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Domenico Arcuri, 57 anni, durante l’intervista (Alessandro Serranò/ Agf) 

Re Arcuri: intervista al signore delle mascherine

È considerato uno antipatico. Lui, il commissario dell'emergenza Covid, non smentisce. Ma in questa intervista per la prima volta si racconta. A 360 gradi
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ROMA. L'Uomo del Conte, il Burocrate in poltrona, il Signorsì, il Professionista dell'Emergenza... Ma, soprattutto, Domenico Arcuri è "l'Antipatico". Dice: "L'antipatia funziona solo se è usata con sapienza". Eduardo De Filippo, che tutti raccontano antipatico, aveva di certi giornalisti la stessa idea che ne ha Arcuri, e una volta al direttore del Mattino disse: "Voi dovete pubblicare sbagliato anche l'orario ferroviario, se no io, abituato a non credervi, perdo regolarmente il treno".

Dico subito che qui non si parla di mascherine e di tavoli con le ruote, di aziende fornitrici e pasticci con le date, rinvii, modifiche, aule e bus per allievi: "La scuola tra dieci giorni aprirà e funzionerà come in Italia ha sempre funzionato, zoppicando un po'. E magari, dopo un breve rodaggio, andrà anche meglio di prima". Domenico Arcuri racconta la storia della mascherine come un'epica,…
ROMA. L'Uomo del Conte, il Burocrate in poltrona, il Signorsì, il Professionista dell'Emergenza... Ma, soprattutto, Domenico Arcuri è "l'Antipatico". Dice: "L'antipatia funziona solo se è usata con sapienza". Eduardo De Filippo, che tutti raccontano antipatico, aveva di certi giornalisti la stessa idea che ne ha Arcuri, e una volta al direttore del Mattino disse: "Voi dovete pubblicare sbagliato anche l'orario ferroviario, se no io, abituato a non credervi, perdo regolarmente il treno".

Dico subito che qui non si parla di mascherine e di tavoli con le ruote, di aziende fornitrici e pasticci con le date, rinvii, modifiche, aule e bus per allievi: "La scuola tra dieci giorni aprirà e funzionerà come in Italia ha sempre funzionato, zoppicando un po'. E magari, dopo un breve rodaggio, andrà anche meglio di prima". Domenico Arcuri racconta la storia della mascherine come un'epica, con le musiche di C'era una volta in America "che per me è il film più bello della storia del cinema". Tullio Kezich, il 12 maggio del 1984 su Repubblica, lo definì "un rompicapo da trentacinque milioni di dollari, attraversato in tutta la sua lunghezza dal tema della contraddizione perpetua". Ma Arcuri preferisce la frase che Sergio Leone rubò a Joseph Conrad: "Credevo fosse un'avventura, invece era la vita". Dice: "Un giorno, lo prometto, faremo una lunga e dettagliata intervista intitolata: C'era un volta l'Italia delle mascherine". Sarà romanzo? Confessione? Seduta psicoanalitica? Con tutti quei morti, come si sentiva? "Malissimo. Già di natura dormo poco. Da quando sono commissario all'emergenza passo le notti sveglio, e mi metto a lavorare". Ha mai pregato? "No. Diciamo che non sono praticante, e non so nemmeno se ci credo" 

Arcuri trova che sia "difficile da dire", ma "l'epidemia, insieme all'oltraggio dei corpi, ha fatto dell'Italia una nazione. Rovesciando D'Azeglio, abbiamo gli italiani ma non l'Italia. Anche all'estero sono rimasti sorpresi". Cos'è accaduto? "Secondo me non ci ha cambiati la paura, ma la speranza". Non farò, con lei, la caccia all'errore del governo.  Ma la riapertura delle discoteche è stata madornale. "Quella è stata un'enome stupidaggine. Ma l'hanno fatta le Regioni". Certo, ma lo scaricabarile non vi fa onore: bisognava fermarle; impugnare le ordinanze. Lo avete fatto, giustamente, con Musumeci in Sicilia per gli immigrati. "Lo so, sarebbe stato giusto fermarli. Ammetta però che è difficile governare un Paese che ha una struttura confusamente semifederalista".

