De Gaulle, il papà della Patria
Marco Cicala , dal nostro inviato MARCO CICALAA 50 anni dalla morte siamo stati a casa del Géneral per parlare con chi lo ha conosciuto bene. E capire perché, a destra come a sinistra, oggi i francesi fanno a gara a chi è più gaullista
COLOMBEY-LES-DEUX ÉGLISES (Francia). Quando un francese si sente giù di corda, in crisi di autostima identitaria, non ha che una cosa da fare: concedersi un bel pellegrinaggio rigeneratore nell'Alta Marna. Trecento abitanti, a tre ore scarse in auto da Parigi, il villaggio di Colombey sta al Padre della Patria Charles de Gaulle come San Giovanni Rotondo a Padre Pio. Però Santa Madre Chiesa dovrebbe imparare qualcosa da questo posto. Perché il culto - laico, ma altrettanto miracolistico - dell'Homme providentiel vi è praticato con una discrezione che a confronto certi santuari cattolici sembrano deliranti suk.
A Colombey di davvero smisurato c'è soltanto la croce di Lorena alta quaranta metri piantata sul poggio dove sorge il Mémorial de Gaulle. Seminascosto nel bosco, il museo ripercorre l'epopea del Generale ma è praticamente privo di reliquie. All'uscita, persino la vendita di gadget è striminzita: q…
A Colombey di davvero smisurato c'è soltanto la croce di Lorena alta quaranta metri piantata sul poggio dove sorge il Mémorial de Gaulle. Seminascosto nel bosco, il museo ripercorre l'epopea del Generale ma è praticamente privo di reliquie. All'uscita, persino la vendita di gadget è striminzita: q…
COLOMBEY-LES-DEUX ÉGLISES (Francia). Quando un francese si sente giù di corda, in crisi di autostima identitaria, non ha che una cosa da fare: concedersi un bel pellegrinaggio rigeneratore nell'Alta Marna. Trecento abitanti, a tre ore scarse in auto da Parigi, il villaggio di Colombey sta al Padre della Patria Charles de Gaulle come San Giovanni Rotondo a Padre Pio. Però Santa Madre Chiesa dovrebbe imparare qualcosa da questo posto. Perché il culto - laico, ma altrettanto miracolistico - dell'Homme providentiel vi è praticato con una discrezione che a confronto certi santuari cattolici sembrano deliranti suk.
A Colombey di davvero smisurato c'è soltanto la croce di Lorena alta quaranta metri piantata sul poggio dove sorge il Mémorial de Gaulle. Seminascosto nel bosco, il museo ripercorre l'epopea del Generale ma è praticamente privo di reliquie. All'uscita, persino la vendita di gadget è striminzita: qualche bandierina, cartoline e t-shirt con su stampate le più celebri massime gaulliste (a cominciare dall'inevitabile: "Come si può governare un Paese con 258 varietà di formaggi?"). Identica sobrietà nel borgo: un negozio di souvenir, un ristorante, "À la table du Général" (chiuso per Covid), più alcuni pannelli commemorativi piazzati agli incroci. Tutto qua. La tomba in cui de Gaulle riposa con la moglie Yvonne e la figlia Anne è tra le meno appariscenti del piccolo cimitero senza cancelli annesso alla chiesetta dell'Assunta. Pietra bianca, niente fiori, un tricolore floscio sopra il muretto di recinzione e un gendarme che dalla garitta sorveglia il sepolcro con aria molto poco allarmata in tempi di cancel culture e monumenti vandalizzati.
Della Boisserie, dimora privata del Général dal 1946 fino alla morte, ti lasciano visitare solo il piano terra: camera da pranzo, salone, biblioteca e studio, ma transennato da cordoni. La grossa radio, il vecchio televisore Philips, le zuppiere, le abat-jour, il tavolo con le carte da gioco al quale lui sedeva facendo un solitario quando, la sera del 9 novembre 1970, accusò alla schiena la fitta - rottura dell'aorta - che in meno di mezz'ora l'avrebbe ucciso: nelle antiche stanze tutto rimane immobilizzato in una serena monotonia borghese. Le finestre affacciate su un paesaggio di "tristi orizzonti", "rassegnate montagne", "villaggi tranquilli dei quali i millenni non hanno cambiato l'anima" scriveva il Generale.
