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L’aula di Palazzo Madama. Attualmente i senatori sono 321 (inclusi i 6 nominati a vita). Se vincesse il Sì al referendum costituzionale, diventerebbero 200 (Filippo Monteforte/ Afp via Getty Images) 

Dare i numeri all'Aula

Un deputato ogni 80 mila abitanti e un senatore ogni 200 mila. Punto. Così il nostro Parlamento prima che l’ansia sforbiciatrice prendesse il sopravvento. Senza mai far tornare i conti   
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Non è un referendum, è una nevrosi. Quella dei numeri: ci affligge da quando abbiamo battezzato la Repubblica italiana. E non contagia soltanto il Parlamento, giacché coinvolge ogni altra istituzione. Intanto, però, ci tocca votare a nostra volta sulla riforma votata nevroticamente dai partiti (fra Camera e Senato, il Pd ha detto tre no e un sì; mentre il referendum per il no è stato indetto dai parlamentari che avevano votato per il sì). E allora, siamo d'accordo sul taglio di 345 membri dalle assemblee parlamentari, concordiamo su questa nuova Camera di 400 deputati, sul nuovo Senato ridotto a 200 senatori?

Ma il fatto è che dovrebbero mettersi d'accordo i governanti, prima di chiedere un giudizio ai governati. Perché sulla composizione delle Camere i numeri ballano da sempre, con le riforme fatte e con quelle fallite. Oggi pochi lo rammentano, ma in origine - nel testo della Costituzione approvato il 27 dicembr…
Non è un referendum, è una nevrosi. Quella dei numeri: ci affligge da quando abbiamo battezzato la Repubblica italiana. E non contagia soltanto il Parlamento, giacché coinvolge ogni altra istituzione. Intanto, però, ci tocca votare a nostra volta sulla riforma votata nevroticamente dai partiti (fra Camera e Senato, il Pd ha detto tre no e un sì; mentre il referendum per il no è stato indetto dai parlamentari che avevano votato per il sì). E allora, siamo d'accordo sul taglio di 345 membri dalle assemblee parlamentari, concordiamo su questa nuova Camera di 400 deputati, sul nuovo Senato ridotto a 200 senatori?

Ma il fatto è che dovrebbero mettersi d'accordo i governanti, prima di chiedere un giudizio ai governati. Perché sulla composizione delle Camere i numeri ballano da sempre, con le riforme fatte e con quelle fallite. Oggi pochi lo rammentano, ma in origine - nel testo della Costituzione approvato il 27 dicembre 1947 dai nostri padri fondatori - il Parlamento non ospitava un numero fisso d'inquilini, bensì variabile in base alla popolazione del Paese. Più precisamente, un deputato ogni 80 mila abitanti, un senatore ogni 200 mila. Risultato: nella prima legislatura repubblicana (1948-1953), furono eletti 574 deputati e 237 senatori. Nella seconda (1953-1958), 590 deputati e 237 senatori. Nella terza (1958-1963), 596 deputati e 246 senatori. Insomma, numeri crescenti, insieme all'aumento demografico degli italiani, giacché in quel torno d'anni l'Italia passò da 46 a 51 milioni d'abitanti. Così, forse temendo che saremmo diventati più popolosi della Cina, venne stabilito un tappo all'incremento. E la legge costituzionale n. 2 del 1963 corresse la Costituzione, decretando un numero fisso di 630 deputati e 315 senatori. Una legge approvata a maggioranza dei due terzi in Parlamento, quindi sottratta al referendum; e ispirata, per l'appunto, dall'esigenza di rendere certo, definitivo, irrevocabile il plotone che rappresenta gli italiani.

