A quasi settant’anni David Attenborough è autore, volto e voce narrante di alcune delle più spettacolari serie sulla natura apparse in tv. Per essere precisi, il genere del documentario naturalistico così come lo conosciamo oggi nasce con lui. Nel 1953, dopo la laurea in Scienze Naturali e due anni di servizio nella Royal Navy, riuscì a convincere la Bbc e lo Zoo di Londra a finanziare un’impresa senza precedenti: filmare un giovane naturalista che girava il mondo in cerca di specie rare. In Occidente nessuno aveva mai visto un drago di Komodo, o un formichiere gigante, e il programma ebbe un successo enorme. Da allora Attenborough non ha più smesso di documentare la vita terrestre per la Bbc.
Oggi, all’età di 94 anni, dopo aver filmato ogni angolo del globo («Tranne il deserto del Gobi: nessun produttore mi manderebbe laggiù, ma mi piacerebbe moltissimo») torna con un documentario che ha l’ispirazione di un testamento spirituale: A Life on Our Planet, una vita sul nostro pianeta (dal 4 ottobre su Netflix), è la sua testimonianza del declino della biodiversità.
Nel 1954, quando partì per la Sierra Leone con una camera da sedici millimetri, nel mondo c’erano due miliardi e mezzo di persone e il 64 per cento della Terra era costituito da natura incontaminata. Oggi quella riserva è il 35 per cento, noi siamo quasi otto miliardi. I primi segnali di crisi arrivano alla fine degli anni Settanta, durante le riprese di Life on Earth (un ritratto del mondo vivente in 39 Paesi del mondo). «Notammo che alcuni animali erano difficili da trovare» racconta Attenborough. I gorilla di montagna si erano ridotti a 300 esemplari in una nicchia dell’Africa centrale. Le balenottere azzurre erano irreperibili. Mentre la popolazione umana sfiorava i quattro miliardi. «Sembravamo ormai svincolati dalle leggi che governano la diffusione e riproduzione degli altri animali . Salvare specie o gruppi di specie non bastava più: interi habitat cominciavano a sparire».
Poi, negli anni Novanta, durante le riprese di Blue Planet, la sua troupe si imbatté in un fenomeno ancora sconosciuto: le barriere coralline stavano sbiancando. Sembrava un affascinante fenomeno cromatico e invece si rivelò una tragedia: i coralli diventavano scheletri. Li stava uccidendo il riscaldamento dell’oceano causato delle emissioni di gas serra e CO2.
«Lo squilibrio di CO2 ha caratterizzato tutte e cinque le estinzioni di massa della Terra» spiega Attenborough. «In quei casi ci volle un milione di anni di attività vulcanica per emettere la quantità di carbonio che innescò la catastrofe. Noi siamo riusciti a fare lo stesso in meno di duecento anni». Entro i prossimi ottanta, la sesta estinzione di massa sarà in pieno svolgimento. «Ma la soluzione c’è, e l’abbiamo sempre avuta davanti agli occhi» dice Attenborough. «Per ridare stabilità al Pianeta dobbiamo ripristinare la sua biodiversità. In un secolo la Terra può tornare un luogo selvaggio. Ma è necessario uno sforzo internazionale. Le Nazioni Unite sono l’unico strumento che abbiamo affinché questo sforzo sia coordinato, condiviso e globale».
È un appello all’opinione pubblica, perché chieda ai governi di agire subito su alcuni punti chiave: trovare una soluzione all’inarrestabile crescita demografica (altrimenti nel 2100 arriveremo a 11 miliardi); sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili (il Marocco, per dire, oggi soddisfa il 40 per cento del fabbisogno energetico grazie a una rete di centrali rinnovabili); ridare vita agli oceani creando delle no fishing zone (vietare la pesca su un terzo delle nostre coste basterebbe a ripopolare il mare); ridurre drasticamente le aree coltivate (i Paesi Bassi hanno imparato a ottenere il massimo da ogni ettaro, aumentando la resa di dieci volte in due generazioni); fermare la deforestazione (in 25 anni, fino a due terzi della CO2 nell’atmosfera sarebbe riassorbita). E poi, vivere il quotidiano in modo sostenibile, e consumare meno carne. «Ma per farlo» dice «serve più dell’intelligenza. Serve saggezza».
