è troppo piccola. Il parcheggio troppo stretto. Come se, a cose normali, frequentassero solo cinque stelle. Mentre sono qui solo perché la pandemia ha tagliato in due…
FIRENZE. Il rooftop del Plaza Lucchesi è il vero belvedere di Firenze. A un tiro di schioppo Santa Croce, con i suoi morti illustri, Michelangelo, Galileo, il cenotafio di Dante. Poco oltre il Duomo. Dall’altro lato l’Arno nella sua indolente bellezza. Mancano solo, in questa cartolina italiana, i turisti. Americani e cinesi, appiedati dal Covid, facevano il 70 per cento della clientela di questo magnifico quattro stelle. Oggi più della metà sono italiani (dal 6 per cento dell’anno scorso), poi francesi, tedeschi, l’Europa vicina. Il problema coi nostri connazionali, mi spiega il manager Giancarlo Carniani nel ristorante deserto, è che spendono molto meno e sono molto più difficili («Loro e i loro bambini di 18 anni» scherza). La piscina è troppo piccola. Il parcheggio troppo stretto. Come se, a cose normali, frequentassero solo cinque stelle. Mentre sono qui solo perché la pandemia ha tagliato in due il costo della camera media, portandolo a 150 euro. Vite che non sono le loro, standoci scomodi, per di più. Quest’estate post-nucleare ha dato alla testa a molti. E non è detto che l’autunno non riservi altre sorprese. La domanda è: il turismo dimezzato è una tempesta che farà grossi danni ma passerà col vaccino o il coronavirus cambierà per sempre la nostra maniera di viaggiare?

Robi Veltroni, general manager di Roccamare, un complesso di residence a Castiglione della Pescaia che a vederlo in foto vorresti prenderci la residenza, è un toscano al quadrato che cita Mark Twain: «Le statistiche sono come i lampioni: possono illuminare o servire da appoggio per gli ubriachi». La Maremma, ha spiegato al Tirreno il country manager di Airbnb Giacomo Trovato, ha visto un boom di prenotazioni («Case isolate, grandi: villeggiature come negli anni Sessanta»). Anche il Roccamare? «Siamo completi, ma con metà stanze per rispettare il distanziamento. E il personale al 90 per cento perché, pieno o vuoto, giardinieri e bagnini servono comunque». Quindi, se son bravi, incasseranno il 30-40 per cento in meno rispetto all’anno scorso. Mentre il Bastiani di Grosseto, l’altro hotel che gestisce, è rimasto chiuso per troppo poche prenotazioni.

La guerra di numeri tra l’ente del turismo (Enit) e Federalberghi sta tutta qui. Va bene il tasso di occupazione delle stanze del 79 per cento ad agosto, ma se, come a Firenze, è aperto solo il 40 per cento degli alberghi il quadro cambia. «Forse» si sbilancia Veltroni «il distanziamento attuale diverrà la nuova normalità. E non mi dispiacerebbe. Ma solo il 60 per cento degli italiani ha mantenuto integro lo stipendio: gli altri con quali soldi andranno in vacanza? Questa sciagura butta acqua sull’overtourism, dibattito incandescente ancora l’anno scorso: il troppo si può gestire, la miseria no». Così parlò l’albergatore-philosophe che, per affrontare al meglio l’emergenza, ha fatto leggere ai suoi collaboratori le tesi di laureandi di Hong Kong sul turismo ai tempi della Sars.

Il grosso dei suoi colleghi non ha le stesse risorse. Per loro la questione è: sopravvivere alle bollette, un mese alla volta. Per Rodolfo Baggio, che insegna alla Bocconi, «la crisi era una grande occasione di rinnovamento, per ripensare la propria presenza online e i rapporti con i grandi portali, purtroppo persa. Sia i singoli che le associazioni hanno saputo solo bussare a quattrini». Con poca fortuna, dal momento che, se il problema è la liquidità, «non è certo un voucher che ti offre un credito di imposta a cinque anni a salvarti». Già. Anche il fiorentino Carnieri, già direttore scientifico del Bto, importante appuntamento del settore, mi ha detto che son cambiati i canali di distribuzione: «Tanto telefono, il sito dell’albergo e molto meno i portali, con l’eccezione di Booking». Quindi il momento di rifarsi il sito e cercare di pubblicizzarlo sarebbe ora. Non fosse che, per tanti una-due stelle, suona un po’ come suggerire un bel corso di stile libero tenuto da Federica Pellegrini a chi sta affogando. Un altro che predica la via digitale alla salvezza è Mirko Lalli, fondatore di Data Appeal, un’azienda specializzata nella raccolta e nell’interpretazione dei dati utili all’industria turistica. «Setacciamo 108 canali: dalle recensioni di Tripadvisor alle prenotazioni su Airbnb, dai siti di concerti a tutto ciò che può impattare sulle decisioni di visitare o no una tal località. E, grazie all’intelligenza artificiale, siamo in grado di fare previsioni». Gli ricordo la massima di Galbraith, per cui l’unica funzione delle previsioni economiche sarebbe rendere un po’ più rispettabile l’astrologia, ma non demorde: «Le abbiamo verificate con i dati ufficiali sulle presenze. Tornano. Solo che l’Istat arriva 8-10 mesi dopo i fatti, noi prima. E se un albergatore sa di una domanda in forte crescita può aumentare i prezzi». Dipende quanto costa il servizio, ma senz’altro aiuta. Quanto al futuro? «Il turismo business cambierà più degli altri. Città come Milano se ne sono già accorte. Quando, per 3-4 mesi, hai fatto via Zoom le stesse cose che facevi prendendo un aereo, forse smetterai di prenderlo». Non è proprio la stessa cosa, ma nella nuova «terra dell’abbastanza» magari basterà.