Per de Gaulle, il buen retiro di Colombey-les-Deux-Églises fu tante cose assieme: rifugio spirituale, fortilizio allorché si ritirò disgustato dalla politica dei partiti, cabina di regia quando riconquistò il potere. Fu il mantello dentro cui tornava sempre ad avvolgersi affinché a Parigi si notasse di più la sua assenza. Fu la tana di un monarca repubblicano dall'indole sprezzante e introversa, però furbissimo, che con la ritrosia voleva infittire il mistero del proprio carisma. Dalla lettura dei classici aveva appreso che, per elevarsi ad arte, il comando deve scavarsi intorno un fossato tale da renderlo imprendibile, indecifrabile al resto dei mortali.
Idealista pragmatico, de Gaulle dava il meglio di sé nei momenti disperati e riacciuffò per due volte la Nation dall'abisso: prima quello in cui era precipitata con l'invasione hitleriana, poi quello della guerra civile durante la crisi algerina. Per quanto si ritenesse un Messia, le Général non era dotato di virtù profetiche. Ma preconizzò: "Tutti sono gaullisti o lo diventeranno". Da un certo punto di vista ci aveva azzeccato. Perché oggi, a 50 anni dalla morte, non c'è forza politica che in Francia, di riffa o di raffa, non ne rivendichi l'eredità. Dai macroniani ai neo-lepenisti, dagli europeisti ai sovranisti. Divisi nel nome di un uomo per il quale l'unità della Patrie fu un dogma, ormai gareggiano tutti a chi è più gaullista di de Gaulle.
Questa corsa all'accaparramento postumo può far sorridere. Ma i paesani di Colombey ti invitano subito a diffidare degli impostori. Secondo loro, i seguaci del Grand Charles vanno distinti in due sottoinsiemi: da una parte i gaulliens, dall'altra i gaullistes. Se ho ben afferrato la sfumatura teologica, gaulliano è chi - fosse pure per un istante - ha conosciuto il Generale di persona, ci ha parlato, lo ha toccato, convertendosi ipso facto in un apostolo del suo messaggio salvifico. Gaullista è invece il discepolo politico che ha proseguito la missione del leader con più o meno opportunismo, integrità, ortodossia al suo verbo. "Che dirle? Qui non siamo gaullisti, ma gaulliani nell'anima. Non è un fatto di ragione, ma di fede" confessa Gérard Natali accendendosi una sigaretta con smorfia sardonica da eterno toscano alla Yves Montand. I nonni venivano da Carrara: "De Gaulle fece ottenere a mio padre la nazionalità francese". Natali ha settant'anni. Dirige il miglior ristorante-resort del villaggio. Racconta: "C'ero anch'io tra i dodici garçons che cinquant'anni fa furono scelti per portare in spalla il feretro del Generale fuori dalla chiesa". Gli altri chi erano? "Ne campano ancora pochi, ma venga, andiamo a vedere se Robert è in casa".
Classe 1939, Robert Merger era il falegname del paese: "Consegnavamo ai de Gaulle la legna per il camino. Quando arrivò il momento fui io a fabbricare la bara di quercia. La moglie, Madame Yvonne, la voleva nuda, senza imbottiture né fronzoli. Alla fine la convincemmo a foderarla almeno con un po' di carta felpata. De Gaulle era alto un metro e novantatré. Per la cassa calcolai due metri abbondanti". Come Gérard, anche Robert ha avvicinato per la prima volta le Général da chierichetto: "Sotto Pasqua si bussava alle porte chiedendo offerte. Era sempre generoso. Anche lui aveva servito messa da ragazzino".
Il podere della famiglia Consigny, agricoltori, confinava con la proprietà de Gaulle: "Avevano un orto, un pollaio, ma per latte e carne si rifornivano da noi" ricorda il figlio Yves. "Quando la cuoca veniva a chiederci il manzo per il bollito, capivamo che il Generale era di ritorno da Parigi. Detestava la selvaggina. Se gli regalavano lepri o fagiani li faceva distribuire tra la gente del paese". Un gourmet all'antica: "Amava i piatti della tradizione" rammenta da gastronomo Gérard Natali, "Pot au feu, blanquette de veau, trippa... Accompagnati da un bicchiere di vino rosso". Lontano dai pasti, tutt'al più un goccio di Porto.
