Altro che sogno erotico, noi infermiere vivevamo da recluse
Jenner Meletti , di JENNER MELETTINegli anni Settanta, mentre al cinema trionfavano le poco realistiche commedie sexy ambientate negli ospedali, nella professione arrivarono gli uomini. E le cose cominciarono a cambiare...
BOLOGNA. Avvengono cose strane, alla fine degli anni Settanta. I soldati del Generale di Francesco De Gregori nel '78 sognano di "farsi fare l'amore dalle infermiere". Nel '79 Gloria Guida spopola con L'infermiera di notte e altre locandine - con Nadia Cassini o Ursula Andress - propongono il nuovo filone erotico agli italiani. "La cosa buffa" dice Angela Peghetti, 59 anni, ora nella Direzione ricerca e formazione nelle professioni sanitarie dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna, "è che proprio nel 1978 ho cominciato il mio corso triennale per diventare infermiera e di quei film non sapevo proprio nulla. Si viveva come recluse, nella scuola-convitto delle suore dell'Addolorata. Alle 7 iniziava il tirocinio in ospedale, fino alle 13. Pranzo e poi scuola dalle 14 alle 19. Alle 21 il portone si chiudeva. Trasferimenti in pullman, così non incontravi e non parlavi con nessuno. Di quei film ho saputo solo anni dopo. Ognuno &…
BOLOGNA. Avvengono cose strane, alla fine degli anni Settanta. I soldati del Generale di Francesco De Gregori nel '78 sognano di "farsi fare l'amore dalle infermiere". Nel '79 Gloria Guida spopola con L'infermiera di notte e altre locandine - con Nadia Cassini o Ursula Andress - propongono il nuovo filone erotico agli italiani. "La cosa buffa" dice Angela Peghetti, 59 anni, ora nella Direzione ricerca e formazione nelle professioni sanitarie dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna, "è che proprio nel 1978 ho cominciato il mio corso triennale per diventare infermiera e di quei film non sapevo proprio nulla. Si viveva come recluse, nella scuola-convitto delle suore dell'Addolorata. Alle 7 iniziava il tirocinio in ospedale, fino alle 13. Pranzo e poi scuola dalle 14 alle 19. Alle 21 il portone si chiudeva. Trasferimenti in pullman, così non incontravi e non parlavi con nessuno. Di quei film ho saputo solo anni dopo. Ognuno è libero di fare quello che gli pare. Io so soltanto che per una cartolina di saluti di un ex paziente - speditami in reparto perché non conosceva né il mio cognome né l'indirizzo - la caposala mi fece passare cinque minuti che non dimenticherò mai".
È un Regio decreto del 1925 a istituire le Scuole convitto per infermiere. Solo ragazze, fino al 1971. "C'erano due maschi anche con noi, per le lezioni e il tirocinio, ma ovviamente dormivano fuori. La scuola non era facile. Biologia, chimica, anatomia, fisiologia, patologia medica...Noi, dopo una selezione molto seria, siamo entrate in 45 e ci siamo diplomate in 16, assieme a uno dei maschi. Non solo la scuola ma anche la vita da infermiera è molto cambiata. Ora la parola nursing viene tradotta come infermieristica e si riferisce a chi fa assistenza. A scuola aveva invece l'antico significato di nutrice, di donna che allatta. Insomma, una donna che accudiva i pazienti, con un ruolo ausiliario, di sudditanza rispetto al medico. Non a caso la responsabilità delle infermiere non era di una di noi ma di un dottore. Solo nel 2000, applicando il decreto 229 del 1999, viene sancita l'autonomia professionale. Ora sappiamo qual è il nostro lavoro: la diagnosi e cura spetta al medico, nostra responsabilità è invece l'assistenza. E questo facilita il rispetto reciproco".
