Carbonia Capitale
Gabriella Saba , di GABRIELLA SABABella non è. Vivace, neppure. L’economia? Lasciamo stare. E allora perché il piccolo capoluogo sardo è tra le 28 finaliste candidate a diventare città della cultura 2022? Reportage
CARBONIA. Non la si può nemmeno definire un tipo, come si dice delle persone poco attraenti. I tipi hanno quel non so che mentre Carbonia è piatta, è anonima, con pochi angoli che la riscattino. File di casette tutte simili su una planimetria elementare, strade dritte senza la sorpresa di uno slargo. Intorno alla città si apre un paesaggio di pianure e macchia mediterranea, qualche collina, il mare è a venti chilometri. Non resta dunque che cercare la bellezza interiore. Perché dovrà pur esserci un motivo se Carbonia, cittadina di 28 mila abitanti e capoluogo di provincia del Sud Sardegna, è stata inclusa ad agosto tra le 28 candidate a capitale italiana della cultura per il 2022: il 12 ottobre verrà selezionata una rosa di dieci e dopo un mese sarà nominata la vincitrice. E dovrà pur esserci un motivo se il settantenne Ignazio Pirotto, qui nato e vissuto, la definisce la città più bella del mon…
CARBONIA. Non la si può nemmeno definire un tipo, come si dice delle persone poco attraenti. I tipi hanno quel non so che mentre Carbonia è piatta, è anonima, con pochi angoli che la riscattino. File di casette tutte simili su una planimetria elementare, strade dritte senza la sorpresa di uno slargo. Intorno alla città si apre un paesaggio di pianure e macchia mediterranea, qualche collina, il mare è a venti chilometri. Non resta dunque che cercare la bellezza interiore. Perché dovrà pur esserci un motivo se Carbonia, cittadina di 28 mila abitanti e capoluogo di provincia del Sud Sardegna, è stata inclusa ad agosto tra le 28 candidate a capitale italiana della cultura per il 2022: il 12 ottobre verrà selezionata una rosa di dieci e dopo un mese sarà nominata la vincitrice. E dovrà pur esserci un motivo se il settantenne Ignazio Pirotto, qui nato e vissuto, la definisce la città più bella del mondo. Per l'esattezza: "Se qui ci fosse lavoro sarebbe la città più bella del mondo. E guardi che ne conosco, di posti, vado spesso all'Avana".
Davanti a noi la piazza Roma con la Torre Littoria, il teatro e la chiesa neo-romanica di San Ponziano. La piazza è enorme e spoglia, nemmeno una panchina, un albero. Un sole inclemente la inonda di una luce abbacinante, piatta. Chiedo al signor Ignazio cosa gli piaccia di Carbonia: "Le architetture, per esempio questa piazza che ha fatto Benito. E anche la Torre Littoria". Ecco allora che per lui quella piazza razionalista diventa interessante. Come quella torre tozza, dalla cui cima vedi il mare. Simboli del Ventennio in cui fu edificata la città, la cui origine è evidente anche a chi non sappia di urbanistica. Se dunque la bellezza interiore di Carbonia è in quello che raccontano, perfino il resto della città lo puoi considerare non certo bello ma una testimonianza. E se hai abbastanza fantasia puoi addirittura riscattare quel panorama desolante immaginandone la storia.
Gran parte dei sardi sono saltati sulla sedia quando hanno letto di Carbonia, unica città sarda a essersi candidata a capitale della cultura. E però questo centro senza appeal è stato la più importante città di fondazione del fascismo, fondamentale nella storia delle miniere. Nel '35 il Duce decise di dare impulso all'attività estrattiva della zona per coniugare progetti bellici e ambizioni autarchiche, e insieme ai pozzi di carbone fece costruire una città-fabbrica per 20 mila persone, che lui stesso inaugurò nel '38. Le case che vedi ora e il disegno della città sono quelli delle origini: costruzioni a pochi piani, le più eleganti per i funzionari intorno alla piazza, quelle per i minatori più lontano, e ai margini gli alberghi per gli scapoli. Una concezione così gerarchica che alcuni storici parlano di apartheid mentre per altri quell'abitato era solo "squallido".
