Yuval Noah Harari, superstar della conoscenza
Davide Lerner , di DAVIDE LERNERIncontro con lo storico israeliano (e con il suo marito e agente) mentre esce il graphic novel tratto dal bestseller Sapiens. Lo abbiamo intervistato sul futuro dell'umanità, sul valore della meditazione e sulla sua allergia agli smartphone
TEL AVIV. "Non è un caso che history e story in molte lingue siano la stessa parola: per fare gli storici bisogna essere anche abili narratori di storie" dice il quarantaquattrenne professore dell'Università Ebraica di Gerusalemme Yuval Noah Harari. Lo schivo medievalista israeliano che qualche anno fa ha incantato il mondo riassumendo in un solo libro l'intera storia dell'umanità parla ormai da maestro della divulgazione. "Se sai fare rigorose ricerche scientifiche, ma non sei capace di comunicarle, rischi di rimanere con niente in mano".
Non contento dei quasi 30 milioni di libri venduti in 60 lingue, e degli apprezzamenti di personaggi come Bill Gates e Barack Obama, Harari rimane ossessionato dal bisogno di "raggiungere un pubblico sempre più ampio", come ripete. Ecco allora che tra pochi giorni esce in Italia per Bompiani La nascita dell'umanità, il primo di quattro volumi del graphic novel tratto d…
Non contento dei quasi 30 milioni di libri venduti in 60 lingue, e degli apprezzamenti di personaggi come Bill Gates e Barack Obama, Harari rimane ossessionato dal bisogno di "raggiungere un pubblico sempre più ampio", come ripete. Ecco allora che tra pochi giorni esce in Italia per Bompiani La nascita dell'umanità, il primo di quattro volumi del graphic novel tratto d…
TEL AVIV. "Non è un caso che history e story in molte lingue siano la stessa parola: per fare gli storici bisogna essere anche abili narratori di storie" dice il quarantaquattrenne professore dell'Università Ebraica di Gerusalemme Yuval Noah Harari. Lo schivo medievalista israeliano che qualche anno fa ha incantato il mondo riassumendo in un solo libro l'intera storia dell'umanità parla ormai da maestro della divulgazione. "Se sai fare rigorose ricerche scientifiche, ma non sei capace di comunicarle, rischi di rimanere con niente in mano".
Non contento dei quasi 30 milioni di libri venduti in 60 lingue, e degli apprezzamenti di personaggi come Bill Gates e Barack Obama, Harari rimane ossessionato dal bisogno di "raggiungere un pubblico sempre più ampio", come ripete. Ecco allora che tra pochi giorni esce in Italia per Bompiani La nascita dell'umanità, il primo di quattro volumi del graphic novel tratto da Sapiens. Da animali a dèi. In quella che descrive come "una rielaborazione radicale" del libro che lo ha reso famoso, sviscera i grandi temi a cui prima o poi tutti ci interessiamo. Com'è nata l'umanità? Che cosa ci rende diversi dagli altri animali? Il suo tratto distintivo rimane lo sguardo lungo ma attento di uno storico che tratta i secoli come dettagli, i millenni come periodi brevi. Il lettore prova la vertigine di sentirsi esperto di tutte le questioni umane.
"C'è un pubblico che non legge libri scientifici, neppure i più popolari, che potrebbe però leggere un fumetto" ci dice Harari negli uffici di Sapienship, la società fondata l'anno scorso con Itzik Yahav, suo agente e marito. I locali lussuosi in un grattacielo brutalista che sovrasta il centro commerciale Dizengoff, in pieno centro a Tel Aviv, vantano una vista mozzafiato sulla città e sul suo lungomare. "Non è stato facile per i disegnatori, il belga David Vandermeulen e il francese Daniel Casanave, convincermi ad apparire nel libro come protagonista" racconta. Ricorda come nell'originale "persino la voce fuori campo si manteneva del tutto asettica". Ma alla fine si è calato nel personaggio di un Virgilio dantesco che fa da guida ai lettori. "Da storico, dovrò parlarvi anche di fisica, chimica e biologia" avverte nelle prime pagine del graphic novel.
