Le carte segrete degli architetti
Chiara Gatti , di CHIARA GATTIHa senso disegnare a mano nell’era del digitale? Mentre vanno in mostra gli schizzi del grande Le Corbusier lo chiediamo a chi non rinuncia a fogli e matite
Nei software d’ultima generazione, il colore gocciola inclinando la tavoletta. Si può scegliere fra 700 matite diverse, selezionare il pelo dei pennelli, la rugosità della carta e decidere persino la forza del vento che asciuga l’inchiostro quando si disegna all’aria aperta. Un en plein air realistico, ma virtuale. All’indomani della reclusione, mentre nelle accademie e nelle università si discute se tornare alle lezioni in presenza, c’è chi sposa la causa delle app per i tablet, utili per continuare a insegnare dallo schermo, e chi lamenta invece l’assenza di esercizio, di confronto creativo, rimpiange il piacere di stendere grandi fogli sui tavoli e lavorare di polso nei laboratori di progettazione. Agli architetti difensori del mestiere tradizionale non bastano le simulazioni di Autocad o i rendering elaborati dai più sofisticati software di calcolo. Ma neanche le tracce uscite da una penna digitale.
Come i mur…
Come i mur…
Nei software d’ultima generazione, il colore gocciola inclinando la tavoletta. Si può scegliere fra 700 matite diverse, selezionare il pelo dei pennelli, la rugosità della carta e decidere persino la forza del vento che asciuga l’inchiostro quando si disegna all’aria aperta. Un en plein air realistico, ma virtuale. All’indomani della reclusione, mentre nelle accademie e nelle università si discute se tornare alle lezioni in presenza, c’è chi sposa la causa delle app per i tablet, utili per continuare a insegnare dallo schermo, e chi lamenta invece l’assenza di esercizio, di confronto creativo, rimpiange il piacere di stendere grandi fogli sui tavoli e lavorare di polso nei laboratori di progettazione. Agli architetti difensori del mestiere tradizionale non bastano le simulazioni di Autocad o i rendering elaborati dai più sofisticati software di calcolo. Ma neanche le tracce uscite da una penna digitale.
Come i muratori
Gli integralisti della mano libera, i puristi del bozzetto che odora di grafite sostengono la necessità di spegnere il monitor e riaprire i taccuini. Come si faceva una volta. E come tuttora si fa in certi atenei dove, prima di modellare in 3D, si spiega ancora come disegnare un albero. Nostalgia? «No, metodo» risponde lapidario Mario Botta, celebre architetto svizzero, già rettore dell’Accademia di architettura di Mendrisio, che ha appena chiuso per Electa il libro Il gesto sacro (conversazione con Beatrice Basile e Sergio Massironi) dedicato agli schizzi dei suoi edifici, dalla Scala di Milano al Museum of Modern Art di San Francisco, frutto di pensieri in libertà trascritti sulla carta. Rigorosamente a mano. «Disegniamo alla maniera antica perché siamo vecchi muratori e solo in questo modo possiamo comprendere i problemi e risolverli».
Mario Botta, disegno per il SFMOMA
Non a caso il grande Carlo Scarpa disegnava sui muri grezzi e sui sacchi di cemento, dando corpo al progetto direttamente in cantiere. Memorabili sono gli appunti di Frank Lloyd Wright, Le Corbusier, Alvar Aalto, mostri sacri che usavano la matita come strumento di conoscenza; «e le dita come un prolungamento della mente» insiste Botta, «indispensabili per pensare». Questo giustifica la natura impulsiva rapida e febbrile di certi bozzetti che sembrano frutto di una scrittura automatica. «I miei pensieri guidano la mano e la mano dimostra se il pensiero è giusto» annotava Mies van der Rohe. Splendido il guizzo di Frank Gehry negli studi per il Guggenheim di Bilbao o la Disney Concert Hall di Los Angeles, dove la forma è catturata in un gesto. Ma chiarisce pure come, nella formazione degli architetti, anche il disegno non d’architettura, cioè i generi eterni del paesaggio o della natura morta, siano alibi per abbracciare lo spazio e renderlo abitabile. All’alba del Novecento, Charles-Édouard Jeanneret, figlio di uno smaltatore di orologi e di una musicista, disegnava in marsina e paglietta gli alberi dei boschi di Neuchâtel, sognando di diventare pittore. Non aveva ancora scelto di chiamarsi Le Corbusier.
