Sharon Stone: la mia seconda vita
Paola Jacobbi , di PAOLA JACOBBIA 62 anni la star di Basic Instinct è tra i protagonisti di Ratched, serie Netflix che è una specie di prequel di Qualcuno volò sul nido del cuculo. E, qui, si toglie molti sassolini dalle scarpe
La solita storia. Ragazza di piccola città, concorso di bellezza, in giro per il mondo a lavorare come modella e, del resto, che altro potrebbe fare un simile splendore. Poi, ancor più inevitabile, Hollywood. Un film, Basic Instinct, che fa epoca (e anche un po' scandalo) e che le resta appiccicato per sempre. Un altro, Casinò di Martin Scorsese, che le regala una nomination all'Oscar. Non lo ha vinto né quell'anno, era il 1996, né in quelli successivi, in compenso, nel 2013, Sharon Stone ha ricevuto direttamente dalle mani del Dalai Lama un premio, il Peace Summit Award, che ogni anno il comitato dei vincitori dei Nobel per la pace assegna a chi si è particolarmente distinto in attività umanitarie. Già da questo capite che, da un certo punto in poi, quella di Sharon Stone non è più stata la solita storia della bella ragazza destinata al cinema.
Negli anni (adesso ne ha 62) ci sono state un'emorragi…
Negli anni (adesso ne ha 62) ci sono state un'emorragi…
La solita storia. Ragazza di piccola città, concorso di bellezza, in giro per il mondo a lavorare come modella e, del resto, che altro potrebbe fare un simile splendore. Poi, ancor più inevitabile, Hollywood. Un film, Basic Instinct, che fa epoca (e anche un po' scandalo) e che le resta appiccicato per sempre. Un altro, Casinò di Martin Scorsese, che le regala una nomination all'Oscar. Non lo ha vinto né quell'anno, era il 1996, né in quelli successivi, in compenso, nel 2013, Sharon Stone ha ricevuto direttamente dalle mani del Dalai Lama un premio, il Peace Summit Award, che ogni anno il comitato dei vincitori dei Nobel per la pace assegna a chi si è particolarmente distinto in attività umanitarie. Già da questo capite che, da un certo punto in poi, quella di Sharon Stone non è più stata la solita storia della bella ragazza destinata al cinema.
Negli anni (adesso ne ha 62) ci sono state un'emorragia cerebrale, un divorzio, tre figli adottati, molti fidanzati, ma più nessun marito. C'è stato molto impegno sociale, in particolare sul fronte della raccolta fondi per la ricerca sull'Aids. Sharon Stone ha girato il mondo più e più volte per oltre vent'anni, come conduttrice e testimonial di eventi benefici, raccogliendo milioni, con una passione rara. Ci ha messo la faccia anche qualche settimana fa per dire sui social che la sorella Kelly e il cognato Bruce sono ricoverati in Montana, dove vivono, malati (Kelly, che soffre anche di lupus, è particolarmente grave) di Covid-19 e ricordare a tutti quanto siano cruciali le misure di sicurezza contro il virus e quanto sia pericoloso negare l'esistenza della pandemia.
L'appello di Sharon Stone, su Instagram, commuove ma non stupisce. Ha sempre usato la sua popolarità come arma in battaglie d'opinione e, nel frattempo, ha continuato a fare l'attrice: molti film e serie, in ruoli non necessariamente da protagonista, come per esempio in The New Pope di Paolo Sorrentino. Ma come dicevano le vecchie volpi del teatro, "non esistono piccoli ruoli, solo piccoli attori". E Sharon è del tipo che quando entra in scena porta con sé un'energia tutta sua, l'energia delle star. Lo fa anche in Ratched, la nuova serie di Netflix (disponibile dal 18 settembre) ideata da Ryan Murphy, il prodigioso e prolifico autore di tanti successi: da Glee a Pose passando per American Horror Story.