I suoi studenti universitari di storia militare lo ricordano come un tipo severo e precoce dal punto di vista accademico. C'è chi gli rimprovera di vendersi da tuttologo senza essere uno specialista, ma d'altronde Harari ha davvero poco di convenzionale. Non lo sono le sue lunghe sedute giornaliere di meditazione Vipassana, una pratica buddhista che rafforza concentrazione e pace interiore. Né le nuotate nella sua piscina privata a forma di fagiolo, durante le quali ascolta audiolibri con le cuffiette a conduzione ossea. Da ateo convinto e gay dichiarato, si sente a suo agio a Tel Aviv, ma insegna nella più tradizionalista Gerusalemme. Non beve alcol e osserva una dieta vegana quasi militante, in polemica con l'allevamento intensivo moderno.
La sua Sapienship, che conta 14 dipendenti, si autodefinisce azienda impact perché diffondere il verbo di Harari sarebbe "di impatto sociale benefico". Progetta di riproporre Sapiens anche come libro per bambini, serie tv, e addirittura installazione di realtà virtuale. Per i futuri seminari sono già pronti i gadget con il simbolo ripreso dalla copertina del libro, la lettera "S" impressa a mo' di impronta digitale. Ci sono quadernini, penne e persino felpe.
Harari, che nei suoi libri successivi, Homo deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo era passato a occuparsi di cyborg, biotecnologia e intelligenza artificiale, con il graphic novel torna a parlare di cacciatori-raccoglitori. "La gente dimentica che lungo quasi tutto il corso della storia, noi sapiens non siamo stati l'unica specie di umani sulla Terra. È la nostra attuale esclusività l'eccezione". E aggiunge: "Può esserci stata una violenta campagna di sterminio o semplicemente una serrata competizione. Ma siamo responsabili per la sparizione delle altre specie".
Ecco perché, nel quarto capitolo del graphic novel, i sapiens vengono sottoposti ad un'indagine poliziesca con l'accusa di essere niente di meno che "serial killer intercontinentali". Un'investigazione romanzata ma non per questo meno seria per Harari, che dedica il libro "Agli estinti, ai perduti e ai dimenticati". "Intere specie umane vengono riscoperte solo adesso. Negli ultimi dieci anni è emerso che tra alcune di loro e Homo sapiens c'è stata qualche forma di ibridazione. La Chiesa ritiene che gli umani abbiano un'anima, ma non le scimmie. Ora il Papa dovrebbe esprimersi su quelli tra noi che hanno geni di Neanderthal, e dirci se incontreremo uomini di Neanderthal all'inferno e in paradiso".
Nel fumetto ripropone anche la sua teoria per cui la finzione sarebbe la chiave del successo dei sapiens sulle altre specie. "Smettete di abbattere gli alberi, farete arrabbiare gli spiriti della foresta" dicono due uomini antichi a dei nostri contemporanei. "Capite bene che non possiamo neppure contrariare gli spiriti del mercato" rispondono loro. "Il nostro segreto non è che siamo più intelligenti, ma è che siamo più capaci di cooperare in gruppi estesi grazie al fatto che inventiamo storie e poi ci crediamo" spiega Harari. Ma se da una parte "la fantasia è la base del nostro successo", aggiunge, "dobbiamo ricordarci che crediamo anche a più sciocchezze di qualsiasi altra specie. La storia è la scienza più influente del mondo, ma non perché si impari dagli errori del passato per fare le cose in modo migliore. Le circostanze sono sempre troppo diverse. Piuttosto, ci aiuta a liberarci da identità e ideologie frutto della fantasia di uomini del passato, a evadere dai sogni dei morti. Quando, a 21 anni, ho capito di essere gay e ho fatto coming out, mi sono reso conto di quanto potesse essere dirompente il potere di una storia" continua. "La finzione secondo cui i ragazzi devono innamorarsi solo di ragazze ha distrutto la vita a milioni di persone".