"Il giorno in cui morì mi aveva ricevuto alla Boisserie nel primo pomeriggio per accordarci su una faccenda di terreni" dice René Piot, altro vicino di casa. "Sembrava in forma. Mentre mi riaccompagnava alla porta, la moglie, che come sempre stava sferruzzando a maglia, lo riprese: 'Ma non abbiamo offerto nemmeno un liquorino a Monsieur Piot?'. De Gaulle si scusò, invitandomi a rientrare. Ringraziai: 'Non si disturbi'. All'infuori della famiglia sono stato l'ultima persona a vederlo vivo". Quando Piot mi mostra una lettera autografa del Generale che custodisce come un Graal, gli domando che cosa resti intatto, a suo parere, della predicazione gaulliana: "Per capirlo basta uno sguardo alla sua tomba spoglia. Da sola riassume tutto l'uomo".
A de Gaulle sono intitolate in Francia 3.600 fra strade, piazze, targhe. Stando a un sondaggio di una decina d'anni fa, tra i suoi compatrioti resta il più amato degli eroi nazionali. Attingo queste informazioni da Une certaine idée de la France, l'ultima, ponderosa e brillantissima biografia del Generale (edizioni Seuil, 2019) firmata dallo storico britannico Julian Jackson, che insegna alla Queen Mary University di Londra. Per telefono, gli chiedo: Patria, grandeur, senso enfatico della Nazione e del destino individuale... Quasi tutte le pietre angolari del pensiero gaulliano ci sembrano oggi reperti da museo, ma allora perché le Général è ancora così popolare? "Per vari motivi. Nella memoria collettiva rappresenta il simbolo di una Francia che con lui visse l'ultima epoca d'oro. Un Paese che, sebbene non fosse più una superpotenza, si imponeva ancora nel mondo con le sue icone: Brigitte Bardot, la Citroën Ds "Squalo", i maîtres à penser tipo Sartre...". Il quale però considerava il Generale una specie di fascista. "Sì, ma nella nostalgia le cose più opposte finiscono per confondersi in unico sentimento di rimpianto. Sul piano politico, de Gaulle incarna invece l'immagine di un leader austero, retto, che per il bene collettivo vola alto, è allergico alle élite e alla politique politicienne. Una figura di statista della quale, a torto o a ragione, oggi si sente la mancanza dai versanti più diversi".
A rinvigorire il revival c'è anche il fatto che, nell'odierno lussureggiare di affarismo e scandali, il Generale è visto come una specie di santo dell'anti-corruzione. Disprezzava il denaro: "Certo. E tenne sempre ossessivamente separato il suo ruolo istituzionale dalla vita privata. Quando si insediò all'Eliseo pagava di tasca propria le bollette dell'elettricità consumata per i bisogni familiari. Ad ogni modo, da qualsiasi parte lo si recuperi, non è il de Gaulle reale, tormentato e contraddittorio, a sopravvivere nell'immaginario, quanto il suo mito. In un certo senso è un fenomeno che non sorprende. Perché, come disse il suo fedelissimo ministro Alain Peyrefitte: 'La verità di de Gaulle risiede nella sua leggenda'".
Con l'unanimismo della nostalgia vintage si dimentica però che, in vita, le Général fu anche oggetto di un odio feroce. "Nel gaullismo si entra come in un ordine religioso" asserivano i devoti. Ma intanto, in un altro pezzo di Francia covavano verso il Grand Charles violente pulsioni di vendetta. Da quando, agosto 1944, marcia trionfante nella Parigi liberata dai nazisti e dai loro complici di Vichy, a quando nei primi anni 60 concede l'indipendenza all'Algeria, gonfiando i rancori dei coloni ultrà, de Gaulle sfugge a una trentina di attentati. Si è detto che nel "Fattore C" lui riconoscesse quasi un segno di approvazione divina. Però l'invulnerabilità ci dice qualcosa sul complicato rapporto del Generale con il proprio corpo. Corpo insieme materiale e mistico. Tanto nella Prima guerra mondiale quanto nella breve frazione della Seconda che riuscì a combattere sul campo, de Gaulle dà ripetute prove di coraggio. Per carattere e formazione religiosa, ha sempre investito tutto sullo spirito relativizzando la carne a poca cosa. Oltretutto, sin da ragazzo non si è mai piaciuto: goffo, lungagnone, all'accademia militare lo sfottevano chiamandolo "l'asparago". Più tardi, un giornalista ne descrisse la legnosa allure come una via di mezzo "tra Pinocchio e un pupo siciliano". Nei rari momenti confidenziali, Charles confessava: "Non ho un aspetto di quelli che piacciono"; e d'altronde "noi gigantoni siamo condannati al disagio: le poltrone sono sempre troppo piccole, i tavoli troppo bassi". Durante l'esilio inglese, tentando di incastrarsi dentro una vasca da bagno la demolì.