Pietro Giurdanella, 46 anni, è caposala al Sant'Orsola (qui a marzo c'erano 800 malati Covid su mille posti letto) ed è il battagliero presidente dell'Opibo, l'Ordine professionale che riunisce gli ottomila infermieri bolognesi. "Il Covid ha fatto scoprire il nostro lavoro agli italiani. Ha fatto capire che non eravano solo quelle persone in camice bianco, con la bacinella in mano, che dovevano lavorare 'sottoposte alla prescrizione e al controllo medico', come stabilito dal Dpr 225 del 1974. Ora l'infermiere ha una laurea abilitante, triennale più due anni di specialistica, e si occupa di varie forme di assistenza, 'preventiva, curativa, riabilitativa e palliativa', che possono essere 'tecniche, relazionali, educative'. Insomma, non siamo più ausiliari, esecutori di ordini, e abbiamo un rapporto diretto con i malati, perché è stato riconosciuto che il tempo di relazione è tempo di cura".
Una corsa continua fra i reparti dell'ospedale e la vicina sede dell'Opibo. "La pandemia ha mostrato a tutti di che pasta siamo fatti. Ma siamo ancora in ritardo. Negli Stati Uniti i candidati alla presidenza prima del voto incontrano sempre la rappresentanza degli infermieri. Questo perché il loro ruolo è stato esaltato da Evelyn Adam, una delle madri dell'infermieristica mondiale. L'infermiere - diceva - 'è il braccio dell'amputato, la mente dell'incosciente, gli occhi del nuovo cieco, la voglia di vivere di colui che pensa al suicidio'". Adam pubblicò il suo libro Essere infermiere nel 1979. "E qui da noi c'erano il film sulle infermiere provocanti. Abbiamo fatto passi avanti ma molto resta da fare. Sugli stipendi, ad esempio: 1.400-1.500 euro al mese con notti e domeniche. Un caposala arriva a 1.800. Non c'è riconoscimento dell'esperienza. Se lavori da 5 anni o da 30 la busta paga è uguale. Non è solo questione di soldi. Non c'è incentivo alla crescita".
Danilo Cenerelli, classe 1961, è il coordinatore e docente del corso di laurea in Infermieristica che a Bologna ha sede nell'ex convitto della Croce Rossa dedicato alla Principessa di Piemonte. Fra Bologna e Imola, in tre sedi, sono accolti ogni anno 240 studenti. "Dopo il Covid ci aspettavamo più domande, e invece sono poche decine in più dei posti disponibili. E nel primo anno, perderemo il 20 per cento delle matricole, come sempre, perché c'è chi ha una visione romantica o missionaria o comunque mitica del mestiere. Scopre subito che non è facile stare ogni giorno vicino al dolore e alla morte. Tutti a gridare 'bravi bravi, eroi eroì durante l'emergenza. È vero, abbiamo fatto un grande lavoro. Quarantacinque allievi dell'ultimo anno si sono laureati a marzo, un mese prima del previsto, per entrare subito in ospedale. Ma i grandi problemi restano. Si parla sempre di carenza di medici e ci si dimentica degli infermieri. Anche a livello dirigente. Nel Consiglio della scuola ci sono gli esperti nominati da Ausl e Università, ma non ci sono gli infermieri".
Le camere, la sala pranzo, la cappella dell'ex convitto della Croce Rossa sono diventate aule. Nei corridoi sono rimaste le fotografie di ragazze degli anni 30 e 40. Con grandi sorrisi per l'arrivo della Principessa di Piemonte.
Sul Venerdì del 25 settembre 2020
È un Regio decreto del 1925 a istituire le Scuole convitto per infermiere. Solo ragazze, fino al 1971. "C'erano due maschi anche con noi, per le lezioni e il tirocinio, ma ovviamente dormivano fuori. La scuola non era facile. Biologia, chimica, anatomia, fisiologia, patologia medica...Noi, dopo una selezione molto seria, siamo entrate in 45 e ci siamo diplomate in 16, assieme a uno dei maschi. Non solo la scuola ma anche la vita da infermiera è molto cambiata. Ora la parola nursing viene tradotta come infermieristica e si riferisce a chi fa assistenza. A scuola aveva invece l'antico significato di nutrice, di donna che allatta. Insomma, una donna che accudiva i pazienti, con un ruolo ausiliario, di sudditanza rispetto al medico. Non a caso la responsabilità delle infermiere non era di una di noi ma di un dottore. Solo nel 2000, applicando il decreto 229 del 1999, viene sancita l'autonomia professionale. Ora sappiamo qual è il nostro lavoro: la diagnosi e cura spetta al medico, nostra responsabilità è invece l'assistenza. E questo facilita il rispetto reciproco".