Non che fossero male le casette: avevano il bagno e un fazzoletto di terra che ha indotto molti a definire Carbonia "città-giardino". Era l'impostazione a essere triste, e quelle strade che portavano alla miniera (Serbariu, si chiamava) senza uno snodo, una distrazione. Ad ogni modo. Il lavoro sicuro e ben pagato anche se pericoloso e massacrante attirò migliaia di persone da tutta Italia che cercavano una via di fuga alla miseria. A fasi alterne la miniera assicurò benessere. Per esempio subito dopo la guerra, nel corso del rilancio poi frenato dall'apertura ai mercati esteri la cui concorrenza ha sbaragliato quel carbone pessimo, pieno di zolfo. Da un milione trecentomila tonnellate nel '40 la produzione crollò a 243 mila nel '43 per poi toccare di nuovo un milione duecentomila tonnellate nel '47. Da lì cominciò il declino e nel '71 la miniera chiuse, dopo essersi barcamenata da un piano all'altro di riconversione abortita.
Oggi, l'assessora Sabrina Sabiu e la sindaca Paola Massidda, giunta cinquestelle, puntano alla cultura come antidoto alla crisi. Perché non solo nel '71 è stata smantellata la miniera, sei anni fa anche il polo dell'alluminio, tra cui l'industria di Alcoa che dava lavoro a molti carboniensi, ha chiuso. Adesso la disoccupazione giovanile è del 44 per cento. E così sindaca e assessora hanno lanciato la candidatura, su richiesta di alcuni cittadini che hanno partecipato insieme ad altri al progetto. Ne è nato un dossier che ha ben disposto il comitato dei Beni culturali e si aggiungeva a iniziative di successo come la Fabbrica del Cinema a cui fa capo un festival. E il Master per il Paesaggio dell'Università di Cagliari.
"Qui non c'è niente, ma soprattutto manca il lavoro", si lamenta Fabiola, 22 anni, barista nella frazione di Bacu Abis. "A mio fratello è toccato trasferirsi a Milano, e anche i miei amici se ne sono andati". Il locale sembra la versione sulcitana di un bar di Hopper, sedie di plastica in un paesaggio desolato. Per la sindaca i giovani non amano Carbonia, a differenza dei loro padri e nonni. "Arrivavano da settanta città diverse e avevano creato una piccola società multietnica, e una mentalità cosmopolita". Ora, cosmopolita è una parola grossa, però è vero che qui sono approdati dalla Val d'Aosta alla Sicilia.
"C'erano la strada dei siciliani, quella dei triestini" racconta Franco Leone, che ha 74 anni e ancora l'accento siciliano di padre e nonno anche se qui a Carbonia ci è nato. Pure a Leone piace l'architettura della sua città, così come piace a Elvira Macrì, neocentenaria vedova di un minatore che in quei pozzi si beccò una polmonite e morì. Quando arrivò a Carbonia dall'Ogliastra dove è nata, nei primi anni Sessanta, Elvira si spaventò. "Nel mio paese erano quasi tutti sardisti, e invece qui ho trovato comunisti arrabbiatissimi e le donne che si picchiavano. Però le case erano belle, con il bagno. Chi ce l'aveva il bagno in Sardegna?". Molte di quelle case adesso sono bicolori, in alcune i colori sono quattro: quando l'intonaco cominciò a sgretolarsi gli abitanti le ridipinsero ma dato che le case erano quadrifamiliari ogni famiglia dipingeva la sua parte. Fino al 2011 ci sono stati abusi, poi il piano urbanistico ha messo un po' d'ordine.
"L'unica persona che conosco a cui piace Carbonia è mia madre" ride l'oristanese Carla Perra: dirige il settore archeologico del sistema museale di Carbonia e non le importa se la città sia bella o brutta perché si trova qui il lavoro che le piace. "C'è una somiglianza tra la città-fabbrica della civiltà nuragico-fenicia che studio e la città-fabbrica di Mussolini", spiega. Si deve anche a lei se nel '98 si è cominciato a scavare per portare alla luce un nuraghe unico. Ed è pure merito suo se si è accertato che la civiltà nuragica aveva continuato a esistere tra l'VIII e il VI secolo a.C., quando si fuse con la Fenicia. Il grande Parco Archeologico di Monte Sirai, di cui fa parte il nuraghe, costituisce una delle attrattive di Carbonia e della zona. Un'altra è il Museo del carbone: un grande spazio evocativo, dentro cui sfilano migliaia di reperti e si aprono le gallerie sotterranee. Tra i più impegnati nel rilancio c'è l'assessore all'Urbanistica Luca Caschili, convinto che Carbonia sia una città unica al mondo e che l'aspirazione a capitale della cultura sia realistica. Però anche lui ammette che è brutta. "Per ora è un non luogo. Una città con le ali tarpate che si guarda l'ombelico. Il problema è che sono gli stessi abitanti a disconoscerla. E il nostro sforzo è farla apprezzare anzitutto da chi ci vive".