Svizzera, 1903 circa: un gruppo di studenti d'arte disegna nella foresta. Il secondo da destra in seconda fila, con gli occhiali, è Charles-Edouard Janneret, il futuro Le Corbusier (©Flc/Adagp)
Fiori e ghiacciai
Una mostra a cura di Danièle Pauly allestita al Teatro dell’Architettura di Mendrisio (da sabato 19 settembre al 24 gennaio) racconta la sua dedizione per il disegno come mezzo di osservazione della natura, dei luoghi o dei volti. Diari di viaggio, acquerelli meravigliosi e gouache, spaziano dai tappeti turchi alle vetrate di Notre Dame, dalle sculture lignee del museo di Cluny ai fiori alpini. Il genio e le sue passioni. Quale sia il nesso fra l’architettura e la corolla di un’orchidea montana lo spiega bene Botta: «Le Corbusier disegnava come un botanico, analizzava la struttura in modo architettonico, per studiare armonie e proporzioni» oltre ad appuntare ogni ricordo delle sue spedizioni, dall’Italia all’Oriente (il famoso Voyage d’Orient), in schizzi al servizio della memoria, per esercitarsi sui rapporti fra uomo e spazio, sguardo e realtà. «Viollet-le-Duc fece altrettanto con le sue straordinarie vedute del Monte Bianco» aggiunge Giovanni Francesco Tuzzolino, professore di Progettazione architettonica all’Università di Palermo. Il gigante della montagna aveva lasciato la bohème parigina per trasferirsi a Chamonix sedotto dall’energia primordiale dei massicci. «I suoi studi inesausti tradiscono quell’ansia di conoscenza che vogliamo avere del mondo come luogo da abitare».
Studio di chiosco con figura, 1914, di Antonio Sant'Elia. (©Pinacoteca Civica, Como)
Osservare il quotidiano
Nel suo saggio La composizione delle differenze (edizioni Libria), ragionando sul tema del limite nel paesaggio come punto di sutura fra la contingenza e il desiderio di infinito che l’uomo nutre nel profondo, Tuzzolino mette in fila un secolo di disegni guidati dall’intuito e dall’emozione. «Disegni a fil di ferro, larvali, veloci come i picchi di un sismografo». E cita le architetture impossibili di Antonio Sant’Elia, frutto della sua eccitata utopia futurista: «Nascevano dal bisogno di costruire la forma in modo sperimentale». A parte le monumentali centrali elettriche, molte carte mostrano figure ferme a osservare i suoi sogni verticali, ad ascoltare il palpito della città. Fanno sorridere i carnet di Álvaro Siza in cui l’archistar portoghese disegna, come un quadro nel quadro, le sue stesse mani impegnate a disegnare qualcos’altro. I tavoli di un caffè di Salisburgo o le sue valigie in una camera d’albergo. «Registrare momenti di vita quotidiana serve per costruire un bagaglio di immagine che l’architetto rielabora nel momento in cui deve progettare uno spazio».