Ma anche allora avevamo fatto male i conti, o meglio non avevamo conteggiato la nevrosi, la smania riformatrice che s'esercita sui numeri del nostro Parlamento. Da qui un elenco di sforbiciate più o meno robuste, però sempre andate a vuoto. Commissione Bozzi (1985): riduzione dei parlamentari, senza precisarne la quantità, ma con l'idea di tornare al numero variabile. Commissione De Mita-Iotti (1993): 400 deputati e 200 senatori. Commissione D'Alema (1997): 400 o 500 deputati, 200 senatori elettivi e 200 rappresentanti delle autonomie locali. Riforma Berlusconi (2005): 518 deputati e 252 senatori. Bozza Violante (2007): 512 deputati e 186 senatori. Proposta bipartisan approvata in Senato (2012): 508 deputati e 250 senatori. Gruppo di lavoro sui temi istituzionali (2013): 480 deputati e 120 senatori. Riforma Renzi (2016): 630 deputati e 95 senatori. Morale della favola: ormai da tempo stiamo dando i numeri. E li spariamo a caso, oltretutto trascurando il nesso fra numero dei parlamentari e sistema elettorale. D'altronde la nostra nevrosi colpisce pure le leggi elettorali, giacché le cambiamo una dopo l'altra, come ci si cambia d'abito. Così, nel 1946 l'Assemblea costituente fu eletta con un proporzionale. Ma in seguito abbiamo via via sperimentato il maggioritario, nelle sue varie forme. Oltre a sistemi misti, ibridi, spuri. Licenziando sei nuove leggi elettorali (nel 1948, nel 1953, nel 1993, nel 2005, nel 2016, nel 2017) e altrettanti referendum sulla materia elettorale (nel 1991, nel 1993, nel 1995, nel 1999, nel 2000, nel 2009).

Una storia analoga riguarda le province. Erano 58, quando l'Italia (nel 1861) divenne uno Stato indipendente. Una decina d'anni dopo il loro numero era salito a 68. E via via, finché in piena era fascista (nel 1931) se ne contavano 92. Negli anni Settanta s'aggiungono Pordenone, Isernia, Oristano: e siamo a 95. Poi altre 8 province durante gli anni Novanta, 4 in Sardegna nel 2001, ancora 3 decise in Parlamento nel 2004. Totale: 110. Troppe, sicché da anni la politica propone di ridurle, se non anche d'abolirle. Con quale risultato? La creazione di 14 superprovince, le Città metropolitane.

Alti e bassi pure rispetto alle Regioni. Nel 1963 fu aggiunto il Molise all'elenco stilato dai costituenti; dagli anni Novanta, viceversa, si discetta sulla loro riduzione. Fece da battistrada Gianfranco Miglio - l'ideologo della Lega di Bossi - proponendo tre macroregioni: Repubblica del Nord, Repubblica del Sud, e in mezzo l'Etruria. Ma le proposte, a conteggiarle tutte, riempirebbero la ruota del Lotto. Dove il numero più ricorrente è 12, rispetto al 20 delle Regioni attuali. Nel 1993 la Fondazione Agnelli propose infatti di tagliarne 8, idem nel 2014 una pattuglia di parlamentari del Pd, raccogliendo l'appoggio di vari governatori, da Zingaretti a Bonaccini. Chissà se sono ancora della medesima opinione.

I numeri, insomma, che passione. Quelli del Cnel, per fare un altro esempio. Organismo sempre sul punto d'essere abolito, come le province; e sempre ritoccato nella sua composizione. La sua legge istitutiva (nel 1957) ne fissava il numero in 90 membri: tombola! Poi (nel 1986) un'altra legge li fece lievitare fino a 111, poi ancora a 121, finché il governo Monti (nel 2011) non li ridusse a 64.

Alti e bassi, dunque, tal quale il Csm. Difatti la legge che lo istituì (nel 1958) è stata fin qui modificata da 19 leggi; il numero dei suoi membri elettivi è passato da 21 a 30 a 24; e adesso il ministro Bonafede ha presentato una riforma che lo riporta a 30. Perché? Vattelappesca. Ma è una cifra tonda, suona così bene.

Sul Venerdì dell'11 settembre 2020