Ratched è una specie di prequel di Qualcuno volò sul nido del cuculo, leggendario film del 1975, con Jack Nicholson, che vinse cinque Oscar ed ebbe il merito di affrontare per la prima volta il tema della malattia mentale rovesciando i luoghi comuni e contestando le pratiche abituali. La protagonista di questa serie è l'infermiera Mildred Ratched, personaggio che nel film era interpretato da Louise Fletcher e qui è Sarah Paulson che è anche co-produttrice della serie.
La storia inizia nel 1947 e vede Mildred arrivare in un ospedale psichiatrico in California. È in missione per conto di qualcuno o è semplicemente una donna sola in cerca di lavoro? Che cosa la farà diventare un mostro sadico? Fotografia e atmosfere da noir d'epoca, buoni e cattivi, pazzi e sani, tutto si mescola senza confini precisi. Non si può dir molto di quel che succede nella serie senza svelare troppo se non che Sharon Stone interpreta una signora molto ricca e molto eccentrica, che si scontrerà direttamente con Mildred Ratched.
Da star del cinema a star delle piattaforme. I grandi nomi come lei sono tutti lì, adesso.
"Diciamo la verità, se vuoi davvero dei contenuti ormai devi cercarli lì, il cinema si è bloccato sui supereroi. La televisione e le piattaforme offrono più varietà e più realismo, è un modo di lavorare e produrre molto diverso da quello del vecchio mondo artificiale dell'industria del cinema. C'è anche più spazio per le donne, di tutte le età. Quando io ho compiuto 40 anni, tutti mi dicevano che per me era finita, invece adesso in Ratched siamo un bel gruppo di signore. Oltre a me e a Sarah, ci sono Amanda Plummer, Cynthia Nixon, Judi Davis...".
Il #MeToo ha cambiato tutto?
"Sì. Oggi vai a lavorare e sai che la tua unica preoccupazione sul set è il lavoro. Tutti e tutte vengono trattati allo stesso modo. Magari c'è ancora un po' di imbarazzo, qualcuno ancora non sa se certe battute siano ammissibili o no, ci si domanda quale sia esattamente il confine di un complimento scherzoso. Tutti camminano un po' sulle uova. Però il set è finalmente un ambiente più sicuro e calmo rispetto a quello che era un tempo".
Com'era?
"Io sono ancora furente per certe cose che mi sono successe in passato. Cose che oggi non sarebbero accettabili, cose che se venissero dette oggi sarebbero oggetto di denuncia".
Vorrebbe tornare indietro?
"Non si può. Non posso andare da quei cento tizi dei vari studios che mi hanno variamente chiesto di essere carina con loro. E anche se lo facessi non cambierebbe niente, ormai. Ma sono contenta che adesso sappiano che non lo possono più fare".
Che ne pensa della "cancel culture"? Se smettiamo di guardare Via col vento, il mondo sarà libero dal razzismo?
"Magari fosse così semplice! (ride, ndr). Nei mesi scorsi ho scritto a un'amica attivista afroamericana chiedendole che cosa potevo fare per aiutare la loro causa. Mi ha suggerito di parlare ai miei figli dei loro antenati schiavisti. Io le ho risposto che, a parte che i miei figli sono adottati, i miei antenati erano poverissimi coltivatori di patate irlandesi, quindi certo non avevano schiavi. Voglio dire: forse anche la mia amica dovrebbe raccontare ai suoi figli la storia dei miei antenati, capisce? Non serve a niente ragionare per compartimenti stagni, si finisce negli opposti razzismi. Quanto ai film, il cinema era pieno di stupidaggini, cliché e stereotipi ottant'anni fa e lo è ancora, perché spesso è scritto da persone stupide. Ma non si ferma la stupidità cancellando i film o buttando giù le statue".
E come si ferma?