Dal 2007 Arcuri occupa lo stesso ufficio e la stessa poltrona al quinto piano della sede centrale di Invitalia: "La dico così: sono abbastanza cretino da non meritare di meglio e abbastanza intelligente da non perdere quello che ho meritato". Il palazzotto di Invitalia sta nella Roma di via Veneto, non quella felliniana, ma quella dell'Italietta Belle Époque, dopo Porta Pia e prima della Grande Guerra.  Sembra costruito da un architetto del sottogoverno. "Che brutta parola "sottogoverno". Diciamo che è... desueta". E qual è quella giusta? "Se c'è un sotto-governo potrebbe esserci anche un sopra-governo". E Arcuri vuole dire che lui amministra Invitalia appunto dal 2007, da quando lo chiamò Romano Prodi: "Sono stato confermato ogni tre anni, e dunque sono passato sotto o sopra i governi Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2". E qual è stato il miglior presidente? "Se fossi furbo le direi: l'ultimo". Ma lei è furbissimo: "Allora le dico chi è stato il peggiore, purché lei non lo scriva". Lo scrivo, ma sulla sabbia: "È stato Monti". Il meno politico. "Appunto". Ed eccoci arrivati alla parola "sopragoverno": i governi passano, e Arcuri resta. "Un pezzo importante della storia d'Italia l'hanno fatto i manager pubblici, che spesso sono meglio di quelli privati perché devono dare un occhio ai bilanci e un occhio al Palazzo. Di questo Paese sono la continuità". Ci mette anche i banchieri centrali?  "Certo: Carli... E Ciampi. E ovviamente Prodi".

Nel "catalogo è questo" del potere italiano, Domenico Arcuri è dunque la funzione della politica, non l'organo ma la sua capacità, non la mano ma la prensilità, non l'occhio ma la vista, non l'aggettivo ma il sostantivo, non l'apparire ma l'essere. Insomma è un attributo dell'organo politico, è la forma che ha deciso di darsi quella sostanza che è fatta di Conte, di Zingaretti, di Grillo, di Renzi..., e di tutti quelli che, ogni volta che l'albero della rigogliosa frutta elettorale inaridisce e secca, scendono dai rami, dal sopra al sotto, per "mangiare cicoria"  disse una volta Francesco Rutelli a Romano Prodi, visto che non possono trovare un'altra funzione, una presidenza, un'aula universitaria, un'industria di Stato, un'Invitalia o un'Emergenza da commissariare.

Quando finirà? "Non lo so. Ci sono segnali di peggioramento". Che cosa le dice la gente che incontra per strada? "Io sarò antipatico, ma molti mi ringraziano". La riconoscono? "Sì, mi riconoscono". E i suoi figli che cosa le dicono? "Cerco di tenerli riparati. Anche perché già soffrono per l'esposizione mediatica della madre". Che è la giornalista Myrta Merlino, la sua ex moglie. Ma lei ci crede alle lusinghe della popolarità? Non pensa che, girato l'angolo, quegli stessi che l'avevano riconosciuta e ringraziata si mettano a parlare male di lei? "Capisco cosa dice. Ma io non vivo di popolarità".

Quanti figli ha? "Tre". Madri diverse? "No, la stessa". Gioca al tennis con loro? "Con loro, prima del Covid, andavo al cinema, al Nuovo Olimpia, dove i film sono in inglese. Al tennis facevamo piccoli tornei qui a Invitalia". Fa altri sport? "No". E fuma. "Ho smesso con le Marlboro, ora fumo la sigaretta che non brucia. È comunque un miglioramento". E cosa sta leggendo? "Mi piacciono i noir italiani: Manzini, Carofiglio ... E sono stato conquistato da questa scrittrice catanese che si chiama Cristina Cassar Scalia, che giustamente si definisce "figlia di Camilleri". Anche se forse l'ultimo, che sto appunto leggendo, La Salita dei Saponari, è meno bello degli altri, un po' fumoso". Musica? "I cantautori, soprattutto De André e De Gregori che è il mio favorito. De Gregori sa anche cambiare restando all'altezza di sé. Mi piacerebbe conoscerlo meglio di persona. Penso, credo di intuire, che il grande artista malinconico nasconda un uomo che è pure simpatico".

