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Lo storico Alessandro Barbero, 61 anni, fotografato nella libreria  Feltrinelli di Biella. (Nicola Marfisi / Agf) 

La versione di Barbero, storico superstar

La didattica e gli esami a distanza. I guai dei nostri atenei. Ma anche il Covid-19, i record sul Web, la tessera del Pci... Intervista a uno studioso celebre suo malgrado
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BIELLA. Lo storico Alessandro Barbero vive una seconda vita a sua insaputa. Intorno alle seguitissime conferenze su Napoleone e sulla battaglia di Stalingrado, visualizzate all’infinito sul web anche da torme di adolescenti che lo chiamano “Il Barb”, è cresciuto un culto fatto di spot pubblicitari, cartoni animati e persino brani tecno: La storia/ è tutttto... – si canticchia in rete – I longobardi/ non erano un popolo / di filosofi. Stralci di sue lezioni finiscono ora su siti di destra, ora su siti di sinistra. Però lui non ha Fb, non va su YouTube e ignora WhatsApp, insomma se ne infischia. Un influencer riluttante, con la passione del Medioevo, e  ditegli che è stata un’epoca oscurantista se avete il coraggio. Ha appena finito di scrivere una biografia di Dante che sarà in libreria a ottobre per Laterza. «Un libro più erudito di quello che avrei voluto» spiega, «una specie di tutto…
BIELLA. Lo storico Alessandro Barbero vive una seconda vita a sua insaputa. Intorno alle seguitissime conferenze su Napoleone e sulla battaglia di Stalingrado, visualizzate all’infinito sul web anche da torme di adolescenti che lo chiamano “Il Barb”, è cresciuto un culto fatto di spot pubblicitari, cartoni animati e persino brani tecno: La storia/ è tutttto... – si canticchia in rete – I longobardi/ non erano un popolo / di filosofi. Stralci di sue lezioni finiscono ora su siti di destra, ora su siti di sinistra. Però lui non ha Fb, non va su YouTube e ignora WhatsApp, insomma se ne infischia. Un influencer riluttante, con la passione del Medioevo, e  ditegli che è stata un’epoca oscurantista se avete il coraggio. Ha appena finito di scrivere una biografia di Dante che sarà in libreria a ottobre per Laterza. «Un libro più erudito di quello che avrei voluto» spiega, «una specie di tutto-su-Dante in trecento pagine. Parlo anche degli affarucci del nonno, ma di fatto è un’analisi politica».

Poi magari ne verrà fuori una delle sue conferenze. O un brano tecno. Come si spiega questo successo?
«Dicono che si vede la passione, ma tutti gli studiosi sono mossi da bruciore e passione. Quindi non me lo spiego».

La gestualità, le pause a effetto, l’ironia sorniona: ha fatto teatro in gioventù, confessi.
«Ma no, ero un secchione timidissimo, ce ne ho messo per avvicinare una ragazza, e poi detesto imparare le cose a memoria, sin dalle elementari. La mia prima volta davanti a tanta gente, una quindicina d’anni fa, è stata all’Auditorium di Roma. Lezione su Carlo Magno. Buio, silenzio, mamma mia che angoscia».

Bizzarro che uno storico diventi un mito per tanti adolescenti.
«Stupefacente. Qualcuno mi scrive per chiedermi consiglio, tipo: sono incerto se iscrivermi a Farmacia o a Storia…».

Risposta del Barb?
«Se papà ha una farmacia, ecco, magari è meglio fare Farmacia… Il primo sbocco di un laureato in Storia è l’insegnamento nella scuola. Il lavoro più bello del mondo, anche se hanno fatto di tutto per renderlo meno appassionante. Presto ci sarà un vasto reclutamento per sostituire i tanti insegnanti anziani che andranno in pensione. Fare lo storico, invece, è un privilegio. Bisogna essere molto bravi, molto fortunati, pazienti e determinati, e se si è tutte queste cose forse, dopo molti anni, hai un posto all’università e puoi fare ricerca su ciò che ti appassiona. Il massimo. Quanto alla divulgazione, per uno storico non è un obbligo, anzi».

Definizione di “storia”?
«Lo dice la canzoncina in rete: la-storia-è-tutto. Tutto quello che è accaduto, inclusi i fenomeni sotterranei come la crescita della disuguaglianza di cui parla Piketty. Inizia quando entrano in scena gli umani».

E prima?
«Prima, succedono cose».

Il Covid-19 come lo classifichiamo?
«Per gli storici è un evento elettrizzante. In futuro si analizzeranno i meccanismi decisionali, si vedrà che l’unione degli Stati non sapeva cosa fare, che l’Italia aveva due livelli, governo e Regioni…».

Come ce la siamo cavata fin qui?
«Scuola e università durante l’emergenza hanno reagito bene. L’anno è stato portato a termine regolarmente, anche se non senza danni e perdite. Il governo ha fatto benino, non il massimo, ma non si era mai trovato in una situazione del genere. Azzolina, chi vorrebbe essere nei suoi panni? Però rimodellare di continuo i provvedimenti, ecco, questo è sbagliato. Le famiglie hanno bisogno di certezze».

