La bomba atomica colpisce Hiroshima, il 6 agosto 1945, nel graphic novel La bomba
L'ombra lunga della Bomba
Piero Melati
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di PIERO MELATI
Un graphic novel-inchiesta ricostruisce la storia degli ordigni sganciati su Hiroshima e Nagasaki 75 anni fa. E ricorda che dell’incubo atomico non ci siamo mai liberati. Videotrailer
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
Qualsiasi enciclopedia online vi dirà che la parola giapponese hibakusha è costituita da tre ideogrammi: hi ("riceve, subisce"), baku ("esplosione"), sha ("persona"). Potreste anche vedere, se l'avete installato nel vostro programma di scrittura, che i misteriosi ideogrammi non vanno d'accordo con il correttore automatico occidentale. Esattamente come la figura degli hibakusha non va d'accordo con la concezione della memoria storica che abbiamo nella nostra parte del mondo. Per questo i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (questo significa hibakusha) hanno scelto quasi sempre il silenzio, anziché l'esplicita testimonianza. Si sentono rimossi, rifiutano di parlare a chi non ascolta. Il loro esempio di stampo shakesperiano, come ha scritto il premio Nobel per la letteratura Kenzaburo Oe, è stato quello di non suicidarsi, "nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; hanno salvato la d…
Qualsiasi enciclopedia online vi dirà che la parola giapponese hibakusha è costituita da tre ideogrammi: hi ("riceve, subisce"), baku ("esplosione"), sha ("persona"). Potreste anche vedere, se l'avete installato nel vostro programma di scrittura, che i misteriosi ideogrammi non vanno d'accordo con il correttore automatico occidentale. Esattamente come la figura degli hibakusha non va d'accordo con la concezione della memoria storica che abbiamo nella nostra parte del mondo. Per questo i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (questo significa hibakusha) hanno scelto quasi sempre il silenzio, anziché l'esplicita testimonianza. Si sentono rimossi, rifiutano di parlare a chi non ascolta. Il loro esempio di stampo shakesperiano, come ha scritto il premio Nobel per la letteratura Kenzaburo Oe, è stato quello di non suicidarsi, "nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall'umanità".
Conosciamo questa storia. Ma non troppo bene. Ed è questo il punto. Conoscerla male è come non conoscerla. La casa editrice milanese L'Ippocampo, fondata nel 2005, ama evidentemente le partite difficili. Specializzata in libri illustrati di arte, design, fotografia, ha già pubblicato il Mahabharata (la sterminata epopea indiana) in graphic novel. Adesso rinnova la sfida, profittando del successo francese, e propone in Italia La bomba (traduzione di Fabrizio Ascari), definendo il prodotto "l'incredibile storia vera della bomba atomica".
Incredibile ma vera: una grande inchiesta storica e giornalistica in una veste inedita, il fumetto, sull'olocausto nucleare del passato e sul fantasma che non ha mai smesso di proiettarsi sul futuro. Una tragedia greca, densa di nomi (Einstein, Bohr, Fermi, Oppenheimer), circostanze (la caccia all'uranio-238) e fatti (i blitz a Rjukan, in Norvegia, per distruggere le fabbriche naziste di acqua pesante) con protagonisti, personaggi, coro. Una medicina per conoscere ogni dettaglio e non dimenticare. Con un finale sconcertante: la bomba atomica non era necessaria, si poteva evitare e invece è accaduta.
"La bomba": la storia dell'atomica raccontata a fumetti
Vale la pena appuntare le origini del lavoro. La sceneggiatura è di Didier Alcante e Laurent-Frederic Bollée, le illustrazioni di Denis Rodier. Racconta Alcante: "La scintilla di partenza è stata un'ombra: quella che si vede nell'ultima pagina di questo album, quella che è stata fissata il 6 agosto 1945, alle otto e un quarto del mattino, sugli scalini della banca Sumitomo di Hiroshima. L'ho scoperta quando avevo solo undici anni, e penso che mi ossessionerà fino alla fine dei miei giorni".
