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8 marzo 2020: Elena Pagliarini, infermiera, dorme stremata sul pc nel reparto Covid dell’ospedale di Cremona. In seguito si è ammalata ed è guarita 

9.973 passi in corsia

Sei mesi fa la foto di un'infermiera di un reparto Covid divenne giustamente un simbolo. Oggi abbiamo seguito un suo collega durante un normalissimo turno in ospedale. Per capire che fanno (e quanto camminano) quelli che chiamavamo eroi
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ROMA. Il primo turno inizia alle 7, quando l’aria frizza ancora e hai la gioia di trovare subito parcheggio. Poi, zaino in spalla, scarpe basse, bottiglietta d’acqua: sembra un’escursione e per chi (corna facendo) deve affrontare una sola giornata, un po’ lo è davvero. Al Sant’Andrea di Roma il corridoio di Chirurgia toracica è un sentiero lucido e arcano, dove elfi lilla, sagome bianche e fuggevoli figure in verde, carrelli grandi come armadi e carrellini sottili come scope si rincorrono in uno scompiglio metodico che solo gli iniziati sanno decifrare.

Il prescelto – l’uomo da “seguire come un’ombra” per raccontare che cosa sia e che cosa faccia un infermiere oggi, oltre l’epica degli “eroi del Covid” – è Emanuele Ruscetta, 35 anni, né alto né basso, né magro né grasso. Il suo ospedale è un Policlinico universitario, né brutto né b…
ROMA. Il primo turno inizia alle 7, quando l’aria frizza ancora e hai la gioia di trovare subito parcheggio. Poi, zaino in spalla, scarpe basse, bottiglietta d’acqua: sembra un’escursione e per chi (corna facendo) deve affrontare una sola giornata, un po’ lo è davvero. Al Sant’Andrea di Roma il corridoio di Chirurgia toracica è un sentiero lucido e arcano, dove elfi lilla, sagome bianche e fuggevoli figure in verde, carrelli grandi come armadi e carrellini sottili come scope si rincorrono in uno scompiglio metodico che solo gli iniziati sanno decifrare.

Il prescelto – l’uomo da “seguire come un’ombra” per raccontare che cosa sia e che cosa faccia un infermiere oggi, oltre l’epica degli “eroi del Covid” – è Emanuele Ruscetta, 35 anni, né alto né basso, né magro né grasso. Il suo ospedale è un Policlinico universitario, né brutto né bello. Struttura relativamente recente (2001), ma assai periferica, così è stato giustamente celebrato come il miracolo dell’estate il campus di Medicina e psicologia tirato su in due mesi, con le aule scintillanti, le sedie tecnologiche e i cadaveri nuovi di zecca (finti, sia chiaro) nei laboratori. Meriterebbe un romanzetto a parte, questa storia. Ma Emanuele non ha tempo per raccontare, né per ascoltare.
Emanuele Ruscetta, infermiere del policlinico romano Sant'Andrea, durante un normale turno di lavoro (Luigi Narici/ Agf) 

Infilati camice e mascherina, con le sue scarpe da runner oggi ha un compito preciso: prendere le consegne da chi stacca dalla notte, e poi seguire fino alle 14 i pazienti da dimettere e i nuovi arrivi. Come dirigere il traffico, si potrebbe dire. O come fare partire un aereo. Le due colleghe del turno si occupano delle terapie, e si incroceranno in continuazione, di buon passo e con poche parole. Ma alle 7 del mattino il passaggio delle consegne è un rito che li vede insieme, nel box infermieri, radunati tra il monitor che mostra i pazienti più gravi e i computer che registrano tutto di tutti: accettazioni, dimissioni, terapie, lastre, esami, ecg, provette, vitto, drenaggi, allergie ai farmaci, i lamenti della notte, la paziente cui occorre un letto adatto alla patologia, la diciassettenne che ha avuto sempre la mamma accanto, la vecchietta che resterà un giorno in più perché all’ospizio senza il tampone non la riprendono, e naturalmente le mille diagnosi per cui si capita qua dentro, tumore del polmone in primis.

Alle 7.34 il quadro è chiaro e nel carnet di Emanuele ci sono sei persone da dimettere e quattro da ricoverare. Alle 7.45 – dopo avere aggiornato il pc e risposto a una telefonata della “squadretta” lilla (nome in gergo per i portantini) – entra veloce nella stanza del letto sub 3 (sub intensiva), per preparare il paziente all’intervento. «Buongiorno, siamo pronti?». «Mah». La porta si chiude perché la tricotomia (il taglio dei peli) è un momento decisamente intimo, ma alle 7.46 – un minuto d’orologio! – ha già fatto. «Do una mano ai colleghi. Ci sono otto pazienti post operati che vanno aiutati a tirarsi su, qualcuno non può vestirsi da solo, c’è l’igiene personale…».

