✕
Mario Segni nel 1991, durante la campagna referendaria per la preferenza unica (Livio Anticoli/ Gamma-Rapho via Getty Images) 

Mario Segni: stavolta invece dico di no

Al padre del referendum sulla preferenza unica il taglio dei parlamentari proprio non piace. E qui ci parla delle tante occasioni perse. A cominciare dalla sua. Intervista
3 minuti di lettura
"Vince l'Italia pulita" titolò Repubblica all'indomani della vittoria al referendum sulla preferenza unica, il 9 giugno 1991. Era stato promosso da un democristiano di seconda fila, sconosciuto ai più: Mario Segni. Sull'onda di quella vittoria Segni sembrò avviato a essere il nuovo leader d'Italia. Ma soltanto tre anni dopo chiamò la sua biografia La rivoluzione interrotta. Cos'era successo nel frattempo? E soprattutto: che fine ha fatto il padre del referendum più celebre, dopo il divorzio, degli ultimi cinquant'anni?

Domenica come voterà sul taglio dei parlamentari?
"Le rispondo come nel Gattopardo un dipendente rispose al principe di Salina alla domanda su come aveva votato al referendum sull'Unità d'Italia: 'No, no, no, cento volte no'".

E perché?
"Lo trovo l'ultimo atto di una campagna di delegittimazione delle istituzioni democratiche, un colpo di picco…
"Vince l'Italia pulita" titolò Repubblica all'indomani della vittoria al referendum sulla preferenza unica, il 9 giugno 1991. Era stato promosso da un democristiano di seconda fila, sconosciuto ai più: Mario Segni. Sull'onda di quella vittoria Segni sembrò avviato a essere il nuovo leader d'Italia. Ma soltanto tre anni dopo chiamò la sua biografia La rivoluzione interrotta. Cos'era successo nel frattempo? E soprattutto: che fine ha fatto il padre del referendum più celebre, dopo il divorzio, degli ultimi cinquant'anni?

Domenica come voterà sul taglio dei parlamentari?
"Le rispondo come nel Gattopardo un dipendente rispose al principe di Salina alla domanda su come aveva votato al referendum sull'Unità d'Italia: 'No, no, no, cento volte no'".

E perché?
"Lo trovo l'ultimo atto di una campagna di delegittimazione delle istituzioni democratiche, un colpo di piccone alla democrazia liberale".

Non vede analogie con il suo referendum del 1991?
"Per niente. Il nostro era un progetto che puntava a cambiare dall'interno il sistema politico in crisi, affinché i cittadini potessero decidere il governo con il proprio voto".

E invece i Cinquestelle cosa si propongono?
"Loro ragionano così: le istituzioni sono marce, non cambiamole, distruggiamole. La conseguenza: una legge proporzionale, liste bloccate, i partiti conteranno sempre di più. La restaurazione".

Ma 945 parlamentari non sono troppi ormai?
"Sono troppe due Camere. Basterebbe abolire il Senato. Nel 2016 io votai Sì".

Che Italia era quella del 1991?
"Era appena caduto il muro di Berlino. Ricordo un Paese pieno di paura per quel che l'attendeva, ma anche traboccante di speranza".

Un'Italia più viva di adesso?
"Molto più viva. Oggi è meno spaventata, ma più scarica di energie vitali".

Fece la campagna referendaria con uno dei primissimi telefonini. Ricorda la prima telefonata?
"Mi chiamò Roberto Formigoni, che allora capeggiava Comunione e Liberazione. E mi annunciò il loro voto favorevole".

Aveva contro la Dc. De Mita disse che era il burattino di Cuccia.
(Ride). "Vero. Ma io Cuccia non lo avevo mai incontrato in vita mia".

Quanto contò l'appello di Bettino Craxi a disertare il voto andando al mare?
"Decisivo. Stimavo Craxi, un leader di valore, che si era speso per le riforme. Ma al momento del voto si schierò per l'esistente. Da quel momento fu percepito come il difensore della partitocrazia. Un errore fatale".