Suo marito Itzik non potrebbe essere più diverso da lui. Spontaneo, socievole e un po' spaccone, patisce la ferrea decisione di Yuval di non intervenire mai su questioni di politica o attualità. "Ogni giorno leggo le notizie, mi infervoro, impreco e gli dico: di' qualcosa, scrivi qualcosa! Ma lui ci tiene a restare ecumenico e discettare solo di massimi sistemi. A volte organizzo qualche cena informale per mettere in contatto attivisti e intellettuali, ma mai più di otto persone: Yuval non sopporta la baraonda, le discussioni superficiali. Ama i documentari noiosi ma ogni tanto guardiamo insieme Netflix. Il cartone Rick and Morty ci ha conquistato".
Itzik viene da una famiglia sefardita poco più che proletaria. Negli anni 70 i suoi genitori appoggiarono la rivolta di Menachem Begin contro l'élite laburista dei fondatori di Israele. Ma lui, che ancora adolescente si trasferì in un kibbutz, oggi non si perde una manifestazione contro il primo ministro Netanyahu. "Sono un sinistroide incallito e arrabbiato" scherza. "Ma Yuval non viene mai in piazza con me, è un pensatore lento e profondo. Prende posizione solo quando comprende a fondo un fenomeno. Mi piacerebbe vederlo in politica".
Vale la pena allora incalzare Harari. Cosa ne pensa della normalizzazione in corso fra Israele e diversi Stati arabi? La pace con Emirati e Bahrein è stata sancita lo scorso 15 settembre alla Casa Bianca: "Con gli Emirati non c'è mai stata la guerra, che senso ha parlare di pace? Il nostro conflitto è con i palestinesi. Ho l'impressione che Israele stia abbandonando la soluzione a due Stati per sposarne una a tre classi nello stesso Stato. Fra il fiume Giordano e il mare vivono ebrei israeliani con pieni diritti, arabo-israeliani con qualche diritto, e palestinesi senza diritti". Ma sarebbe favorevole al ritiro di Israele dai Territori occupati? Harari esita qualche secondo. "Non conosco la soluzione al conflitto" dice.
Itzik ha conosciuto Yuval nel 2002, proprio nel pieno della seconda intifada, su una delle prime app di incontri online. "Fu adorabile, mi venne a prendere a piedi, abitavamo vicinissimi (a Kiryat Ata, anonima cittadina nell'Israele centrale, ndr), ma non ci eravamo mai incontrati". Da allora è il suo partner inseparabile, nonché costante pungolo per la sua carriera. "Nel 2011 lo convinsi a pubblicare la sua serie di lezioni universitarie che poi è divenuta Sapiens. Mi impuntai perché ne facesse un libro commerciale piuttosto che una pubblicazione accademica" racconta. "Sono io quello più ambizioso".
Oggi Harari riceve ogni settimana migliaia di inviti a comparire in pubblico ed è ricercato da leader politici di tutto il mondo. Il suo cachet per un intervento può superare i 300 mila dollari. Prima del coronavirus, lui e suo marito giravano il mondo senza sosta per conferenze, spesso volando con aerei privati. Il principio di "raggiungere il pubblico più ampio possibile" gli è costato una figuraccia lo scorso anno, quando pur di pubblicare in Russia ha accettato le censure dell'editore sulle critiche a Vladimir Putin. Russo d'altronde è il suo personaggio storico preferito: Mikhail Gorbaciov. "Gestire lo smantellamento di un impero come l'Urss senza spargimenti di sangue è stata un'impresa incredibile". Fra gli israeliani sceglie il fondatore dello Stato David Ben Gurion: "Ha fatto cose molto discutibili, ma aveva poche carte da giocarsi e ha ottenuto risultati straordinari".