«È come una malattia che ti costringe a ripensare lo stile di vita» dice Stefano Landi, ricercatore, consulente del primo ministero Franceschini e titolare di SL&A, un’azienda che ha tra i suoi clienti Regioni e località italiane: «Forse è la volta buona per introdurre i tornelli a Venezia. Non è affatto vero che prenotare per entrare in una città sia antidemocratico!». Perché le città d’arte sono in numero finito mentre il territorio non lo è ed è su quello che bisogna puntare («Centri medi come Lucca e Prato stanno andando benissimo. L’Italia post-Covid vedrà il trionfo della provincia»). Disegna su un foglio tre centri concentrici. Il nocciolo è il turismo di prossimità, entro le 2 ore di viaggio, che vale il 60 per cento. Poi quello entro le 12 ore e infine quello globale, da un 20 per cento ciascuno. «Il primo tiene: è la vittoria di quel che conosco già, vicino, raggiungibile in auto». Il vero buttafuori, in questa fase, è la prospettiva di restare sequestrato all’estero in caso di seconde ondate. Tuttavia sarebbe bene non sprecare la crisi: «Alcuni esempi: i corsi di lavorazione del marmo sulle Apuane; i cammini, non più solo religiosi; la bici, da quella da diporto alle gare tipo Iron Man che portavano americani con capacità di spesa sulle Dolomiti; eventi programmati di sera o all’alba per spingere le persone a prendere una camera. Fondamentale è non puntare tutto su una cosa sola: Fiuggi e Chianciano, che l’avevano fatto con le terme, sono una lezione per tutti».

Il futuro assomiglierà quindi al passato, alla villeggiatura lunga dei nostri genitori o nonni? Molti operatori ci scommettono, ma non ci crede Marco D’Eramo che, in Il selfie del mondo, definiva il turismo l’industria più importante del Pianeta «perché innesca tutte le altre, ben oltre l’ospitalità, a cominciare da aeronautica, automobilistica, etc». Non è che il turismo sia diventato mordi e fuggi, sostiene, perché la gente è stupida, ma perché non ha i soldi per fare di meglio «e ne avrà ancora meno in autunno, dopo questa catastrofe. Il turismo lento è prerogativa della borghesia, non esattamente in fase espansiva». Gli è capitato di presentare il libro a Venezia e a chi lamentava che prima c’erano 150 mila abitanti e oggi 50 mila rispondeva che, senza il turismo, diventerebbero tremila: «Mettere il numero chiuso sarebbe sancire che la città diventa un museo. Sono nostalgie conservatrici di chi dice “quando eravamo in pochi sapevamo apprezzare, non come questi selvaggi”». Il turismo è figlio della globalizzazione. Tanto difficile fermare il primo quanto lo è arrestare la seconda: «All’indomani del vaccino le file agli aeroporti saranno lunghe come prima». Lo dicevano anche di Firenze post-lockdown, ma l’attaccamento al lavoro a distanza suggerisce più cautela. Il consensus è che bisognerà aspettare il 2023 per tornare ai livelli del 2019. Possibilmente non acciambellati sul divano, come se il film non ci riguardasse.

Sul Venerdì del 28 agosto

Alla crisi del turismo, al boom di Airbnb e all'impatto che la piattaforma californiana ha avuto sul mercato immobiliare e sulla struttura sociale del mondo intero Riccardo Staglianò ha dedicato un libro, L’affittacamere del mondo. Airbnb è la nostra salvezza o la rovina delle città? (Einaudi, pp. 178, euro 16,50) in uscita il 1° settembre. Ne parla anche in questo podcast realizzato per i lettori del Venerdì.