E Occhetto?
"Senza l'aiuto del suo partito, il Pds, non ce l'avremmo fatta. Occhetto fece il percorso inverso a Craxi: con quel Sì salvò il suo partito e la sinistra italiana. Purtroppo è stato mal ripagato".

E lei, pensa che avrebbe meritato di più?
"No, nessun rimpianto. Il mio grande rammarico è che non sono riuscito a cambiare il sistema politico. La mia riforma resse poco più di dieci anni, poi col Porcellum iniziarono a picconarla".

È vero che Berlusconi le offrì di diventare premier?
"Lo incontrai a casa di Gianni Letta, alla Camilluccia, nell'ottobre del 1993. Mi promise un generico appoggio. Fu divertente e seduttore. Non capii che intendeva scendere in campo, ma ebbi chiaro che non potevo fidarmi. Mi disse che per la prima volta non dormiva la notte perché i conti delle sue aziende erano in rosso. Era angosciato dalla possibile vittoria delle sinistre".

Che giudizio dà dell'avventura politica del Cavaliere?
"È riuscito a salvare le sue aziende, ma la rivoluzione liberale che aveva promesso nessuno l'ha vista".

Cambiano le leggi elettorali, ma il Paese è sempre lo stesso. Il carattere dell'italiano è irriformabile?
"Pensavo che il cambiamento fosse maggiore, ma attenzione: per 15 anni abbiamo avuto il premier scelto dal popolo e a ogni elezione l'alternanza. Un risultato enorme".

Nella Rivoluzione interrotta lei scriveva: "Ero convinto da molti anni che il nostro sistema politico fosse arrivato a una crisi irreversibile". Sembrano parole scritte oggi.
"La crisi allora era irreversibile, oggi è peggio. La scelleratezza della classe politica è stata tale da distruggere il sistema maggioritario, che è una formula odiata dai politici perché prevede l'alternanza e mette in discussione il tuo potere".

Cosa è rimasto delle sue idee?
"L'elezione diretta dei sindaci e dei governatori".

Insomma, le sue speranze sono andate deluse?
"Sì, devo ammetterlo. Io andavo in giro citando un discorso di Sturzo del 1920 su Le tre malebestie dell'Italia: statalismo, partitocrazia, corruzione. Nulla è cambiato, direi".

Il suo referendum fu il primo colpo di piccone contro i partiti.
"Ma non li abbiamo uccisi noi, erano già defunti, noi al massimo abbiamo stilato il certificato di morte. La Dc è stato un partito glorioso, ma negli ultimi tempi era soltanto un'accozzaglia di correnti finanziate con le tangenti".

Cosa ha fatto in questi anni?
"Sono stato europarlamentare fino al 2004. Poi ho insegnato all'Università a Sassari".

E ora, a 81 anni, cosa fa?
"Sto scrivendo un libro sul Piano Solo, che sfiorò mio padre Antonio. Una delle più grandi fake news della Repubblica. Uscirà l'anno prossimo, in primavera, per l'editore Rubbettino".

Che rapporto aveva con suo padre, presidente della Repubblica dal 1962 al 1964?
"Molto affettuoso. In un tempo in cui si contestava il padre io tifavo per lui".

Come ricorda gli anni al Quirinale?
"Come una prigione dorata. Mio padre sentiva il peso di vivere lì. Nessuno di noi in famiglia ne ha un grande ricordo".

Per chi vota adesso?
"Non sono in grado di risponderle. Non mi sento rappresentato da nessun partito".

Lei era un democristiano liberale.
"Rappresentavo un'Italia minoritaria, che crede nell'idea dell'alternanza. Il Paese avrebbe bisogno di una destra liberale, purtroppo l'attuale centrodestra è animato da sentimenti antieuropei. Sino a quando non risolverà il rapporto con l'Europa la destra non potrà essere un partito di governo".

L'abbiamo mai avuta una figura così?
"Sì, De Gasperi".

Cosa ci ha rivelato il Covid-19?
"Oscilliamo tra negazionisti e terrorismo mediatico. Hanno chiuso il Paese da Roma in giù, quando non ce n'era bisogno. Siamo un popolo molto emotivo".

Sul Venerdì del 18 settembre
2020