Con la pandemia il vortice di viaggi si è interrotto, tanto più ora che in Israele è tornato il lockdown. Harari non lascia quasi mai la sua villa con piscina sulle prime colline fra Tel Aviv e Gerusalemme. Dal giardino si vedono le rovine della città cananea di Gezer e tutta la pianura costiera israeliana. "Medito appena sveglio e subito dopo pranzo. Per il resto lavoro e la sera vado a passeggiare nel sito archeologico, mi aiuta a pensare. Una delle preoccupazioni più grandi negli ultimi mesi è stata l'accelerazione di digitalizzazione e automazione. Andava già a rotta di collo nel 2019, ora è totalmente fuori controllo. Senza un pensiero per la privacy e i diritti dei lavoratori. Sarà Zoom il simbolo del 2020, molto più del Covid-19. Quando fra 50 anni ci guarderemo indietro, diremo che questa epidemia è stata il momento in cui gli umani sono stati definitivamente hackerati abbandonando ogni tutela della privacy e del loro spazio fisico".
Harari insiste insomma sulla linea di Homo deus (2015), il suo secondo bestseller. Nella prima parte sosteneva che l'umanità aveva di fatto sconfitto carestie, epidemie e guerre, mentre a incombere sarebbe la minaccia del digitale. Poco importa se alcuni passaggi oggi suonano un po' come profezie errate. "È finita l'epoca in cui osservavamo atterriti l'infuriare delle epidemie sul Pianeta" scriveva. "Ma potremmo arrivare a sentirne la mancanza". A tormentarlo è l'incubo che biotecnologia e infotech possano decifrare i processi biochimici che innescano pensieri ed emozioni. E creare algoritmi sofisticati al punto di "conoscerci meglio di quanto conosciamo noi stessi". Secondo Harari, peraltro ricercatissimo fra i guru dell'hi-tech californiana, "Mark Zuckerberg e gli altri che portano avanti questa rivoluzione sono ingegneri geniali ma stanno riprogettando uomini e società umana senza avere le competenze e l'inclinazione per valutare l'impatto politico, sociale e filosofico di quello che fanno. La storia è spesso il frutto di conseguenze non desiderate". Quanto a lui, si tutela usando un vecchio Nokia con cui fa chiamate "solo in caso di emergenza". Suo marito dice di essere l'unico ad avere il suo numero, a tutti gli altri racconta che Yuval non ha un telefono.
Se è difficile rintracciarlo in tempi normali, è impossibile quando, una volta all'anno, parte per i ritiri di meditazione. Durano fino a 60 giorni ed è obbligatorio l'isolamento totale. "Nel 2016 ho appreso della vittoria di Trump con un mese e mezzo di ritardo. "E della morte del presidente siriano Hafez el-Assad, nel 2000, solo dopo diversi mesi". Ma come funzionano questi ritiri? "La domanda basilare su cui ti concentri è: 'Che cosa è reale?'. Ti focalizzi sulla cosa più semplice, il respiro che entra e esce dalle tue narici. Ed è uno shock enorme quando ti rendi conto di quanto sia difficile. Entro cinque secondi la tua mente inizia a generare ogni tipo di storie, memorie, fantasie, che si frappongono fra te e la realtà. Combattendo questo vortice di fantasie lavori sulla tua forza mentale".
E conclude: "Se non riesco a concentrarmi sul mio respiro per dieci secondi, come posso capire il sistema capitalistico mondiale?".
Sul Venerdì del 2 ottobre 2020
Non contento dei quasi 30 milioni di libri venduti in 60 lingue, e degli apprezzamenti di personaggi come Bill Gates e Barack Obama, Harari rimane ossessionato dal bisogno di "raggiungere un pubblico sempre più ampio", come ripete. Ecco allora che tra pochi giorni esce in Italia per Bompiani La nascita dell'umanità, il primo di quattro volumi del graphic novel tratto da Sapiens. Da animali a dèi. In quella che descrive come "una rielaborazione radicale" del libro che lo ha reso famoso, sviscera i grandi temi a cui prima o poi tutti ci interessiamo. Com'è nata l'umanità? Che cosa ci rende diversi dagli altri animali? Il suo tratto distintivo rimane lo sguardo lungo ma attento di uno storico che tratta i secoli come dettagli, i millenni come periodi brevi. Il lettore prova la vertigine di sentirsi esperto di tutte le questioni umane.