"La gente combatterà sempre per le proprie idee, che siano buone o che siano stupide. Ma attaccarsi al passato non serve a niente. Io ho conosciuto bene Shimon Peres e ho fatto molte cose con lui in Israele. Mi ha insegnato una grande verità: il passato non si negozia perché ridiscuterlo non cambia né le nostre cellule, né la nostra storia, né la nostra memoria. Possiamo studiare quello che è successo, decidere di smettere di fare cose che non consideriamo più giuste, possiamo anche dire che una statua è offensiva per qualcuno, ma il futuro si costruisce solo a partire dal presente".
I social media sono un bene o un male per la libertà di espressione?
"I social media erano molto carini quando la gente si limitava a fotografare i piatti al ristorante. Adesso sono un mezzo per raccogliere dati. La libertà d'espressione viene quantificata ogni secondo. Ogni nostra opinione è un dato, quindi ogni contenuto che postiamo non ci appartiene veramente. Il più delle volte tu pensi di stare trasmettendo chissà quale messaggio personale e in realtà stai sputando nel vuoto".
Però, appunto, indietro non si torna. Ci viviamo sui social...
"Bisognerebbe imparare a porsi delle semplici domande, ogni volta, per esempio: sto postando un'informazione o un'opinione? Attraversiamo tempi difficili, turbolenti, in troppi parlano solo per parlare, urlano perché sono frustrati, arrabbiati. Chi può, deve cercare di essere ragionevole, responsabile".
Già, tempi turbolenti: come sono stati per lei questi ultimi mesi?
"Ho tenuto a casa i miei figli da scuola un po' prima che scattasse il lockdown qui in California e ho cancellato tutti i miei viaggi e impegni all'estero. Qualcuno ha persino minacciato di farmi causa quando ho detto che non avrei partecipato a questo o a quell'evento. Poi nel giro di un mese, dopo che avevo fatto arrabbiare un mucchio di gente, si è capito che non avrebbe avuto senso farmi causa perché, comunque, tutti gli eventi di cui sopra erano stati cancellati. Però all'inizio c'è stata davvero molta resistenza. E in America c'è ancora. In troppi continuano a credere che il virus non li riguardi, che a loro non capiterà. Invece io credo che, per almeno altri due anni, fino a quando non ci sarà il vaccino, dovremo imparare a convivere con nuove abitudini. L'uso della mascherina secondo me dovrebbe diventare obbligatorio per legge".
Dopo più di vent'anni di coinvolgimento come portavoce, lei ha dato le dimissioni da amfAR, l'organizzazione impegnata nella ricerca per la cura contro l'Aids fondata, tra gli altri, da Elizabeth Taylor. Di che cosa si occuperà ora?
"Mi sto già occupando di Covid-19. Dai tempi di amfAR ho molti contatti nella comunità scientifica. L'Aids è una pandemia a tutti gli effetti, con 40 milioni di morti e altrettante persone che ancora oggi nel mondo sono malate. Ma molto è stato fatto per arginare questa tragedia. E penso che molto si possa fare anche per il Covid. In questo momento sono già nel gruppo che ha lanciato una petizione perché i vaccini siano un bene comune universale esente da qualsiasi brevetto di proprietà, insomma, un diritto per tutti nel mondo. L'appello, come avrà letto, l'ha lanciato Mohammad Yunus (economista, ideatore del microcredito, ndr), che è un mio caro amico. Lo adoro. Ci siamo conosciuti quando ha vinto il Nobel per la pace e io presentavo il concerto che si tiene dopo la cerimonia. Da allora siamo rimasti sempre in contatto, ho conosciuto la sua famiglia, gli ho suggerito di portare la sua banca anche qui in America, questo cosiddetto grande Paese che però ha sacche di povertà che nessuno immagina".
Nel suo Paese, gli Stati Uniti, le elezioni sono alle porte.
"Joe Biden è un tipo a posto, ma sono ancora più contenta che abbia scelto per vice una donna, Kamala Harris. L'America e il mondo hanno bisogno di leadership femminile, in questo momento più che mai. Noi donne sappiamo che cosa vuol dire proteggere le famiglie, i bambini, la salute di tutti, abbiamo la struttura mentale per occuparci del cuore delle cose. Ho l'impressione, invece, che i maschi, con il loro pensiero lineare, siano convinti di poter sconfiggere il virus con la forza delle loro menti da macho. Le donne sono molto più concrete. Si guardi intorno: il virus è arrivato ovunque ma nei Paesi con governi al femminile anche questa crisi è stata gestita molto meglio".