A proposito, sulle lezioni a distanza quest’estate non si è capito molto.
«Personalmente mi auguro che se ne facciano il meno possibile perché si tratta di una forma inferiore di didattica. Nelle materie che conosco, quelle umanistiche, devi avere le persone davanti, guardarle negli occhi, ti aspetti che alzino la mano… Fossero solo nozioni, basterebbero le dispense con cento date da imparare a memoria. Ma insegnare è un atto creativo: susciti un’emozione, oltre che trasmettere conoscenza. Con Meet e Zoom è tutto meno efficace, meno caldo. Non dico che sia come fare sesso online, ma siamo lì. Poi, qualche vantaggio a ben cercarlo lo si trova: ammesso che tutti abbiano pc e connessione, puoi integrare le lezioni con immagini e materiali. Ma siamo bestie che hanno bisogno di vivere in branco, di annusarsi e azzuffarsi, e guai a isolarci. Il vantaggio, mi creda, è sempre minore rispetto a ciò che si perde».

E la prova d’esame?
«Terribile. L’esame è di per sé uno stress. Figuratevi sostenerlo dentro casa, con l’ansia che il pc non regga, con i tuoi genitori di là… Poi ci sei tu, il professore; nello schermo intravedi il gagliardetto dell’Inter, i peluche, certe volte ti chiedi: ma dove si è messo? Sarà mica in un sottoscala? Perché non tutti hanno un posto dove poter stare tranquilli. E non mi ero reso conto di quanto un’alzata di sopracciglio possa orientare il dialogo. In video ormai lascio parlare e basta, ogni stop è una botta psicologica».

Però è innegabile il progresso nella digitalizzazione della scuola.
«Prima non c’erano i soldi per la carta igienica, adesso ci sono i pc. Meglio così, le risorse sono benvenute, ma che cosa vogliamo? Che un giorno tutte le lezioni si tengano online? Lo si sente già dire da alcuni pedagogisti. Be’, io ho il terrore dei pedagogisti e delle loro idee che suonano moderne e di cui convincono i politici. Quando ero un bambino, negli anni Sessanta, si diceva che nel 2000 saremmo andati su Marte e avremmo mangiato come gli astronauti; sembrava tanto moderno, bellissimo, era il futuro!».

E quindi?
«Quindi, disporre di una tecnologia non significa doverla usare per forza. Inoltre vedo dietro l’angolo una scuola dove, con il wi-fi, basta un docente ogni mille studenti, magari qualcuno ci sta già facendo un pensierino. E mi chiedo: a chi appartiene una lezione trasmessa su Meet? Chi è il proprietario di quel contenuto? Non ci stiamo ponendo il problema».

Tra YouTube e Fb, la lezione su Carlo Magno non è più sua da un pezzo.
«È diverso. Quello è il web, e secondo me lì è impossibile imporre regole, censure, e fare valere le norme del copyright. Ci riesce giusto il governo cinese, ma a quale prezzo».

È vero che è contrario all’alternanza scuola-lavoro?
«Ci sono insegnanti capaci di fare miracoli e di tirarne fuori esperienze gratificanti, ma l’idea in sé mi ripugna. La scuola non dovrebbe avere rapporti strutturati con il lavoro. Un tempo i figli degli operai andavano a scuola per imparare un mestiere e i figli dei borghesi andavano al liceo per fare greco e latino, che certo non ti preparano a un lavoro. In seguito, e fino agli anni Novanta, si è pensato: se i ricchi studiano greco e latino, be’, anche i poveri ne hanno diritto. L’alternanza nasce dalla convinzione delle classi dirigenti – non so se astuta o ottusa – che la scuola serva a prepararti per il mondo del lavoro. Un obiettivo in contrasto con un progresso civile di secoli, basato sull’idea che più a lungo un ragazzo studia, meglio è, ed è quest’idea a fare la differenza fra un Paese progredito e un Paese che non lo è».

Ne discende che la parola “meritocrazia” le faccia venire l’orticaria.
«Sicuro. C’è chi sa aderire abilmente ai parametri fissati per definire il merito e riesce a farsi valutare al meglio; chi ha più indipendenza di pensiero fatica a starci dentro. Inoltre temo le graduatorie che, basate sul raggiungimento di obiettivi, servono a distribuire incentivi. Per esempio, in cosa consiste il merito degli insegnanti? Nell’essere appassionati? Nel bocciare qualcuno? Nel riuscire a promuovere tutti?».

Lei, allora, il merito dei suoi studenti come lo misura?
«Valuto se ciò che ho chiesto è stato fatto. E se proprio vogliamo usare la parola merito, ne ha di più la matricolina uscita dall’alberghiero che strappa il 25, rispetto a chi sapeva già le cose prima di arrivare all’università».

Sarà mica comunista.
«Ho avuto la tessera del Pci e non me ne pento».

Il livello del nostro sistema di istruzione nel complesso non le dispiace.
«Non è male, considerata l’arretratezza del Paese. Dell’università non ci possiamo lamentare. Abbiamo un indicatore molto affidabile: lo stupore dei nostri studenti all’estero davanti all’impreparazione dei coetanei. Però c’è un problema di fondo: sembra che le cose non si possano fare bene se non vengono programmate in anticipo e descritte dettagliatamente, un’ossessione che comporta mille moduli e sigle esotiche, i pof, i pif e altre cose deplorevoli che fanno perdere tempo e demoralizzano i docenti senza migliorare il funzionamento di scuole e atenei. Anzi, sembrano trucchi per lesinare le risorse. Per ottenere i fondi necessari a comprare la famosa carta igienica si devono presentare progetti mirabolanti al ministero. E certo non puoi semplicemente dire “vogliamo assumere un assegnista di ricerca molto bravo che ci serve”, eh no, troppo facile».

Come se ne esce?
«Non se ne esce. O, almeno, non se ne esce se si resta in silenzio. Bisogna combattere».

Sul Venerdì del 28 agosto 2020