Ma ci vuole tempo per assimilare i patrimoni quando non sono visibili. A peggiorare la situazione ci sono i brutti palazzi degli anni Ottanta come nella centralissima via Gramsci, e il fatto che gran parte dei negozi abbiano chiuso. Insomma per molti giovani Carbonia è morta. Le due diciassettenni Sara e Maddalena mi interrompono mentre mi dilungo sulla bellezza interiore della città. "Carbonia fa schifo!" gridano."Non c'è vita, non c'è divertimento, nulla!". Però finisce che il passato ti si appiccica. E tutti quei ragionamenti sul potenziale di Carbonia. O sarà che i carboniensi sono simpatici. O che sei sarda e alla povertà architettonica sei abituata. E per quanto sia scarso il tuo senso di appartenenza quella è pur sempre la tua storia. Non che di colpo vedi bella Carbonia, però ti accorgi di pensare che non sarebbe strano se diventasse capitale, perfino una cosa meritata.
Sul Venerdì del 25 settembre 2020
Davanti a noi la piazza Roma con la Torre Littoria, il teatro e la chiesa neo-romanica di San Ponziano. La piazza è enorme e spoglia, nemmeno una panchina, un albero. Un sole inclemente la inonda di una luce abbacinante, piatta. Chiedo al signor Ignazio cosa gli piaccia di Carbonia: "Le architetture, per esempio questa piazza che ha fatto Benito. E anche la Torre Littoria". Ecco allora che per lui quella piazza razionalista diventa interessante. Come quella torre tozza, dalla cui cima vedi il mare. Simboli del Ventennio in cui fu edificata la città, la cui origine è evidente anche a chi non sappia di urbanistica. Se dunque la bellezza interiore di Carbonia è in quello che raccontano, perfino il resto della città lo puoi considerare non certo bello ma una testimonianza. E se hai abbastanza fantasia puoi addirittura riscattare quel panorama desolante immaginandone la storia.
Gran parte dei sardi sono saltati sulla sedia quando hanno letto di Carbonia, unica città sarda a essersi candidata a capitale della cultura. E però questo centro senza appeal è stato la più importante città di fondazione del fascismo, fondamentale nella storia delle miniere. Nel '35 il Duce decise di dare impulso all'attività estrattiva della zona per coniugare progetti bellici e ambizioni autarchiche, e insieme ai pozzi di carbone fece costruire una città-fabbrica per 20 mila persone, che lui stesso inaugurò nel '38. Le case che vedi ora e il disegno della città sono quelli delle origini: costruzioni a pochi piani, le più eleganti per i funzionari intorno alla piazza, quelle per i minatori più lontano, e ai margini gli alberghi per gli scapoli. Una concezione così gerarchica che alcuni storici parlano di apartheid mentre per altri quell'abitato era solo "squallido".
Non che fossero male le casette: avevano il bagno e un fazzoletto di terra che ha indotto molti a definire Carbonia "città-giardino". Era l'impostazione a essere triste, e quelle strade che portavano alla miniera (Serbariu, si chiamava) senza uno snodo, una distrazione. Ad ogni modo. Il lavoro sicuro e ben pagato anche se pericoloso e massacrante attirò migliaia di persone da tutta Italia che cercavano una via di fuga alla miseria. A fasi alterne la miniera assicurò benessere. Per esempio subito dopo la guerra, nel corso del rilancio poi frenato dall'apertura ai mercati esteri la cui concorrenza ha sbaragliato quel carbone pessimo, pieno di zolfo. Da un milione trecentomila tonnellate nel '40 la produzione crollò a 243 mila nel '43 per poi toccare di nuovo un milione duecentomila tonnellate nel '47. Da lì cominciò il declino e nel '71 la miniera chiuse, dopo essersi barcamenata da un piano all'altro di riconversione abortita.
Oggi, l'assessora Sabrina Sabiu e la sindaca Paola Massidda, giunta cinquestelle, puntano alla cultura come antidoto alla crisi. Perché non solo nel '71 è stata smantellata la miniera, sei anni fa anche il polo dell'alluminio, tra cui l'industria di Alcoa che dava lavoro a molti carboniensi, ha chiuso. Adesso la disoccupazione giovanile è del 44 per cento. E così sindaca e assessora hanno lanciato la candidatura, su richiesta di alcuni cittadini che hanno partecipato insieme ad altri al progetto. Ne è nato un dossier che ha ben disposto il comitato dei Beni culturali e si aggiungeva a iniziative di successo come la Fabbrica del Cinema a cui fa capo un festival. E il Master per il Paesaggio dell'Università di Cagliari.
