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Andrea De Carlo, milanese, 67 anni (Aura G) 

De Carlo: questa Italia mi fa ridere, ma per la paura

Il teatro dei sogni è suo ventunesimo romanzo: personaggi grotteschi e aria di catastrofe imminente nel Nordest di oggi. Intervista allo scrittore sul governo, lo Strega, Fellini... Con accompagnamento blues
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Penetrare a casa di Andrea De Carlo richiede una certa diplomatica insistenza; lui è diffidente come Guiscardo Guidarini, il marchese archeologo protagonista del suo nuovo romanzo Il teatro dei sogni, in uscita il 24 settembre; o forse soprattutto stanco. "Ho lavorato fino a ieri alle ultime modifiche" mi dice mentre ci accomodiamo nel suo rifugio nella vecchia Milano, fra sei chitarre, un pianoforte verticale, qualche tela colorata. Io d'altra parte non vorrei impersonare Veronica Del Muciaro, l'incontenibile inviata della tv trash che scopre nella proprietà del marchese un segreto ritrovato (dal romanzo: "Senza distogliere lo sguardo dal cellulare lei gli posa una mano sul braccio. 'Vogliamo dire come si chiama, questo signore che è stato così bravo ?' 'Guiscardo Guidarini, ma la smetta di riprendermi'")

Il teatro dei sogni si svolge in un imprecisato Nordest; oltre al marchese e alla reporter d'assalto, in…
Penetrare a casa di Andrea De Carlo richiede una certa diplomatica insistenza; lui è diffidente come Guiscardo Guidarini, il marchese archeologo protagonista del suo nuovo romanzo Il teatro dei sogni, in uscita il 24 settembre; o forse soprattutto stanco. "Ho lavorato fino a ieri alle ultime modifiche" mi dice mentre ci accomodiamo nel suo rifugio nella vecchia Milano, fra sei chitarre, un pianoforte verticale, qualche tela colorata. Io d'altra parte non vorrei impersonare Veronica Del Muciaro, l'incontenibile inviata della tv trash che scopre nella proprietà del marchese un segreto ritrovato (dal romanzo: "Senza distogliere lo sguardo dal cellulare lei gli posa una mano sul braccio. 'Vogliamo dire come si chiama, questo signore che è stato così bravo ?' 'Guiscardo Guidarini, ma la smetta di riprendermi'")

Il teatro dei sogni si svolge in un imprecisato Nordest; oltre al marchese e alla reporter d'assalto, in scena anche l'ambiziosa assessora alla Cultura del capoluogo, membro dell'Unione Nazionale, e il sindaco cialtrone di un comune limitrofo, seguace della setta del Rivolgimento@. La parodia di Lega e Cinque Stelle è trasparente, ma Guidarini, Del Muciaro, Annalisa Sarmano, "il" Massimo Bozzolato e i loro contorni non sono stereotipi; saltano vivi fuori dalla pagina. De Carlo scava nella personale verità di ognuno di loro con continui cambi prospettici. "Sono partito con quattro personaggi sulla carta detestabili; mi affascina scrivere di persone lontane da me, e inevitabilmente poi divento loro, capisco le loro aspirazioni".

Della trama - si svolge tutto in pochi giorni - non dirò altro, se non che aleggia il senso di un'imminente catastrofe ai margini del libro. Si ride, parecchio; ma si ride amaro assai. "Spesso è la realtà che è caricaturale. Questo è un paese amministrato malamente, devastato da tutti i punti di vista, bloccato dalla burocrazia e dalle corporazioni, e adesso prigioniero di uno stallo. Abbiamo un governo raccogliticcio, ma l'alternativa è mettersi in mano a gente pericolosissima. Ci si può scherzare, ma è quello che resta quando si è preoccupati. Io non ho mai riso tanto come quando ero a scuola; ridevo perché avevo il terrore che mi sospendessero, la paura accentuava gli aspetti più grotteschi della situazione".

Quella realtà scolastica - ambientata nel milanese liceo Berchet della fine degli anni 60 - fu il punto di partenza del suo primo vero trionfo letterario, Due di due (1989). Ora Andrea De Carlo è al ventunesimo romanzo; tradotto in molte lingue, è in partenza per Berlino dove la Komplizen Film di Janine Jackowski ("una produzione tutta di donne") sta elaborando una serie tv dal suo Villa Metaphora; disegna da solo le copertine dei suoi libri, suona per divertimento (mi intrattiene con un po' di blues) e non cerca i riflettori della scena letteraria italiana. "Non ho mai fatto parte dei salotti, degli scambi di favori e di recensioni. Per anni sono stato nella giuria dello  Strega, poi mi sono dimesso perché detestavo la farsa dei pacchetti dei voti, le manovre degli editori. L'ho anche pagata, queste cose non si fanno gratis". Oggi è pubblicato dalla Nave di Teseo: "Una piccola realtà, un'eccezione felice al mondo dei giganti; ma dietro c'è Elisabetta Sgarbi, editrice appassionata".