"C'è un pubblico che non legge libri scientifici, neppure i più popolari, che potrebbe però leggere un fumetto" ci dice Harari negli uffici di Sapienship, la società fondata l'anno scorso con Itzik Yahav, suo agente e marito. I locali lussuosi in un grattacielo brutalista che sovrasta il centro commerciale Dizengoff, in pieno centro a Tel Aviv, vantano una vista mozzafiato sulla città e sul suo lungomare. "Non è stato facile per i disegnatori, il belga David Vandermeulen e il francese Daniel Casanave, convincermi ad apparire nel libro come protagonista" racconta. Ricorda come nell'originale "persino la voce fuori campo si manteneva del tutto asettica". Ma alla fine si è calato nel personaggio di un Virgilio dantesco che fa da guida ai lettori. "Da storico, dovrò parlarvi anche di fisica, chimica e biologia" avverte nelle prime pagine del graphic novel.
I suoi studenti universitari di storia militare lo ricordano come un tipo severo e precoce dal punto di vista accademico. C'è chi gli rimprovera di vendersi da tuttologo senza essere uno specialista, ma d'altronde Harari ha davvero poco di convenzionale. Non lo sono le sue lunghe sedute giornaliere di meditazione Vipassana, una pratica buddhista che rafforza concentrazione e pace interiore. Né le nuotate nella sua piscina privata a forma di fagiolo, durante le quali ascolta audiolibri con le cuffiette a conduzione ossea. Da ateo convinto e gay dichiarato, si sente a suo agio a Tel Aviv, ma insegna nella più tradizionalista Gerusalemme. Non beve alcol e osserva una dieta vegana quasi militante, in polemica con l'allevamento intensivo moderno.
La sua Sapienship, che conta 14 dipendenti, si autodefinisce azienda impact perché diffondere il verbo di Harari sarebbe "di impatto sociale benefico". Progetta di riproporre Sapiens anche come libro per bambini, serie tv, e addirittura installazione di realtà virtuale. Per i futuri seminari sono già pronti i gadget con il simbolo ripreso dalla copertina del libro, la lettera "S" impressa a mo' di impronta digitale. Ci sono quadernini, penne e persino felpe.
Harari, che nei suoi libri successivi, Homo deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo era passato a occuparsi di cyborg, biotecnologia e intelligenza artificiale, con il graphic novel torna a parlare di cacciatori-raccoglitori. "La gente dimentica che lungo quasi tutto il corso della storia, noi sapiens non siamo stati l'unica specie di umani sulla Terra. È la nostra attuale esclusività l'eccezione". E aggiunge: "Può esserci stata una violenta campagna di sterminio o semplicemente una serrata competizione. Ma siamo responsabili per la sparizione delle altre specie".
Ecco perché, nel quarto capitolo del graphic novel, i sapiens vengono sottoposti ad un'indagine poliziesca con l'accusa di essere niente di meno che "serial killer intercontinentali". Un'investigazione romanzata ma non per questo meno seria per Harari, che dedica il libro "Agli estinti, ai perduti e ai dimenticati". "Intere specie umane vengono riscoperte solo adesso. Negli ultimi dieci anni è emerso che tra alcune di loro e Homo sapiens c'è stata qualche forma di ibridazione. La Chiesa ritiene che gli umani abbiano un'anima, ma non le scimmie. Ora il Papa dovrebbe esprimersi su quelli tra noi che hanno geni di Neanderthal, e dirci se incontreremo uomini di Neanderthal all'inferno e in paradiso".