Sul Venerdì del 2 ottobre 2020
Oggi, all’età di 94 anni, dopo aver filmato ogni angolo del globo («Tranne il deserto del Gobi: nessun produttore mi manderebbe laggiù, ma mi piacerebbe moltissimo») torna con un documentario che ha l’ispirazione di un testamento spirituale: A Life on Our Planet, una vita sul nostro pianeta (dal 4 ottobre su Netflix), è la sua testimonianza del declino della biodiversità.
Nel 1954, quando partì per la Sierra Leone con una camera da sedici millimetri, nel mondo c’erano due miliardi e mezzo di persone e il 64 per cento della Terra era costituito da natura incontaminata. Oggi quella riserva è il 35 per cento, noi siamo quasi otto miliardi. I primi segnali di crisi arrivano alla fine degli anni Settanta, durante le riprese di Life on Earth (un ritratto del mondo vivente in 39 Paesi del mondo). «Notammo che alcuni animali erano difficili da trovare» racconta Attenborough. I gorilla di montagna si erano ridotti a 300 esemplari in una nicchia dell’Africa centrale. Le balenottere azzurre erano irreperibili. Mentre la popolazione umana sfiorava i quattro miliardi. «Sembravamo ormai svincolati dalle leggi che governano la diffusione e riproduzione degli altri animali . Salvare specie o gruppi di specie non bastava più: interi habitat cominciavano a sparire».
Poi, negli anni Novanta, durante le riprese di Blue Planet, la sua troupe si imbatté in un fenomeno ancora sconosciuto: le barriere coralline stavano sbiancando. Sembrava un affascinante fenomeno cromatico e invece si rivelò una tragedia: i coralli diventavano scheletri. Li stava uccidendo il riscaldamento dell’oceano causato delle emissioni di gas serra e CO2.
«Lo squilibrio di CO2 ha caratterizzato tutte e cinque le estinzioni di massa della Terra» spiega Attenborough. «In quei casi ci volle un milione di anni di attività vulcanica per emettere la quantità di carbonio che innescò la catastrofe. Noi siamo riusciti a fare lo stesso in meno di duecento anni». Entro i prossimi ottanta, la sesta estinzione di massa sarà in pieno svolgimento. «Ma la soluzione c’è, e l’abbiamo sempre avuta davanti agli occhi» dice Attenborough. «Per ridare stabilità al Pianeta dobbiamo ripristinare la sua biodiversità. In un secolo la Terra può tornare un luogo selvaggio. Ma è necessario uno sforzo internazionale. Le Nazioni Unite sono l’unico strumento che abbiamo affinché questo sforzo sia coordinato, condiviso e globale».
È un appello all’opinione pubblica, perché chieda ai governi di agire subito su alcuni punti chiave: trovare una soluzione all’inarrestabile crescita demografica (altrimenti nel 2100 arriveremo a 11 miliardi); sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili (il Marocco, per dire, oggi soddisfa il 40 per cento del fabbisogno energetico grazie a una rete di centrali rinnovabili); ridare vita agli oceani creando delle no fishing zone (vietare la pesca su un terzo delle nostre coste basterebbe a ripopolare il mare); ridurre drasticamente le aree coltivate (i Paesi Bassi hanno imparato a ottenere il massimo da ogni ettaro, aumentando la resa di dieci volte in due generazioni); fermare la deforestazione (in 25 anni, fino a due terzi della CO2 nell’atmosfera sarebbe riassorbita). E poi, vivere il quotidiano in modo sostenibile, e consumare meno carne. «Ma per farlo» dice «serve più dell’intelligenza. Serve saggezza».
Sul Venerdì del 2 ottobre 2020