Dettaglio da Salisburgo, 1986, di Álvaro Siza
Si possono leggere in questo modo anche i disegni dai campi di battaglia di Giuseppe Terragni che, accanto alla sintesi estrema della sua architettura razionalista, ritrasse i compagni d’armi immersi nel fango ghiacciato della campagna di Russia. Scriveva dal fronte: «Qui ho già fatto qualche disegno a matita e vorrei coltivare, nelle pause della guerra, questo risorto desiderio». Un’urgenza di adesione alla vita affidata a una matassa di linee perfette, che collocano i personaggi nell’aria che gli frulla attorno. Come avrebbe fatto uno scultore. Non per niente, Alberto Giacometti – che non era architetto ma disegnava figure e alberi con lo stesso, viscerale senso per lo spazio – misurava le piazze e le strade di Montparnasse prima di popolarle con le sue donne affusolate.
Studio per il Museo Guggenheim di Bilbao, 1991, di Frank Gehry. (© Gehry Partners)
Il brivido del lapis
«L’apologia del disegno in Giacometti è una lezione per gli architetti» commenta Botta «così come il suo gesto arcaico, quel processo ancestrale che lega la mano e l’occhio sin da quando, nelle grotte, il primo gesto dell’uomo fu di decorare la sua casa». Dalla roccia allo sketchbook il bisogno di appuntare, fissare, rubare l’attimo non è cambiato. E neanche il piacere del tatto, l’amore per carta e matita. Gli alunni di Scarpa lo ricordavano come «Quello che insegna a temperare il lapis». Correndo il rischio dell’imprevisto, la punta che si spezza o il vento che cambia direzione. Quello che nessuna simulazione digitale può prevedere.
Sul Venerdì dell'11 settembre 2020
Come i muratori
Gli integralisti della mano libera, i puristi del bozzetto che odora di grafite sostengono la necessità di spegnere il monitor e riaprire i taccuini. Come si faceva una volta. E come tuttora si fa in certi atenei dove, prima di modellare in 3D, si spiega ancora come disegnare un albero. Nostalgia? «No, metodo» risponde lapidario Mario Botta, celebre architetto svizzero, già rettore dell’Accademia di architettura di Mendrisio, che ha appena chiuso per Electa il libro Il gesto sacro (conversazione con Beatrice Basile e Sergio Massironi) dedicato agli schizzi dei suoi edifici, dalla Scala di Milano al Museum of Modern Art di San Francisco, frutto di pensieri in libertà trascritti sulla carta. Rigorosamente a mano. «Disegniamo alla maniera antica perché siamo vecchi muratori e solo in questo modo possiamo comprendere i problemi e risolverli».
Non a caso il grande Carlo Scarpa disegnava sui muri grezzi e sui sacchi di cemento, dando corpo al progetto direttamente in cantiere. Memorabili sono gli appunti di Frank Lloyd Wright, Le Corbusier, Alvar Aalto, mostri sacri che usavano la matita come strumento di conoscenza; «e le dita come un prolungamento della mente» insiste Botta, «indispensabili per pensare». Questo giustifica la natura impulsiva rapida e febbrile di certi bozzetti che sembrano frutto di una scrittura automatica. «I miei pensieri guidano la mano e la mano dimostra se il pensiero è giusto» annotava Mies van der Rohe. Splendido il guizzo di Frank Gehry negli studi per il Guggenheim di Bilbao o la Disney Concert Hall di Los Angeles, dove la forma è catturata in un gesto. Ma chiarisce pure come, nella formazione degli architetti, anche il disegno non d’architettura, cioè i generi eterni del paesaggio o della natura morta, siano alibi per abbracciare lo spazio e renderlo abitabile. All’alba del Novecento, Charles-Édouard Jeanneret, figlio di uno smaltatore di orologi e di una musicista, disegnava in marsina e paglietta gli alberi dei boschi di Neuchâtel, sognando di diventare pittore. Non aveva ancora scelto di chiamarsi Le Corbusier.
