Paolo Conte e la carezza della malinconia
Vittorio Lingiardi , di VITTORIO LINGIARDIPSYCHO. Riflessioni a margine del film Vieni via con me, dedicato a uno dei più raffinati cantautori italiani (ma non solo). Virtuosamente refrattario alla psicoanalisi, potremmo riassumere questo artista in una parola che agli psicoanalisti è molto cara: immaginario
Sotto il pianoforte, in fondo alla gamba lunghissima, il piede nella scarpa nera tiene il tempo. Le spalle franano, la faccia s’ingrugna in un verso piovoso e poi si distende e si diverte nell’impervietà di una rima. Nelle sale dal 28 al 30 settembre, Via con me è un omaggio a Paolo Conte e al cinema che abita le sue canzoni (Mastroianni diceva che era l’unico a poter prendere il suo posto sul set). Al cinema e al paesaggio, senza il quale la trama della poetica contiana non avrebbe respiro. Composto a partire dall’archivio personale del cantante e accompagnato da dichiarazioni di artisti e amici (ma qualcuna è di troppo),
il film di Giorgio Verdelli ci consegna a Paolo Conte come stato emotivo. Una condizione che tutti conosciamo, credo anche i non novecenteschi: la carezza della malinconia e l’amorosa avventura dei contrasti – esotismo domestico, ironia sensuale.
Oleandri e baobab, vampate africane, intelligenza di elettricis…
il film di Giorgio Verdelli ci consegna a Paolo Conte come stato emotivo. Una condizione che tutti conosciamo, credo anche i non novecenteschi: la carezza della malinconia e l’amorosa avventura dei contrasti – esotismo domestico, ironia sensuale.
Oleandri e baobab, vampate africane, intelligenza di elettricis…
Sotto il pianoforte, in fondo alla gamba lunghissima, il piede nella scarpa nera tiene il tempo. Le spalle franano, la faccia s’ingrugna in un verso piovoso e poi si distende e si diverte nell’impervietà di una rima. Nelle sale dal 28 al 30 settembre, Via con me è un omaggio a Paolo Conte e al cinema che abita le sue canzoni (Mastroianni diceva che era l’unico a poter prendere il suo posto sul set). Al cinema e al paesaggio, senza il quale la trama della poetica contiana non avrebbe respiro. Composto a partire dall’archivio personale del cantante e accompagnato da dichiarazioni di artisti e amici (ma qualcuna è di troppo),
il film di Giorgio Verdelli ci consegna a Paolo Conte come stato emotivo. Una condizione che tutti conosciamo, credo anche i non novecenteschi: la carezza della malinconia e l’amorosa avventura dei contrasti – esotismo domestico, ironia sensuale.
Oleandri e baobab, vampate africane, intelligenza di elettricisti e naturalmente le drogherie di una volta. Irriassumibile
e virtuosamente refrattario alla psicoanalisi, potremmo riassumere Conte in una parola che agli psicoanalisti è molto cara: immaginario. Lui, per colpire i critici francesi, dice «confusion mentale fin de siècle». Dalle gabbie musicali perfette delle sue canzoni escono archetipi come pantere sonnolente, immaginari domestici come il tinello marron, il volto pechinese
della cassiera, lo zio («solo il nipote capisce lo zio»), capaci, sulle note di una milonga, di diventare universali e spingersi «fino ai laghi bianchi del silenzio». Con la sua «eleganza di zebra» e il suo «essere di frontiera», Conte tocca una parola antica, una nota fuori moda e le rianima nel golfo (mistico) della nostra memoria di uomini «venuti a danzare e di nascosto ad amare».
Quanto a me, tutte le volte che ne ho avuto bisogno ha passato una mano «sopra i miei lividi».
Sul Venerdì del 25 settembre 2020
il film di Giorgio Verdelli ci consegna a Paolo Conte come stato emotivo. Una condizione che tutti conosciamo, credo anche i non novecenteschi: la carezza della malinconia e l’amorosa avventura dei contrasti – esotismo domestico, ironia sensuale.
Oleandri e baobab, vampate africane, intelligenza di elettricisti e naturalmente le drogherie di una volta. Irriassumibile
e virtuosamente refrattario alla psicoanalisi, potremmo riassumere Conte in una parola che agli psicoanalisti è molto cara: immaginario. Lui, per colpire i critici francesi, dice «confusion mentale fin de siècle». Dalle gabbie musicali perfette delle sue canzoni escono archetipi come pantere sonnolente, immaginari domestici come il tinello marron, il volto pechinese
della cassiera, lo zio («solo il nipote capisce lo zio»), capaci, sulle note di una milonga, di diventare universali e spingersi «fino ai laghi bianchi del silenzio». Con la sua «eleganza di zebra» e il suo «essere di frontiera», Conte tocca una parola antica, una nota fuori moda e le rianima nel golfo (mistico) della nostra memoria di uomini «venuti a danzare e di nascosto ad amare».
Quanto a me, tutte le volte che ne ho avuto bisogno ha passato una mano «sopra i miei lividi».
Sul Venerdì del 25 settembre 2020