Nel salotto di Maria Montessori
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOA 150 anni dalla nascita della creatrice del celebre metodo educativo, siamo andati nella sua casa di Amsterdam. Dove la pronipote ci ha raccontato molto di lei e della sua eredità
AMSTERDAM. A casa di Maria. Par scoprire la donna e la bisnonna Montessori, candidata tre volte al Nobel. Tutto è ancora lì. Nulla di sfarzoso, facciata discreta: scale, mobili antichi, parquet che scricchiola, tanti libri, molti ricordi. Foto, lauree, lettere. C’è perfino il suo vestito nero (in bacheca). Maria, a 150 anni dalla nascita (31 agosto 1870), vive ancora ad Amsterdam, non ha traslocato, nemmeno ora che il mondo continua a dire che è stata un genio e ad aprire scuole con il suo nome. Al numero 161 di Koninginneweg c’è la sede dell’Ami (Association Montessori Internationale) ed è lo stesso luogo dove Maria ha vissuto e insegnato e dove la sua famiglia si occupa e gestisce la sua eredità culturale.
Carolina, la pronipote, parla italiano ed è responsabile dal 2007 della conservazione e redazione dell’Archivio pedagogico Montessori. «Da bambina sono cresciuta sapendo che Maria Mo…
Carolina, la pronipote, parla italiano ed è responsabile dal 2007 della conservazione e redazione dell’Archivio pedagogico Montessori. «Da bambina sono cresciuta sapendo che Maria Mo…
AMSTERDAM. A casa di Maria. Par scoprire la donna e la bisnonna Montessori, candidata tre volte al Nobel. Tutto è ancora lì. Nulla di sfarzoso, facciata discreta: scale, mobili antichi, parquet che scricchiola, tanti libri, molti ricordi. Foto, lauree, lettere. C’è perfino il suo vestito nero (in bacheca). Maria, a 150 anni dalla nascita (31 agosto 1870), vive ancora ad Amsterdam, non ha traslocato, nemmeno ora che il mondo continua a dire che è stata un genio e ad aprire scuole con il suo nome. Al numero 161 di Koninginneweg c’è la sede dell’Ami (Association Montessori Internationale) ed è lo stesso luogo dove Maria ha vissuto e insegnato e dove la sua famiglia si occupa e gestisce la sua eredità culturale.
Carolina, la pronipote, parla italiano ed è responsabile dal 2007 della conservazione e redazione dell’Archivio pedagogico Montessori. «Da bambina sono cresciuta sapendo che Maria Montessori era una persona molto famosa. Mio padre, Mario jr., nato a Barcellona, era molto legato a lei e ci parlava spesso dei viaggi all’estero che facevano insieme, anche perché la mia bisnonna teneva molti corsi in Europa. Doveva guadagnare e mantenere la famiglia. Noi eravamo cinque figli e abbiamo tutti frequentato la scuola Montessori elementare qui vicino. Ma da bambini non capivamo molto bene perché la bisnonna, che io non ho fatto in tempo a conoscere, fosse una persona così famosa. E poi quando sei piccola la fama non è così interessante. Più tardi ho lavorato da assistente con mio padre, lui era psicoanalista, e nel tempo libero si dedicava moltissimo a Montessori, scrivendo e tenendo conferenze all’estero. Da lui ho imparato tanto, e a un certo punto mi è stato chiesto di venire qui all’Ami ad aiutare a scannerizzare l’archivio, a fare un catalogo, a costruire una banca dati».
