BRUTTE STORIE Quando un delitto viene commissionato a "dilettanti" finisce quasi sempre male. Per fortuna
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Albert Anastasia, boss della mafia di New York a cavallo tra gli anni 50 e 60, diceva una cosa, poi ripresa da detective e criminali di molti romanzi gialli. Diceva che se cerchi di fare le cose complicate, nascondendo le tracce di un omicidio, rischi di commettere un errore che ti fa beccare. Anche perché la polizia va subito a cercare nell’ambiente più vicino alla vittima, amici e nemici e, appunto, ti becca. Se invece arriva uno sconosciuto, aspetta che non ci sia nessuno, ti suona alla porta, ti spara, e se ne va senza essere visto, ecco che siamo vicini al delitto perfetto.
Così un giorno don Anastasia fonda la Murder Inc., società di killer professionisti a pagamento a disposizione di chi li richiede. Cosa che però non gli impedisce di farsi ammazzare sulla sedia del barbiere del Park Sheraton Hotel di Manhattan, nel 1957, da un paio di killer, appunto.
La teoria di Anastasia non era sbagliata, ma conteneva un elemento fondamentale da n…
Albert Anastasia, boss della mafia di New York a cavallo tra gli anni 50 e 60, diceva una cosa, poi ripresa da detective e criminali di molti romanzi gialli. Diceva che se cerchi di fare le cose complicate, nascondendo le tracce di un omicidio, rischi di commettere un errore che ti fa beccare. Anche perché la polizia va subito a cercare nell’ambiente più vicino alla vittima, amici e nemici e, appunto, ti becca. Se invece arriva uno sconosciuto, aspetta che non ci sia nessuno, ti suona alla porta, ti spara, e se ne va senza essere visto, ecco che siamo vicini al delitto perfetto.
Così un giorno don Anastasia fonda la Murder Inc., società di killer professionisti a pagamento a disposizione di chi li richiede. Cosa che però non gli impedisce di farsi ammazzare sulla sedia del barbiere del Park Sheraton Hotel di Manhattan, nel 1957, da un paio di killer, appunto.
La teoria di Anastasia non era sbagliata, ma conteneva un elemento fondamentale da non dimenticare: killer, sì. A pagamento, certo. Ma professionisti.
È quello a cui non pensa Patrizia Reggiani quando fa uccidere l’ex marito Maurizio Gucci, erede del famoso marchio della moda, da cui aveva divorziato con tanta rabbia da volerlo morto a tutti i costi.
Così la signora Reggiani ne parla con un’amica, Pina Auriemma, detta la Maga di Portici perché legge le carte, che ne parla con un suo amico portiere d’albergo, Ivano Savioni, che ne parla con altri due conoscenti, Benedetto Ceraulo e Orazio Cicala, nei guai per il vizio del gioco.
La mattina del 27 marzo 1995, Ceraulo scende dalla Clio guidata da Cicala, entra in un palazzo di via Palestro e spara su Maurizio Gucci tre colpi di pistola che quasi lo mancano, più un quarto alla testa che lo finisce.
Killer a pagamento. Sconosciuti.
Non professionisti, però, e per fortuna. Perché poi succede che Savioni si mette a raccontare in giro quanto è stato bravo ad organizzare tutto, così lo sente un collaboratore di giustizia che riferisce tutto alla polizia, che mette sotto intercettazione i telefoni del portiere e della maga e li sente raccontare nei dettagli tutto quello che hanno fatto. E così scattano manette, processi e pesanti condanne per tutti.
Patrizia Reggiani, condannata per l’omicidio dell’ex marito Maurizio Gucci, ha scontato 17 anni di carcere (Daniel Dal Zennaro / Ansa)
Certe professionalità – e ripeto: per fortuna – da noi sono sempre state scarse, presenti soprattutto nell’ambito del terrorismo o della criminalità organizzata, che hanno altre dinamiche, o in quello dei romanzi e dei film gialli. Un po’ come certi detective privati con il trench bianco che stanno solo nei film con Robert Mitchum o Humphrey Bogart.
Altre professionalità, invece, come quelle della Mobile di Milano, che ha risolto il caso, le abbiamo avute anche nella realtà, oltre che nella fantasia della narrativa di genere. E ripeto ancora: per fortuna.