Arcuri non vuol palare di famiglia e di amori, ma Dagospia, che tutto osserva dall'ottavo colle di Roma, già nel 2018 raccontò che la sua compagna è Antonella Mansi, una bella imprenditrice toscana con molti incarichi. Ed è curioso che il gossip rispetti la loro privacy: persino il Chi di Signorini lo ha sinora risparmiato, forse perché è protetto da un ufficio stampa di prim'ordine, con Antonio Troise e Federica Serra che sembrano gli Head Boys di un club di Bloomsbury.  È vero che i giornalisti non gli danno tregua, ma solo sul fronte delle mascherine e dei banchi con le rotelle. Lui qualche volta li insolentisce: "Capisco i detrattori che lo fanno perché stanno con l'opposizione, meno tutti gli altri". E però preferisce affrontarli che ignorarli o peggio aggirarli. Dice per esempio di divertirsi con il bravissimo Luciano Capone che sul Foglio non gliene lascia passare una ("Domenico Arcuri: il commissario straordinario che elogia il commissario straordinario per il suo lavoro straordinario"): i due sembrano Jean Valjean e  Javert. "Non mi perdonano di aver fissato il costo della mascherina a 50 centesimi. Dicono che avrei dovuto rispettare di più il mercato. Ma ho scelto la salute e comunque io sono liberale e di sinistra, non sono liberista". Lei ha detto: "Basta con questi liberisti con il cocktail in mano". Insomma, ha inventato il radical-chic di destra. Ha votato mai a destra? "Mai, ho sempre votato nel centrosinistra". Dunque non ha avuto, come tanti, la sbandata a 5 stelle? "Non so dove lei collochi i Cinque stelle, ma il distacco giova al mio lavoro". La Corte dei Conti le ha contestato lo stipendio che sarebbe troppo alto: "Non parlo mai male degli organi dello Stato. Secondo noi la contestazione è infondata. Non capisco perché sulla vicenda non prendano una decisione finale".

Caro Arcuri, Leonardo Sciascia sosteneva che in Italia ogni emergenza, tanto sociale come la mafia quanto naturale come un terremoto o una pandemia, produce professionalità speciali, squadre speciali, finanziamenti speciali e alla fine un potere speciale fatto di carriere  e competenze nuove. "Capisco cosa vuole dire: i professionisti dell'emergenza hanno tutto l'interesse a tenere in vita l'emergenza per tenere in vita se stessi. Ma con la pandemia non siamo ancora a questo. E aggiungo: purtroppo". In Italia anche l'Emergenza potrebbe diventare un lavoro stabile, con una sua sede, un bel palazzo come questo. "Non sarò mai un professionista dell'Emergenza nel senso che diede Sciascia ai professionisti dell'Antimafia. E guardi che solo apparentemente faccio lo stesso lavoro da 13 anni. Quando sono arrivato, Sviluppo Italia - così si chiamava allora - gestiva 316 aziende con 316 presidenti e 492 consigli di amministrazione che oltre agli stipendi costavano molti milioni solo di gettoni di presenza. Di quelle aziende ne abbiamo lasciate in vita solo quattro. Le altre 312 le abbiamo chiuse. E non mi hanno né ammazzato né arrestato".

Perché Prodi chiamò proprio lei? "Avevo lavorato con lui all'Iri". Era entrato all'Iri con una raccomandazione? "No, Prodi chiese venti giovani ben laureati, dieci della Bocconi e dieci della Luiss. Tra loro c'ero anch'io". Come mai aveva fatto la Luiss e non la Bocconi? "Perché sono uno di quei meridionali che, tra Milano e Roma, preferiscono Roma".  Lei quanto si sente calabrese? "Al cento per cento, anche se ci ho vissuto poco. Legga cosa c'è scritto su quella maglietta che tengo appesa al muro: "Sono di origine calabrese, ma da tanti anni sto in Italia"".