Niente favole ai nipoti
E così Carolina si accorge di avere una bisnonna strana, complessa, difficile, ma geniale. Una donna che non racconta favole ai nipoti, convinta che riempire la mente dei bambini con draghi e streghe generi solo confusione, meglio spiegare loro la natura. «Non è stata nemmeno una mamma normale. Un rombo, la casa è scossa, Maria si siede sul letto del figlio e con calma gli spiega: vedi come si muove il lampadario, senti come trema il pavimento? Questo, Mario, è un terremoto». Una scienziata che viaggia e lavora molto e che costringe la sua famiglia a continui spostamenti. «Studiando i suoi materiali ho capito l’importanza e anche l’eccezionalità delle sue idee, ma quello che mi ha veramente sorpreso è la velocità con la quale si sono diffusi il suo metodo e le sue idee nel mondo. Senza internet, senza la televisione, Maria è arrivata ovunque, in Australia, in America del Sud, in India, negli Stati Uniti, ora anche in Cina, Africa e Giappone». Un secolo e mezzo dopo non c’è polvere, ma curiosità e interesse in oltre 110 Paesi per questa donna nata a Chiaravalle nelle Marche (che la ricorderà con un museo), unica figura femminile italiana finita su una banconota (mille lire), che raggiunse presto il successo. Molti i suoi ex studenti, da Anne Frank ai fondatori della new economy: Larry Page e Sergey Brin di Google, Jeff Bezos, papà di Amazon, Jimmy Wales, creatore di Wikipedia, Bill Gates, ideatore di Microsoft. Tutta gente che ha inventato qualcosa che prima non c’era. Per non parlare di Gabriel García Márquez, George Clooney, Beyoncé, Taylor Swift. La Montessori sembra una scuola che libera i talenti.
Voleva aiutare malati e poveri
Carolina, che è sposata e ha due figlie, rifiuta ogni eccentricità, ma invita a riflettere sulla diversità. «Quando mi dicono che i ricchi e famosi hanno studiato alle Montessori come molti guru dell’economia digitale internazionale, non mi inorgoglisco, Guglielmo Marconi è stato un genio senza essere uno studente di Maria. Né mi interessa che in Cina la nuova classe dirigente mandi i figli alle Montessori confidando che così diventino più bravi e capaci di alte prestazioni. Non è per l’abilità a fare soldi che la mia bisnonna ha studiato un diverso sistema evolutivo, ma perché per lei era importante la giustizia sociale: aveva sofferto, come donna, andando in un istituto tecnico, e frequentando l’università di medicina, anche lì gli uomini non erano così simpatici».
«Maria si impegnava per i malati» racconta ancora, «vedeva questi ragazzi – alcuni dei quali all’epoca erano chiamati “deficienti”, epilettici, ciechi, con sindrome di Down – e trovò un sistema per istruirli. Voleva aiutare la gente povera, fece capire che bastonare, punire, umiliare, non è un buon metodo per crescere i bambini. Ha saputo dire no ai fascismi, combattere per l’emancipazione femminile e per il suffragio universale, rivendicare l’autonomia della conoscenza rispetto al totalitarismo, l’importanza della curiosità e dei viaggi nel far incontrare pensiero occidentale e orientale; e non solo ha pensato, ma si è impegnata a costruire scuole in situazioni e quartieri difficili. Sa cosa disse Freud, la cui figlia Anna era una seguace di Maria? “Se tutti seguissero il metodo Montessori, non sarebbe necessario il mio lavoro di psicoanalisi”».
Maria visse e insegnò in America, a Barcellona, in India (costretta dalla guerra), ma una sua forma di stabilità la trovò ad Amsterdam, dove il padre di Ada Pierson, seconda moglie di Mario, le mise a disposizione una casa. «Rimase sempre molto italiana, anche se dopo il 1915 non ha più veramente vissuto nel suo Paese. Mio padre raccontava che veniva a prendere i nipoti più grandi e poi andavano al cinema e vedevano quattro film, uno dopo l’altro, così lei ne approfittava per dormire un po’. Maria giocava a carte, amava i libri gialli, adorava mangiare, pasta, carne e vino, e fare gli gnocchi».