Fiori e ghiacciai
Una mostra a cura di Danièle Pauly allestita al Teatro dell’Architettura di Mendrisio (da sabato 19 settembre al 24 gennaio) racconta la sua dedizione per il disegno come mezzo di osservazione della natura, dei luoghi o dei volti. Diari di viaggio, acquerelli meravigliosi e gouache, spaziano dai tappeti turchi alle vetrate di Notre Dame, dalle sculture lignee del museo di Cluny ai fiori alpini. Il genio e le sue passioni. Quale sia il nesso fra l’architettura e la corolla di un’orchidea montana lo spiega bene Botta: «Le Corbusier disegnava come un botanico, analizzava la struttura in modo architettonico, per studiare armonie e proporzioni» oltre ad appuntare ogni ricordo delle sue spedizioni, dall’Italia all’Oriente (il famoso Voyage d’Orient), in schizzi al servizio della memoria, per esercitarsi sui rapporti fra uomo e spazio, sguardo e realtà. «Viollet-le-Duc fece altrettanto con le sue straordinarie vedute del Monte Bianco» aggiunge Giovanni Francesco Tuzzolino, professore di Progettazione architettonica all’Università di Palermo. Il gigante della montagna aveva lasciato la bohème parigina per trasferirsi a Chamonix sedotto dall’energia primordiale dei massicci. «I suoi studi inesausti tradiscono quell’ansia di conoscenza che vogliamo avere del mondo come luogo da abitare».
Osservare il quotidiano
Nel suo saggio La composizione delle differenze (edizioni Libria), ragionando sul tema del limite nel paesaggio come punto di sutura fra la contingenza e il desiderio di infinito che l’uomo nutre nel profondo, Tuzzolino mette in fila un secolo di disegni guidati dall’intuito e dall’emozione. «Disegni a fil di ferro, larvali, veloci come i picchi di un sismografo». E cita le architetture impossibili di Antonio Sant’Elia, frutto della sua eccitata utopia futurista: «Nascevano dal bisogno di costruire la forma in modo sperimentale». A parte le monumentali centrali elettriche, molte carte mostrano figure ferme a osservare i suoi sogni verticali, ad ascoltare il palpito della città. Fanno sorridere i carnet di Álvaro Siza in cui l’archistar portoghese disegna, come un quadro nel quadro, le sue stesse mani impegnate a disegnare qualcos’altro. I tavoli di un caffè di Salisburgo o le sue valigie in una camera d’albergo. «Registrare momenti di vita quotidiana serve per costruire un bagaglio di immagine che l’architetto rielabora nel momento in cui deve progettare uno spazio».
Si possono leggere in questo modo anche i disegni dai campi di battaglia di Giuseppe Terragni che, accanto alla sintesi estrema della sua architettura razionalista, ritrasse i compagni d’armi immersi nel fango ghiacciato della campagna di Russia. Scriveva dal fronte: «Qui ho già fatto qualche disegno a matita e vorrei coltivare, nelle pause della guerra, questo risorto desiderio». Un’urgenza di adesione alla vita affidata a una matassa di linee perfette, che collocano i personaggi nell’aria che gli frulla attorno. Come avrebbe fatto uno scultore. Non per niente, Alberto Giacometti – che non era architetto ma disegnava figure e alberi con lo stesso, viscerale senso per lo spazio – misurava le piazze e le strade di Montparnasse prima di popolarle con le sue donne affusolate.
Il brivido del lapis
«L’apologia del disegno in Giacometti è una lezione per gli architetti» commenta Botta «così come il suo gesto arcaico, quel processo ancestrale che lega la mano e l’occhio sin da quando, nelle grotte, il primo gesto dell’uomo fu di decorare la sua casa». Dalla roccia allo sketchbook il bisogno di appuntare, fissare, rubare l’attimo non è cambiato. E neanche il piacere del tatto, l’amore per carta e matita. Gli alunni di Scarpa lo ricordavano come «Quello che insegna a temperare il lapis». Correndo il rischio dell’imprevisto, la punta che si spezza o il vento che cambia direzione. Quello che nessuna simulazione digitale può prevedere.
Sul Venerdì dell'11 settembre 2020