Nel fumetto ripropone anche la sua teoria per cui la finzione sarebbe la chiave del successo dei sapiens sulle altre specie. "Smettete di abbattere gli alberi, farete arrabbiare gli spiriti della foresta" dicono due uomini antichi a dei nostri contemporanei. "Capite bene che non possiamo neppure contrariare gli spiriti del mercato" rispondono loro. "Il nostro segreto non è che siamo più intelligenti, ma è che siamo più capaci di cooperare in gruppi estesi grazie al fatto che inventiamo storie e poi ci crediamo" spiega Harari. Ma se da una parte "la fantasia è la base del nostro successo", aggiunge, "dobbiamo ricordarci che crediamo anche a più sciocchezze di qualsiasi altra specie. La storia è la scienza più influente del mondo, ma non perché si impari dagli errori del passato per fare le cose in modo migliore. Le circostanze sono sempre troppo diverse. Piuttosto, ci aiuta a liberarci da identità e ideologie frutto della fantasia di uomini del passato, a evadere dai sogni dei morti. Quando, a 21 anni, ho capito di essere gay e ho fatto coming out, mi sono reso conto di quanto potesse essere dirompente il potere di una storia" continua. "La finzione secondo cui i ragazzi devono innamorarsi solo di ragazze ha distrutto la vita a milioni di persone".
Suo marito Itzik non potrebbe essere più diverso da lui. Spontaneo, socievole e un po' spaccone, patisce la ferrea decisione di Yuval di non intervenire mai su questioni di politica o attualità. "Ogni giorno leggo le notizie, mi infervoro, impreco e gli dico: di' qualcosa, scrivi qualcosa! Ma lui ci tiene a restare ecumenico e discettare solo di massimi sistemi. A volte organizzo qualche cena informale per mettere in contatto attivisti e intellettuali, ma mai più di otto persone: Yuval non sopporta la baraonda, le discussioni superficiali. Ama i documentari noiosi ma ogni tanto guardiamo insieme Netflix. Il cartone Rick and Morty ci ha conquistato".
Itzik viene da una famiglia sefardita poco più che proletaria. Negli anni 70 i suoi genitori appoggiarono la rivolta di Menachem Begin contro l'élite laburista dei fondatori di Israele. Ma lui, che ancora adolescente si trasferì in un kibbutz, oggi non si perde una manifestazione contro il primo ministro Netanyahu. "Sono un sinistroide incallito e arrabbiato" scherza. "Ma Yuval non viene mai in piazza con me, è un pensatore lento e profondo. Prende posizione solo quando comprende a fondo un fenomeno. Mi piacerebbe vederlo in politica".
Vale la pena allora incalzare Harari. Cosa ne pensa della normalizzazione in corso fra Israele e diversi Stati arabi? La pace con Emirati e Bahrein è stata sancita lo scorso 15 settembre alla Casa Bianca: "Con gli Emirati non c'è mai stata la guerra, che senso ha parlare di pace? Il nostro conflitto è con i palestinesi. Ho l'impressione che Israele stia abbandonando la soluzione a due Stati per sposarne una a tre classi nello stesso Stato. Fra il fiume Giordano e il mare vivono ebrei israeliani con pieni diritti, arabo-israeliani con qualche diritto, e palestinesi senza diritti". Ma sarebbe favorevole al ritiro di Israele dai Territori occupati? Harari esita qualche secondo. "Non conosco la soluzione al conflitto" dice.
Itzik ha conosciuto Yuval nel 2002, proprio nel pieno della seconda intifada, su una delle prime app di incontri online. "Fu adorabile, mi venne a prendere a piedi, abitavamo vicinissimi (a Kiryat Ata, anonima cittadina nell'Israele centrale, ndr), ma non ci eravamo mai incontrati". Da allora è il suo partner inseparabile, nonché costante pungolo per la sua carriera. "Nel 2011 lo convinsi a pubblicare la sua serie di lezioni universitarie che poi è divenuta Sapiens. Mi impuntai perché ne facesse un libro commerciale piuttosto che una pubblicazione accademica" racconta. "Sono io quello più ambizioso".