Sull'Himalaya
Carolina sta lavorando a un libro con le lettere che Maria scrisse ai nipoti dall’India sui guai delle traduzioni. «Ho scoperto una bisnonna molto accademica, ma anche molto umana. Nelle lettere descrive i costumi indiani, che per lei erano stranieri. E l’impressione che le fece l’Himalaya. Adesso possiamo vedere tutto su internet o in tv, ma allora era una cultura completamente nuova. Racconta anche il modo in cui fu ricevuta e trattata, da dea. Perfino Gandhi la stimava molto».
Maria Montessori è morta nel 1952 in Olanda a 81 anni guardando il mare, mentre progettava nuovi viaggi (in Africa). E qui a casa sua non si smette di svilupparne l’eredità «rivoluzionaria». Come dice Carolina: «Lei ha dato un posto al bambino, lo ha messo al centro del suo metodo. E questa è stata una cosa veramente nuova, nel senso che prima bisognava ascoltare l’insegnante, memorizzare tutto, anche senza capire. Maria aveva studiato una scuola che va da zero a 18 anni e se avesse avuto il tempo sarebbe andata più in là. Anche i grandi hanno bisogno di imparare. Pensava ai genitori, perché a scuola si può fare molto, ma poi i bambini vanno a casa e se i genitori non capiscono quello che hanno fatto in classe, è inutile». Educare gli adulti, già.
Sul Venerdì del 28 agosto 2020
Carolina, la pronipote, parla italiano ed è responsabile dal 2007 della conservazione e redazione dell’Archivio pedagogico Montessori. «Da bambina sono cresciuta sapendo che Maria Montessori era una persona molto famosa. Mio padre, Mario jr., nato a Barcellona, era molto legato a lei e ci parlava spesso dei viaggi all’estero che facevano insieme, anche perché la mia bisnonna teneva molti corsi in Europa. Doveva guadagnare e mantenere la famiglia. Noi eravamo cinque figli e abbiamo tutti frequentato la scuola Montessori elementare qui vicino. Ma da bambini non capivamo molto bene perché la bisnonna, che io non ho fatto in tempo a conoscere, fosse una persona così famosa. E poi quando sei piccola la fama non è così interessante. Più tardi ho lavorato da assistente con mio padre, lui era psicoanalista, e nel tempo libero si dedicava moltissimo a Montessori, scrivendo e tenendo conferenze all’estero. Da lui ho imparato tanto, e a un certo punto mi è stato chiesto di venire qui all’Ami ad aiutare a scannerizzare l’archivio, a fare un catalogo, a costruire una banca dati».
Niente favole ai nipoti
E così Carolina si accorge di avere una bisnonna strana, complessa, difficile, ma geniale. Una donna che non racconta favole ai nipoti, convinta che riempire la mente dei bambini con draghi e streghe generi solo confusione, meglio spiegare loro la natura. «Non è stata nemmeno una mamma normale. Un rombo, la casa è scossa, Maria si siede sul letto del figlio e con calma gli spiega: vedi come si muove il lampadario, senti come trema il pavimento? Questo, Mario, è un terremoto». Una scienziata che viaggia e lavora molto e che costringe la sua famiglia a continui spostamenti. «Studiando i suoi materiali ho capito l’importanza e anche l’eccezionalità delle sue idee, ma quello che mi ha veramente sorpreso è la velocità con la quale si sono diffusi il suo metodo e le sue idee nel mondo. Senza internet, senza la televisione, Maria è arrivata ovunque, in Australia, in America del Sud, in India, negli Stati Uniti, ora anche in Cina, Africa e Giappone». Un secolo e mezzo dopo non c’è polvere, ma curiosità e interesse in oltre 110 Paesi per questa donna nata a Chiaravalle nelle Marche (che la ricorderà con un museo), unica figura femminile italiana finita su una banconota (mille lire), che raggiunse presto il successo. Molti i suoi ex studenti, da Anne Frank ai fondatori della new economy: Larry Page e Sergey Brin di Google, Jeff Bezos, papà di Amazon, Jimmy Wales, creatore di Wikipedia, Bill Gates, ideatore di Microsoft. Tutta gente che ha inventato qualcosa che prima non c’era. Per non parlare di Gabriel García Márquez, George Clooney, Beyoncé, Taylor Swift. La Montessori sembra una scuola che libera i talenti.