Alle 7.55 il carrellino che pareva una scopa svela la sua funzione: è un rilevatore multiparametrico che misura pressione, saturazione e frequenza cardiaca: in corsia tagliano corto e lo chiamano “grillo”. Alle 8.08 la “squadretta” entra nel box infermieri per fare il punto: chi sono i pazienti da portare in camera operatoria? E quelli che devono fare le lastre? Il letto 5 avrà bisogno della carrozzina, l’11 e il 2 forse scendono a piedi, al 4 basta il deambulatore… Un ragazzo li ascolta con aria disorientata: è nuovo, come non capirlo.

8.14. Nella disgrazia, la signora Sabrina S. si sente benedetta dalla sorte: ricoverata in un altro ospedale per la frattura di un malleolo, le hanno scoperto un nodulo al polmone e mandata di corsa al Sant’Andrea. «Quando dicono 'angeli', è così». Emanuele le conferma che andrà a casa entro poche ore, ma prima bisognerà levare il tubo del drenaggio. «Mi farà male?». «No. Un po’ di anestesia locale, come quella del dentista e…». «E chi si è visto si è visto».

Alle 8.30 arriva un nuovo paziente. Avanza lungo il corridoio, da solo, con un borsone sportivo, diritto come un militare, e infatti lo è. Ma gli occhi sono un pozzo di agitazione. Ha già gli esami pronti, sarà operato tra qualche ora. Emanuele gli mostra il letto, il telecomando della tv, come accendere le luci, gli infila con calma il braccialetto. Chissà se i gesti esercitati, le parole cortesi, lo sguardo caldo sopra la mascherina lo hanno rasserenato un po’.

Di lì a poco spunta una ragazza magra, anche lei col suo borsone. È Maria Paola Z., fa l’infermiera in un altro reparto. Ma oggi la paziente è lei. Ha uno pneumotorace recidivante, cioè le si forma dell’aria nella cavità pleurica, va’ a sapere perché. È la quarta in lista per la camera operatoria. Quando Emanuele le annuncia di doverle fare l’emogas, ha un sussulto: «È un esame che detesto. Anch’io lo faccio ai pazienti, non pensavo che fosse così doloroso». «Quale braccio preferisci?». «Uguale». «Ti faccio male?». «Sei bravo». «Ah ah, grazie».

Intanto si sono fatte le 9, bisogna andare in medicheria con Sabrina S. che deve togliere il drenaggio. Dietro il separé, sentiamo Emanuele descrivere il lavoro: «Signora, levo la garza dalla schiena». «Ma la ferita è grande?». «Dieci centimetri». «E l’anestesia dove me la fanno?». «Vicino alla ferita… Aspetti che si sta intrecciando il tubo…». Entra la dottoressa Valeria detta Vale: «Signora bella, finalmente leviamo tutto!». Sabrina S.:«Qui si taglia e si cuce come all’uncinetto». Alle 9.17 la cartella per le dimissioni è pronta. Emanuele la stampa al pc: 33 pagine, ovvero cinque minuti di attesa, tra una cosa e l’altra. Ma se è tutto informatizzato, perché stampare? «Bella domanda, me lo chiedo anch’io».

Si va avanti così fino alle 14, a passo veloce, tra prelievi, grilli viaggianti, tubi da sistemare (il consumo di tubi deve essere una voce di spesa consistente), aggiornamenti del pc, nuovi ricoveri, le mani lavate a ogni paziente incrociato, e un quaderno che non è bastato per appuntare tutto: abbiamo accertato – fra le mille cose – che l’unica pausa caffè è durata 4 minuti. Che alle 12  il contapassi segnava 7.150. E che la sosta pipì (scusa Emanuele) è stata di tre minuti.