In questi mesi lei ha anche scritto un libro, la sua autobiografia che uscirà l'anno prossimo. Ha un titolo bellissimo, The Beauty of Living Twice, la bellezza di vivere due volte. Si riferisce all'essere sopravvissuta all'emorragia cerebrale che la colpì nel 2001?
"Sì, perché nella mia vita c'è un prima e un dopo rispetto a quello, ovviamente. Ma non c'è solo quello. Racconto un po' di cose sulla mia infanzia di cui non ho mai parlato e di come hanno influenzato la mia vita. Il libro è dedicato a mia madre. Ho imparato molte cose su di lei, scrivendo, ed è stato un viaggio inatteso, molto interessante. Non credo di essere una scrittrice geniale, però spero sia venuto bene. Ci ho provato".
Sul Venerdì del 4 settembre 2020
Negli anni (adesso ne ha 62) ci sono state un'emorragia cerebrale, un divorzio, tre figli adottati, molti fidanzati, ma più nessun marito. C'è stato molto impegno sociale, in particolare sul fronte della raccolta fondi per la ricerca sull'Aids. Sharon Stone ha girato il mondo più e più volte per oltre vent'anni, come conduttrice e testimonial di eventi benefici, raccogliendo milioni, con una passione rara. Ci ha messo la faccia anche qualche settimana fa per dire sui social che la sorella Kelly e il cognato Bruce sono ricoverati in Montana, dove vivono, malati (Kelly, che soffre anche di lupus, è particolarmente grave) di Covid-19 e ricordare a tutti quanto siano cruciali le misure di sicurezza contro il virus e quanto sia pericoloso negare l'esistenza della pandemia.
L'appello di Sharon Stone, su Instagram, commuove ma non stupisce. Ha sempre usato la sua popolarità come arma in battaglie d'opinione e, nel frattempo, ha continuato a fare l'attrice: molti film e serie, in ruoli non necessariamente da protagonista, come per esempio in The New Pope di Paolo Sorrentino. Ma come dicevano le vecchie volpi del teatro, "non esistono piccoli ruoli, solo piccoli attori". E Sharon è del tipo che quando entra in scena porta con sé un'energia tutta sua, l'energia delle star. Lo fa anche in Ratched, la nuova serie di Netflix (disponibile dal 18 settembre) ideata da Ryan Murphy, il prodigioso e prolifico autore di tanti successi: da Glee a Pose passando per American Horror Story.
Ratched è una specie di prequel di Qualcuno volò sul nido del cuculo, leggendario film del 1975, con Jack Nicholson, che vinse cinque Oscar ed ebbe il merito di affrontare per la prima volta il tema della malattia mentale rovesciando i luoghi comuni e contestando le pratiche abituali. La protagonista di questa serie è l'infermiera Mildred Ratched, personaggio che nel film era interpretato da Louise Fletcher e qui è Sarah Paulson che è anche co-produttrice della serie.
La storia inizia nel 1947 e vede Mildred arrivare in un ospedale psichiatrico in California. È in missione per conto di qualcuno o è semplicemente una donna sola in cerca di lavoro? Che cosa la farà diventare un mostro sadico? Fotografia e atmosfere da noir d'epoca, buoni e cattivi, pazzi e sani, tutto si mescola senza confini precisi. Non si può dir molto di quel che succede nella serie senza svelare troppo se non che Sharon Stone interpreta una signora molto ricca e molto eccentrica, che si scontrerà direttamente con Mildred Ratched.
Da star del cinema a star delle piattaforme. I grandi nomi come lei sono tutti lì, adesso.