Pietro Giurdanella, 46 anni, è caposala al Sant'Orsola (qui a marzo c'erano 800 malati Covid su mille posti letto) ed è il battagliero presidente dell'Opibo, l'Ordine professionale che riunisce gli ottomila infermieri bolognesi. "Il Covid ha fatto scoprire il nostro lavoro agli italiani. Ha fatto capire che non eravano solo quelle persone in camice bianco, con la bacinella in mano, che dovevano lavorare 'sottoposte alla prescrizione e al controllo medico', come stabilito dal Dpr 225 del 1974. Ora l'infermiere ha una laurea abilitante, triennale più due anni di specialistica, e si occupa di varie forme di assistenza, 'preventiva, curativa, riabilitativa e palliativa', che possono essere 'tecniche, relazionali, educative'. Insomma, non siamo più ausiliari, esecutori di ordini, e abbiamo un rapporto diretto con i malati, perché è stato riconosciuto che il tempo di relazione è tempo di cura".
Una corsa continua fra i reparti dell'ospedale e la vicina sede dell'Opibo. "La pandemia ha mostrato a tutti di che pasta siamo fatti. Ma siamo ancora in ritardo. Negli Stati Uniti i candidati alla presidenza prima del voto incontrano sempre la rappresentanza degli infermieri. Questo perché il loro ruolo è stato esaltato da Evelyn Adam, una delle madri dell'infermieristica mondiale. L'infermiere - diceva - 'è il braccio dell'amputato, la mente dell'incosciente, gli occhi del nuovo cieco, la voglia di vivere di colui che pensa al suicidio'". Adam pubblicò il suo libro Essere infermiere nel 1979. "E qui da noi c'erano il film sulle infermiere provocanti. Abbiamo fatto passi avanti ma molto resta da fare. Sugli stipendi, ad esempio: 1.400-1.500 euro al mese con notti e domeniche. Un caposala arriva a 1.800. Non c'è riconoscimento dell'esperienza. Se lavori da 5 anni o da 30 la busta paga è uguale. Non è solo questione di soldi. Non c'è incentivo alla crescita".
Danilo Cenerelli, classe 1961, è il coordinatore e docente del corso di laurea in Infermieristica che a Bologna ha sede nell'ex convitto della Croce Rossa dedicato alla Principessa di Piemonte. Fra Bologna e Imola, in tre sedi, sono accolti ogni anno 240 studenti. "Dopo il Covid ci aspettavamo più domande, e invece sono poche decine in più dei posti disponibili. E nel primo anno, perderemo il 20 per cento delle matricole, come sempre, perché c'è chi ha una visione romantica o missionaria o comunque mitica del mestiere. Scopre subito che non è facile stare ogni giorno vicino al dolore e alla morte. Tutti a gridare 'bravi bravi, eroi eroì durante l'emergenza. È vero, abbiamo fatto un grande lavoro. Quarantacinque allievi dell'ultimo anno si sono laureati a marzo, un mese prima del previsto, per entrare subito in ospedale. Ma i grandi problemi restano. Si parla sempre di carenza di medici e ci si dimentica degli infermieri. Anche a livello dirigente. Nel Consiglio della scuola ci sono gli esperti nominati da Ausl e Università, ma non ci sono gli infermieri".
Le camere, la sala pranzo, la cappella dell'ex convitto della Croce Rossa sono diventate aule. Nei corridoi sono rimaste le fotografie di ragazze degli anni 30 e 40. Con grandi sorrisi per l'arrivo della Principessa di Piemonte.
Sul Venerdì del 25 settembre 2020