Ecco alcune cose che il nostro infermiere ci ha detto fra una falcata e l’altra: 1) Non aveva mai pensato di iscriversi all’università e il padre, venditore ambulante di ortofrutta, lo avrebbe voluto con sé; ma dopo l’istituto tecnico e una maturità da 100/100, «tutti insistevano perché continuassi, finché con un amico ho fatto il test per Scienze infermieristiche», e addio mercati. 2) Lo stipendio, circa 1.600 euro al mese, non è proporzionato al grado di responsabilità. 3) Con i medici non ci sono gare, né tensioni: si lavora in parallelo, sono professioni diverse. 4) Durante il lockdown apprendere dalla tv che gli infermieri sono “eroi” lo ha sconcertato: «Il lavoro è sempre stato quello, d’improvviso si sono accorti che esistiamo. Anche qui ci guardavamo tra noi tutti sorpresi. E comunque, siamo già tornati invisibili».

(Questo quarto punto è così delicato che abbiamo interpellato un infermiere di lungo corso, Francesco Falli, docente di Area critica all’Università di Genova: «In realtà prima del Covid era già stato il flagello dell’Hiv a costringerci a bardarci come astronauti. Ma non dimentichiamo i colleghi morti in questi mesi dopo avere contratto il virus in corsia: sono 37, ai quali vanno aggiunti 4 suicidi». Ci prega di scrivere che la Fnopi, la Federazione degli Ordini professioni infermieristiche, aiuta le loro famiglie con la campagna #NoiConGliInfermieri, ed ecco fatto).   

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Citiamo per giustizia il resto della squadra di questo primo turno, Marilena Bruni e Loredana Iallonardo, ciascuna con il suo pezzo di reparto da seguire, e forse potete immaginarle mentre incrociano Emanuele decine di volte in questo via vai senza fine tra  camere, pc e medicheria. «Un ingranaggio che non può incepparsi» dice il capo infermiere Fabio Nicolini, 57 anni. «Le faccio un esempio. Se il paziente non è stato preparato per tempo, non può scendere a fare la lastra. La squadretta si inceppa, il tecnico si ferma». Il reparto fa circa 1.400 interventi l’anno, record italiano per questa specializzazione: «E infatti la pressione sugli infermieri è enorme. Ogni tanto andiamo tutti in pizzeria, vedersi fuori contribuisce all’amalgama». Si capisce che a Nicolini non sfugge niente, tiene rifornita anche la “sala tisaneria” che, a dispetto del nome soporifero, smercia caffè a tutto spiano.

Svelti, giovani, garbati. Domandona: dove sono finiti gli infermieri ciabattoni e sciatti che chi non è più ragazzo ricorda bene? Carlo Verdone li mostrò in Un sacco bello, spaparanzati a fumare sulle panchine. Scomparsi per magia? Il primario Erino Rèndina, 62 anni, racconta di avere vissuto «la coda di quel periodo lì, quando magari ti assumevano come portantino e poi, di promozione in promozione, diventavi infermiere. Però è stato Natalino, entrato al Policlinico Umberto I nel 1958 come lavapavimenti, a insegnarmi a fare le broncoscopie. E gliene dico un’altra. Al Policlinico siamo stati i primi in Italia a fare il trapianto del polmone, nel 1991, e proprio agli inizi si opera questa ragazza, Valeria. La sera le faccio un’ultima visita, tutto va a meraviglia; stanco morto, me ne vado finalmente a casa. Ma in piena notte l’infermiera Rita mi cerca sul Teledrin, se lo ricorda il cercapersone? Dice che qualcosa non va, che farei meglio a tornare. Io non ho mica tanta voglia, per me la ragazza era a posto... Insiste. Alla fine mi rivesto ed esco. Be’, in un polmone si era formato del catarro che la stava uccidendo. Grazie Rita, non ti dimentico».

Del tempo (quasi) antico che sempre bello non fu resta una traccia nei nomi delle cose: la “locanda” è la zona letto-comodino-armadietto; gli “occhialini” sono ancora oggi le cannule nasali per l’ossigeno. Le donne sono sempre la maggioranza: il 79 per cento. È per simpatia nei confronti delle minoranze, perciò, che abbiamo scelto di seguire Emanuele. E anche perché l’infelice Ben Stiller di Ti presento i miei, bullizzato dal suocero che lo considera un mollaccione, è un infermiere. Ma poi abbiamo scoperto che, a livello provinciale, il giovanissimo Ordine professionale è guidato al 70 per cento da uomini, e abbiamo smesso di commuoverci troppo.

Emanuele sta per filare a casa. Davanti al suo armadietto, c’è il tempo per un’ultima domanda: come mai non usa gli zoccoli bianchi in dotazione? «Mi viene il mal di schiena».

Il cellulare ha registrato 9.973 passi, né troppi né pochi.

Sul Venerdì del 25 settembre 2020