Voleva aiutare malati e poveri
Carolina, che è sposata e ha due figlie, rifiuta ogni eccentricità, ma invita a riflettere sulla diversità. «Quando mi dicono che i ricchi e famosi hanno studiato alle Montessori come molti guru dell’economia digitale internazionale, non mi inorgoglisco, Guglielmo Marconi è stato un genio senza essere uno studente di Maria. Né mi interessa che in Cina la nuova classe dirigente mandi i figli alle Montessori confidando che così diventino più bravi e capaci di alte prestazioni. Non è per l’abilità a fare soldi che la mia bisnonna ha studiato un diverso sistema evolutivo, ma perché per lei era importante la giustizia sociale: aveva sofferto, come donna, andando in un istituto tecnico, e frequentando l’università di medicina, anche lì gli uomini non erano così simpatici».
«Maria si impegnava per i malati» racconta ancora, «vedeva questi ragazzi – alcuni dei quali all’epoca erano chiamati “deficienti”, epilettici, ciechi, con sindrome di Down – e trovò un sistema per istruirli. Voleva aiutare la gente povera, fece capire che bastonare, punire, umiliare, non è un buon metodo per crescere i bambini. Ha saputo dire no ai fascismi, combattere per l’emancipazione femminile e per il suffragio universale, rivendicare l’autonomia della conoscenza rispetto al totalitarismo, l’importanza della curiosità e dei viaggi nel far incontrare pensiero occidentale e orientale; e non solo ha pensato, ma si è impegnata a costruire scuole in situazioni e quartieri difficili. Sa cosa disse Freud, la cui figlia Anna era una seguace di Maria? “Se tutti seguissero il metodo Montessori, non sarebbe necessario il mio lavoro di psicoanalisi”».
Maria visse e insegnò in America, a Barcellona, in India (costretta dalla guerra), ma una sua forma di stabilità la trovò ad Amsterdam, dove il padre di Ada Pierson, seconda moglie di Mario, le mise a disposizione una casa. «Rimase sempre molto italiana, anche se dopo il 1915 non ha più veramente vissuto nel suo Paese. Mio padre raccontava che veniva a prendere i nipoti più grandi e poi andavano al cinema e vedevano quattro film, uno dopo l’altro, così lei ne approfittava per dormire un po’. Maria giocava a carte, amava i libri gialli, adorava mangiare, pasta, carne e vino, e fare gli gnocchi».
Sull'Himalaya
Carolina sta lavorando a un libro con le lettere che Maria scrisse ai nipoti dall’India sui guai delle traduzioni. «Ho scoperto una bisnonna molto accademica, ma anche molto umana. Nelle lettere descrive i costumi indiani, che per lei erano stranieri. E l’impressione che le fece l’Himalaya. Adesso possiamo vedere tutto su internet o in tv, ma allora era una cultura completamente nuova. Racconta anche il modo in cui fu ricevuta e trattata, da dea. Perfino Gandhi la stimava molto».
Maria Montessori è morta nel 1952 in Olanda a 81 anni guardando il mare, mentre progettava nuovi viaggi (in Africa). E qui a casa sua non si smette di svilupparne l’eredità «rivoluzionaria». Come dice Carolina: «Lei ha dato un posto al bambino, lo ha messo al centro del suo metodo. E questa è stata una cosa veramente nuova, nel senso che prima bisognava ascoltare l’insegnante, memorizzare tutto, anche senza capire. Maria aveva studiato una scuola che va da zero a 18 anni e se avesse avuto il tempo sarebbe andata più in là. Anche i grandi hanno bisogno di imparare. Pensava ai genitori, perché a scuola si può fare molto, ma poi i bambini vanno a casa e se i genitori non capiscono quello che hanno fatto in classe, è inutile». Educare gli adulti, già.
Sul Venerdì del 28 agosto 2020