Era invece portato in palmo di mano a trent'anni, già prima del successo di Due di due, quando la vecchia Einaudi pubblicò la sua opera prima Treno di panna (1981) con la quarta di copertina di Italo Calvino, e l'anno dopo Uccelli da gabbia e da voliera. Tanto che Federico Fellini lo volle come assistente alla regia sul set de E la nave va; era il 1983. Amicizia culminata poi in un famoso viaggio in Messico con l'idea di girare un film sceneggiato da Carlos Castaneda, sull'onda delle suggestioni esoteriche che incantavano anche Fellini; solo che lo scrittore  scomparve dopo i primi incontri, lasciandosi dietro una scia di misteriosi messaggi. A distanza di tanti anni, De Carlo ci ride: "Guardi, c'è Frank Horton, un giornalista americano, che ha ricostruito la storia: secondo lui fu proprio Castaneda a organizzare le minacce per troncare il progetto. Chissà. Certo fu l'incontro fra due grandi bugiardi affascinati dall'esoterico, in un momento critico della carriera di tutti e due". De Carlo scrisse Yucatan nel 1986, e Fellini non glielo perdonò, come se gli avesse rubato la trama del suo progetto; lo scrittore ha raccontato tante volte che invece sul momento gli aveva detto: "Andreino, che idea meravigliosa!". Ma Fellini altrimenti l'avrebbe fatto un film da quell'esperienza? "No. Era troppo inquietato da tutta la storia. A Chichén Itzá, camminando attorno a quelle piramidi maya dove un tempo si svolgevano i sacrifici umani, e il sangue colava dalle gradinate di pietra, era sconvolto. In lui c'era anche l'umiltà che incontri solo negli artisti veri, di chi sa che rispetto ai misteri dell'universo non siamo nulla. In quel viaggio non era giovane, non era in forma, forse fu l'episodio di maggior coraggio fisico della sua vita. Prendere l'aereo, arrivare a Cancún, girare in jeep seguendo indicazioni misteriose...".

Sul set di E la nave va, De Carlo girò anche un documentario, Le facce di Fellini. "Il cast era completamente eterogeneo: c'erano le facce che Fellini prendeva dalla strada, e i grandi attori della tradizione inglese, sconvolti. Fra i miei incarichi c'era trattare con loro; professionisti che sapevano Shakespeare a memoria e di colpo si trovavano senza rete. C'era in Fellini anche un aspetto di perversione, di sadismo: giocava con gli attori come un grande burattinaio. Gente come Mastroianni, Sordi si adattava al suo modo di lavorare, altri avevano più difficoltà". E Mastroianni? "Era anche lui un artista umile. Con Fellini aveva una passività che il regista adorava: 'Mi dice cosa deve fare e io lo faccio'. Per La dolce vita, il primo film insieme, raccontava che gli aveva chiesto: 'Mi puoi far leggere qualcosa?'. 'Sì, sì, tienì gli disse Fellini 'questa è la sceneggiatura'. E invece dentro c'era il disegno di un fallo enorme. Mastroianni lo trovò divertente; altri si sarebbero offesi".

E Giulietta Masina? "Credo fosse l'àncora di Fellini. Aveva questa dimensione piccolo-borghese, a casa loro a via Margutta quando ti alzavi rassettava i cuscini del divano. Lo riconduceva a una dimensione di normalità, di abitudine".

In quest'arco, da Treno di panna a Il teatro dei sogni, quanto è cambiato il mondo? "Moltissimo: la comunicazione, l'articolazione dei contatti fra le persone. In Due di due si poteva perdere di vista una persona per anni, oggi c'è un tracciamento continuo. È cambiato l'ambiente; ci sono trasformazioni costanti che ci avvicinano alla catastrofe, e questa pandemia ne fa parte, come la distruzione degli ecosistemi, l'erosione delle foreste". Secondo lei sta davvero arrivando una catastrofe? "Penso che ci stiamo marciando contro a gran velocità e che non vogliamo prenderne atto, perché vorrebbe dire cambiare radicalmente il nostro modo di vivere".

E De Carlo al ventunesimo romanzo cosa auspica per se stesso? "Di avere ancora qualcosa di cui scrivere. È il mio modo di interagire col mondo; raccontare degli altri. Per fortuna 'gli altrì sono tanti. A ogni storia, penso che potrei perdere la voglia; poi c'è sempre un'idea che gira e rigira, un senso di frustrazione che si accumula, una necessità di espressione. La scrittura è questo. Altrimenti diventa un mestiere; si può fare anche molto bene, ma è un'altra cosa".

Sul Venerdì del 18 settembre 2020