Bufalino diceva che il Sud soffre di un eccesso d'identità. E si sa che troppa identità fa perdere l'identità: "Quando arrivo a Reggio, non so perché, cambio la mia cadenza senza accorgermene. Insomma mi metto a parlare in calabrese. Deve essere vero: soffro di calabresità". Che è fatta, immagino, anche di passate di pomodoro, gelatine, sughi, melanzane sott'olio, marmellate di gelso. "Saperi e sapori: rosolio compreso". Le cito ancora Sciascia, che di Racalmuto diceva: "Qui abitavo e poi vi nacqui". Arcuri è nato a Melito Porto Salvo: "È il paese dove in quegli anni Sessanta le mamme della borghesia di Reggio andavano a partorire. Il ginecologo più bravo, il dottor Callea, lavorava esclusivamente all'ospedale di Melito. Mio padre e mia madre erano entrambi di Reggio". I calabresi si dividono in ionici e tirrenici. In Calabria lo Jonio è sabbia e il Tirreno è pietra, l'onda lunga contro l'onda che si frange, il mare che si chiude e quello che apre: "Melito secondo una certa geografia è ionico e secondo un'altra è tirrenico, tra Spartivento e Capo Riace. Sicuramente è la città cerniera tra la Locride e Reggio. Nella mia acqua battesimale c'è anche il mare di Reggio, che non è solo la capitale di tutti i terremoti (36 catastrofi in due millenni), ma è la città dello Stretto, dei gorghi e dei mostri marini di Horcynus orca". Chi galleggia a Reggio galleggia in tutte le acque del mondo? "Purché sia Sud, però". Arcuri alla Luiss sì è laureato con Carlo Scognamiglio: una tesi sullo sviluppo del Mezzogiorno. Ma Scognamiglio, "economista e velista" si definiva allora, che nel 1994 Berlusconi portò alla presidenza del Senato, non gli ha trasmesso il gusto dell'eleganza e della cortesia un po' blasé, dei sarti e dei tessuti inglesi: "Odio la cravatta. Durante i giorni duri della pandemia, tra le disgrazie, avevo il piccolo sollievo di poterne fare a meno". Arcuri ha una sorella, Francesca, che è psicologa, ed è figlio di Aldo, poliziotto, e di Caterina, casalinga. "Mio padre era uno di quelli operativi, quelli che arrestano i criminali". Il suo ultimo incarico? "Questore di Bari, ma io non abitavo più con lui. Sono cresciuto spostandomi per tutto il Meridione. Elementari e medie le ho fatte  a Palermo, a Napoli, poi a Roma e  quindi di nuovo a Napoli".

Come mai ha fatto il liceo alla Nunziatella, la scuola militare? "Le dico la verità: mio padre, che l'aveva fatta, pensava che ne avessi bisogno perché ero un po' troppo...". Monello? "Ribelle". E alla Nunziatella le hanno raddrizzato la schiena? "Direi che mio padre ha ottenuto quello che voleva. Non dico che mi hanno cambiato il carattere, ma certamente me lo hanno... registrato. Non è stato facile, a 15 anni. Era il 1978, un anno chiave per la storia d'Italia. Il rapimento Moro mi colpì cosi tanto che sono diventato un divoratore di tutto ciò è stato scritto da lui e su di lui, con la manìa del collezionista e il fiuto del pistarolo. Credo che sia una storia ancora oscura". Le piace la figura di Moro? "Molto". Cosa farebbe oggi Moro? "Forse uno come lui non riuscirebbe neppure a trovare spazio". Va ai raduni degli ex allievi delle  Nunziatella? "Mai andato. Non mi piace tutto quello sfoggio di divise". Non ne ha un buon ricordo. "I miei figli non ce li ho mandati". È vero che i suoi compagni la prendevano in giro perché era già un po'... saccente, e la voleva sempre vinta? "Qualche volta è capitato". Era già l'antipatico di oggi? "Davvero le sembro antipatico?". A me, no.  

Sul Venerdì del 4 settembre 2020