Oggi Harari riceve ogni settimana migliaia di inviti a comparire in pubblico ed è ricercato da leader politici di tutto il mondo. Il suo cachet per un intervento può superare i 300 mila dollari. Prima del coronavirus, lui e suo marito giravano il mondo senza sosta per conferenze, spesso volando con aerei privati. Il principio di "raggiungere il pubblico più ampio possibile" gli è costato una figuraccia lo scorso anno, quando pur di pubblicare in Russia ha accettato le censure dell'editore sulle critiche a Vladimir Putin. Russo d'altronde è il suo personaggio storico preferito: Mikhail Gorbaciov. "Gestire lo smantellamento di un impero come l'Urss senza spargimenti di sangue è stata un'impresa incredibile". Fra gli israeliani sceglie il fondatore dello Stato David Ben Gurion: "Ha fatto cose molto discutibili, ma aveva poche carte da giocarsi e ha ottenuto risultati straordinari".
Con la pandemia il vortice di viaggi si è interrotto, tanto più ora che in Israele è tornato il lockdown. Harari non lascia quasi mai la sua villa con piscina sulle prime colline fra Tel Aviv e Gerusalemme. Dal giardino si vedono le rovine della città cananea di Gezer e tutta la pianura costiera israeliana. "Medito appena sveglio e subito dopo pranzo. Per il resto lavoro e la sera vado a passeggiare nel sito archeologico, mi aiuta a pensare. Una delle preoccupazioni più grandi negli ultimi mesi è stata l'accelerazione di digitalizzazione e automazione. Andava già a rotta di collo nel 2019, ora è totalmente fuori controllo. Senza un pensiero per la privacy e i diritti dei lavoratori. Sarà Zoom il simbolo del 2020, molto più del Covid-19. Quando fra 50 anni ci guarderemo indietro, diremo che questa epidemia è stata il momento in cui gli umani sono stati definitivamente hackerati abbandonando ogni tutela della privacy e del loro spazio fisico".
Harari insiste insomma sulla linea di Homo deus (2015), il suo secondo bestseller. Nella prima parte sosteneva che l'umanità aveva di fatto sconfitto carestie, epidemie e guerre, mentre a incombere sarebbe la minaccia del digitale. Poco importa se alcuni passaggi oggi suonano un po' come profezie errate. "È finita l'epoca in cui osservavamo atterriti l'infuriare delle epidemie sul Pianeta" scriveva. "Ma potremmo arrivare a sentirne la mancanza". A tormentarlo è l'incubo che biotecnologia e infotech possano decifrare i processi biochimici che innescano pensieri ed emozioni. E creare algoritmi sofisticati al punto di "conoscerci meglio di quanto conosciamo noi stessi". Secondo Harari, peraltro ricercatissimo fra i guru dell'hi-tech californiana, "Mark Zuckerberg e gli altri che portano avanti questa rivoluzione sono ingegneri geniali ma stanno riprogettando uomini e società umana senza avere le competenze e l'inclinazione per valutare l'impatto politico, sociale e filosofico di quello che fanno. La storia è spesso il frutto di conseguenze non desiderate". Quanto a lui, si tutela usando un vecchio Nokia con cui fa chiamate "solo in caso di emergenza". Suo marito dice di essere l'unico ad avere il suo numero, a tutti gli altri racconta che Yuval non ha un telefono.
Se è difficile rintracciarlo in tempi normali, è impossibile quando, una volta all'anno, parte per i ritiri di meditazione. Durano fino a 60 giorni ed è obbligatorio l'isolamento totale. "Nel 2016 ho appreso della vittoria di Trump con un mese e mezzo di ritardo. "E della morte del presidente siriano Hafez el-Assad, nel 2000, solo dopo diversi mesi". Ma come funzionano questi ritiri? "La domanda basilare su cui ti concentri è: 'Che cosa è reale?'. Ti focalizzi sulla cosa più semplice, il respiro che entra e esce dalle tue narici. Ed è uno shock enorme quando ti rendi conto di quanto sia difficile. Entro cinque secondi la tua mente inizia a generare ogni tipo di storie, memorie, fantasie, che si frappongono fra te e la realtà. Combattendo questo vortice di fantasie lavori sulla tua forza mentale".
E conclude: "Se non riesco a concentrarmi sul mio respiro per dieci secondi, come posso capire il sistema capitalistico mondiale?".
Sul Venerdì del 2 ottobre 2020