"Qui non c'è niente, ma soprattutto manca il lavoro", si lamenta Fabiola, 22 anni, barista nella frazione di Bacu Abis. "A mio fratello è toccato trasferirsi a Milano, e anche i miei amici se ne sono andati". Il locale sembra la versione sulcitana di un bar di Hopper, sedie di plastica in un paesaggio desolato. Per la sindaca i giovani non amano Carbonia, a differenza dei loro padri e nonni. "Arrivavano da settanta città diverse e avevano creato una piccola società multietnica, e una mentalità cosmopolita". Ora, cosmopolita è una parola grossa, però è vero che qui sono approdati dalla Val d'Aosta alla Sicilia.
"C'erano la strada dei siciliani, quella dei triestini" racconta Franco Leone, che ha 74 anni e ancora l'accento siciliano di padre e nonno anche se qui a Carbonia ci è nato. Pure a Leone piace l'architettura della sua città, così come piace a Elvira Macrì, neocentenaria vedova di un minatore che in quei pozzi si beccò una polmonite e morì. Quando arrivò a Carbonia dall'Ogliastra dove è nata, nei primi anni Sessanta, Elvira si spaventò. "Nel mio paese erano quasi tutti sardisti, e invece qui ho trovato comunisti arrabbiatissimi e le donne che si picchiavano. Però le case erano belle, con il bagno. Chi ce l'aveva il bagno in Sardegna?". Molte di quelle case adesso sono bicolori, in alcune i colori sono quattro: quando l'intonaco cominciò a sgretolarsi gli abitanti le ridipinsero ma dato che le case erano quadrifamiliari ogni famiglia dipingeva la sua parte. Fino al 2011 ci sono stati abusi, poi il piano urbanistico ha messo un po' d'ordine.
"L'unica persona che conosco a cui piace Carbonia è mia madre" ride l'oristanese Carla Perra: dirige il settore archeologico del sistema museale di Carbonia e non le importa se la città sia bella o brutta perché si trova qui il lavoro che le piace. "C'è una somiglianza tra la città-fabbrica della civiltà nuragico-fenicia che studio e la città-fabbrica di Mussolini", spiega. Si deve anche a lei se nel '98 si è cominciato a scavare per portare alla luce un nuraghe unico. Ed è pure merito suo se si è accertato che la civiltà nuragica aveva continuato a esistere tra l'VIII e il VI secolo a.C., quando si fuse con la Fenicia. Il grande Parco Archeologico di Monte Sirai, di cui fa parte il nuraghe, costituisce una delle attrattive di Carbonia e della zona. Un'altra è il Museo del carbone: un grande spazio evocativo, dentro cui sfilano migliaia di reperti e si aprono le gallerie sotterranee. Tra i più impegnati nel rilancio c'è l'assessore all'Urbanistica Luca Caschili, convinto che Carbonia sia una città unica al mondo e che l'aspirazione a capitale della cultura sia realistica. Però anche lui ammette che è brutta. "Per ora è un non luogo. Una città con le ali tarpate che si guarda l'ombelico. Il problema è che sono gli stessi abitanti a disconoscerla. E il nostro sforzo è farla apprezzare anzitutto da chi ci vive".
Ma ci vuole tempo per assimilare i patrimoni quando non sono visibili. A peggiorare la situazione ci sono i brutti palazzi degli anni Ottanta come nella centralissima via Gramsci, e il fatto che gran parte dei negozi abbiano chiuso. Insomma per molti giovani Carbonia è morta. Le due diciassettenni Sara e Maddalena mi interrompono mentre mi dilungo sulla bellezza interiore della città. "Carbonia fa schifo!" gridano."Non c'è vita, non c'è divertimento, nulla!". Però finisce che il passato ti si appiccica. E tutti quei ragionamenti sul potenziale di Carbonia. O sarà che i carboniensi sono simpatici. O che sei sarda e alla povertà architettonica sei abituata. E per quanto sia scarso il tuo senso di appartenenza quella è pur sempre la tua storia. Non che di colpo vedi bella Carbonia, però ti accorgi di pensare che non sarebbe strano se diventasse capitale, perfino una cosa meritata.
Sul Venerdì del 25 settembre 2020