"Diciamo la verità, se vuoi davvero dei contenuti ormai devi cercarli lì, il cinema si è bloccato sui supereroi. La televisione e le piattaforme offrono più varietà e più realismo, è un modo di lavorare e produrre molto diverso da quello del vecchio mondo artificiale dell'industria del cinema. C'è anche più spazio per le donne, di tutte le età. Quando io ho compiuto 40 anni, tutti mi dicevano che per me era finita, invece adesso in Ratched siamo un bel gruppo di signore. Oltre a me e a Sarah, ci sono Amanda Plummer, Cynthia Nixon, Judi Davis...".
Il #MeToo ha cambiato tutto?
"Sì. Oggi vai a lavorare e sai che la tua unica preoccupazione sul set è il lavoro. Tutti e tutte vengono trattati allo stesso modo. Magari c'è ancora un po' di imbarazzo, qualcuno ancora non sa se certe battute siano ammissibili o no, ci si domanda quale sia esattamente il confine di un complimento scherzoso. Tutti camminano un po' sulle uova. Però il set è finalmente un ambiente più sicuro e calmo rispetto a quello che era un tempo".
Com'era?
"Io sono ancora furente per certe cose che mi sono successe in passato. Cose che oggi non sarebbero accettabili, cose che se venissero dette oggi sarebbero oggetto di denuncia".
Vorrebbe tornare indietro?
"Non si può. Non posso andare da quei cento tizi dei vari studios che mi hanno variamente chiesto di essere carina con loro. E anche se lo facessi non cambierebbe niente, ormai. Ma sono contenta che adesso sappiano che non lo possono più fare".
Che ne pensa della "cancel culture"? Se smettiamo di guardare Via col vento, il mondo sarà libero dal razzismo?
"Magari fosse così semplice! (ride, ndr). Nei mesi scorsi ho scritto a un'amica attivista afroamericana chiedendole che cosa potevo fare per aiutare la loro causa. Mi ha suggerito di parlare ai miei figli dei loro antenati schiavisti. Io le ho risposto che, a parte che i miei figli sono adottati, i miei antenati erano poverissimi coltivatori di patate irlandesi, quindi certo non avevano schiavi. Voglio dire: forse anche la mia amica dovrebbe raccontare ai suoi figli la storia dei miei antenati, capisce? Non serve a niente ragionare per compartimenti stagni, si finisce negli opposti razzismi. Quanto ai film, il cinema era pieno di stupidaggini, cliché e stereotipi ottant'anni fa e lo è ancora, perché spesso è scritto da persone stupide. Ma non si ferma la stupidità cancellando i film o buttando giù le statue".
E come si ferma?
"La gente combatterà sempre per le proprie idee, che siano buone o che siano stupide. Ma attaccarsi al passato non serve a niente. Io ho conosciuto bene Shimon Peres e ho fatto molte cose con lui in Israele. Mi ha insegnato una grande verità: il passato non si negozia perché ridiscuterlo non cambia né le nostre cellule, né la nostra storia, né la nostra memoria. Possiamo studiare quello che è successo, decidere di smettere di fare cose che non consideriamo più giuste, possiamo anche dire che una statua è offensiva per qualcuno, ma il futuro si costruisce solo a partire dal presente".
I social media sono un bene o un male per la libertà di espressione?
"I social media erano molto carini quando la gente si limitava a fotografare i piatti al ristorante. Adesso sono un mezzo per raccogliere dati. La libertà d'espressione viene quantificata ogni secondo. Ogni nostra opinione è un dato, quindi ogni contenuto che postiamo non ci appartiene veramente. Il più delle volte tu pensi di stare trasmettendo chissà quale messaggio personale e in realtà stai sputando nel vuoto".
Però, appunto, indietro non si torna. Ci viviamo sui social...
"Bisognerebbe imparare a porsi delle semplici domande, ogni volta, per esempio: sto postando un'informazione o un'opinione? Attraversiamo tempi difficili, turbolenti, in troppi parlano solo per parlare, urlano perché sono frustrati, arrabbiati. Chi può, deve cercare di essere ragionevole, responsabile".