È l'ombra di una persona. Solo che quella persona non c'è più. È rimasta, appunto, solo la sua ombra, fissata sulla pietra, separata dal corpo. Quella persona rimasta sconosciuta si trovava a circa 250 metri dall'epicentro di un'esplosione pari a 15 mila tonnellate di tritolo, che a una temperatura di quasi tremila gradi centigradi spazzò via all'istante 60 mila persone, in stragrande maggioranza civili (anziani, donne, bambini), lasciando banconote carbonizzate all'interno delle casseforti, oggetti fusi e orologi fermi per sempre all'ora fatidica, le 8.15. Poi la pioggia nera, il fiume che trasporta mucchi di cadaveri, le piaghe sanguinanti, i bambini che perdono i capelli. Altri 200 mila decessi negli anni successivi: sono i non troppo famosi hibakusha.
Una Pompei nucleare. Colpisce scoprire che, come ha scritto Florian Coulmans, docente di cultura nipponica a Duisburg, le prime rappresentazioni grafiche della bomba esposte in Giappone non furono foto o film bensì disegni. È del 1950 il libretto di una coppia di artisti, Toshi e Iri Maruki, ispirato agli schizzi dei superstiti che avevano raffigurato, in quaderni scolastici e in bianco e nero, figure di morti viventi, carni a brandelli, disperata ricerca d'acqua per trovare refrigerio alle ustioni. Sembrerebbe che i nostri autori di oggi siano voluti tornare alle origini. Spiega il disegnatore Denis Rodier, alle spalle una esperienza con la serie di Superman: "Il bianco e nero impedisce all'illustratore di nascondersi dietro ai colori. Le ombre tornano a imporre il loro potere evocativo".
Ombre, sempre ombre. Le cita anche l'altro sceneggiatore, Bollée: "L'ombra, la famosa ombra che ci ha ossessionato, voglio credere che esista anche nel film Hiroshima non amour, diretto da Alain Resnais con la sceneggiatura di Marguerite Duras. All'undicesimo minuto si vede un pezzo di muro che somiglia a quello in cui si è incrostato il doloroso ricordo che è all'origine del nostro lavoro. L'ombra serve senza dubbio da rivelatore delle nostre coscienze".
Proprio come un'ombra, il rimosso della storia ufficiale si insinua per vie traverse e rifiuta ostinatamente di scomparire. Ancora nel 1954, a nove anni dall'esplosione, gli occupanti americani vietavano rilevazioni sanitarie sul luogo del disastro. La documentazione medica, i campioni di sangue e di tessuti, venivano sequestrati. Nel mentre, la storia definiva "inevitabile" l'atomica. Ma intanto lo scrittore Ishiro Honda lanciava nell'universo della cultura pop Godzilla, presto destinato al cinema. In una serie di 40 episodi di indiscusso successo planetario, la storia del mostro nato dagli esperimenti sulla bomba all'idrogeno condotti dagli Stati Uniti nell'atollo di Bikini, insinuò nel mondo un nuovo fantasma: era possibile un'altra bomba di potenza migliaia di volte superiore, denudando così un segreto che si voleva ben custodito nelle menti degli scienziati che, nell'area supersegreta di Los Alamos, avevano lavorato al progetto Manhattan.
Nel 1905 Albert Einstein, con la teoria della relatività, aveva dimostrato che da una piccola quantità di materia si può liberare una enorme quantità di energia. Fu proprio a lui che il fisico atomico ungherese Léo Szilárd si rivolse per lanciare l'allarme: i fisici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann erano riusciti a ottenere la prima fissione atomica. È il 1938: Hitler sta costruendo la bomba, l'America deve cercare di superarlo. Due miliardi di dollari e sette anni dopo sarà lo stesso Szilárd, dopo che la Germania è stata ormai sconfitta, a supplicare il presidente americano Truman a non usare la bomba sul Giappone: anche Dwight Eisenhower, comandante delle forze alleate in Europa, e William Leahy, capo di Stato maggiore, erano contrari.
Nulla da fare. Ancora nel 1995, e poi nel 2003, i resti dell'aereo Enola Gay, che aveva sganciato la bomba su Hiroshima, furono esposti negli Usa. Una delegazione di parenti delle vittime non poté far altro che recarsi a Washington con una petizione di 25 mila firme. Non venne neppure ricevuta. E oggi? Tutto il mondo è contro la bomba. Ma non lo era anche allora? Forse è il caso di saperne di più.