Già, tempi turbolenti: come sono stati per lei questi ultimi mesi?
"Ho tenuto a casa i miei figli da scuola un po' prima che scattasse il lockdown qui in California e ho cancellato tutti i miei viaggi e impegni all'estero. Qualcuno ha persino minacciato di farmi causa quando ho detto che non avrei partecipato a questo o a quell'evento. Poi nel giro di un mese, dopo che avevo fatto arrabbiare un mucchio di gente, si è capito che non avrebbe avuto senso farmi causa perché, comunque, tutti gli eventi di cui sopra erano stati cancellati. Però all'inizio c'è stata davvero molta resistenza. E in America c'è ancora. In troppi continuano a credere che il virus non li riguardi, che a loro non capiterà. Invece io credo che, per almeno altri due anni, fino a quando non ci sarà il vaccino, dovremo imparare a convivere con nuove abitudini. L'uso della mascherina secondo me dovrebbe diventare obbligatorio per legge".
Dopo più di vent'anni di coinvolgimento come portavoce, lei ha dato le dimissioni da amfAR, l'organizzazione impegnata nella ricerca per la cura contro l'Aids fondata, tra gli altri, da Elizabeth Taylor. Di che cosa si occuperà ora?
"Mi sto già occupando di Covid-19. Dai tempi di amfAR ho molti contatti nella comunità scientifica. L'Aids è una pandemia a tutti gli effetti, con 40 milioni di morti e altrettante persone che ancora oggi nel mondo sono malate. Ma molto è stato fatto per arginare questa tragedia. E penso che molto si possa fare anche per il Covid. In questo momento sono già nel gruppo che ha lanciato una petizione perché i vaccini siano un bene comune universale esente da qualsiasi brevetto di proprietà, insomma, un diritto per tutti nel mondo. L'appello, come avrà letto, l'ha lanciato Mohammad Yunus (economista, ideatore del microcredito, ndr), che è un mio caro amico. Lo adoro. Ci siamo conosciuti quando ha vinto il Nobel per la pace e io presentavo il concerto che si tiene dopo la cerimonia. Da allora siamo rimasti sempre in contatto, ho conosciuto la sua famiglia, gli ho suggerito di portare la sua banca anche qui in America, questo cosiddetto grande Paese che però ha sacche di povertà che nessuno immagina".
Nel suo Paese, gli Stati Uniti, le elezioni sono alle porte.
"Joe Biden è un tipo a posto, ma sono ancora più contenta che abbia scelto per vice una donna, Kamala Harris. L'America e il mondo hanno bisogno di leadership femminile, in questo momento più che mai. Noi donne sappiamo che cosa vuol dire proteggere le famiglie, i bambini, la salute di tutti, abbiamo la struttura mentale per occuparci del cuore delle cose. Ho l'impressione, invece, che i maschi, con il loro pensiero lineare, siano convinti di poter sconfiggere il virus con la forza delle loro menti da macho. Le donne sono molto più concrete. Si guardi intorno: il virus è arrivato ovunque ma nei Paesi con governi al femminile anche questa crisi è stata gestita molto meglio".
In questi mesi lei ha anche scritto un libro, la sua autobiografia che uscirà l'anno prossimo. Ha un titolo bellissimo, The Beauty of Living Twice, la bellezza di vivere due volte. Si riferisce all'essere sopravvissuta all'emorragia cerebrale che la colpì nel 2001?
"Sì, perché nella mia vita c'è un prima e un dopo rispetto a quello, ovviamente. Ma non c'è solo quello. Racconto un po' di cose sulla mia infanzia di cui non ho mai parlato e di come hanno influenzato la mia vita. Il libro è dedicato a mia madre. Ho imparato molte cose su di lei, scrivendo, ed è stato un viaggio inatteso, molto interessante. Non credo di essere una scrittrice geniale, però spero sia venuto bene. Ci ho provato".
Sul Venerdì del 4 settembre 2020