Nel frattempo, l'handicap della statura fisica s'andava ribaltando in lui nell'autoconvinzione d'una superiorità morale. Arrogante, dominatore, negli anni 40 l'oscuro generale di brigata Charles de Gaulle si prende per un solitario cavaliere errante chiamato a redimere dalla vergogna una Francia che ai suoi occhi è sempre stata come "una principessa delle fiabe". Con gli appelli alla riscossa lanciati dai microfoni della Bbc, le Général non si limita ad ammonire: occhio, quella dei collaborazionisti di Vichy è una patria posticcia. No, ha l'ardire di proclamare: la vera Francia grande e libera c'est moi. È un matto. Un Don Chisciotte che però, a differenza dell'eroe cervantino, verrà creduto. Senza questo passaggio della follia che - certo, tramite astutissime manovre - diventa realtà, si capisce poco di de Gaulle, del suo ispido genio di autocrate democratico.
Ciclotimico, altalenante tra esaltazione e cupe depressioni, magniloquenza e mutismi, il de Gaulle dell'ultima guerra è un tipo insopportabile. Davanti alle sue spaventose esplosioni di collera gli alleati britannici commentano atterriti: "È un pazzo". Quello che nel '58 torna al potere - richiamato a soccorrerla da una Repubblica che contro l'odiato sistema parlamentare trasformerà presto in monocrazia presidenziale - è invece un uomo un po' diverso. Ha messo su pancia ("Visto che trippa, de Gaulle? È grosso, è grasso..." ghigna velenoso l'infame Céline) e, se non proprio affabilità, mostra più ironia. Tiene i mezzi d'informazione al guinzaglio, ma appena appare in tv sono fuochi d'artificio: "Il suo mito nasce via radio" ricorda il biografo Jackson, "però, a dispetto dell'età, il secondo de Gaulle diventa anche un mattatore televisivo. Un teatrante abilissimo che nelle sue frasi a effetto mescola umorismo, linguaggio letterario, argot dialettale".
Dagli antichi a Bergson, passando per l'adorato Chateaubriand, de Gaulle ha letto tutto. È un intellettuale al potere. Nel suo pantheon personale colloca i grandi scrittori al primo posto. I generali solo quarti dopo pensatori e statisti. Uomo d'ordine con una corda pazza d'artista, dissero di lui che amava più la Francia dei francesi. Forse perché gli assomigliavano troppo. O almeno, assomigliavano a quella parte di sé che ne fece un eterno frondeur, un disobbediente.
Non era mai stato davvero giovane. Per scelta, aveva trascorso gli anni verdi rinchiuso nella mélancolie militaire delle caserme. Sulla scena della Storia spuntò a 50 anni. Sfiorava gli ottanta quando la rivolta del '68 ne suggellò il crepuscolo. In qualche modo, soffiando sul benessere capitalistico dei Sixties, de Gaulle le aveva involontariamente lanciato la volata. Riuscì a controllarla, ma per anagrafe culturale non avrebbe mai potuto capirla. Durante i bagni di folla che accompagnarono le sue innumerevoli "visite pastorali" in ogni angolo della Francia, aveva stretto milioni di mani. Ma non lo videro mai abbracciare nessuno. Nell'entourage politico come in famiglia. Nessuno salvo la piccola Anne, la figlia con sindrome di Down, nata nel '28. Raccontano che solo con la bambina il Generale osasse abbandonarsi su quel terreno minato che era per lui la dimensione dell'affettività, della tenerezza. Giocava con la ragazzina per ore stringendole le mani, mormorandole storie, filastrocche. Il colosso e la frugoletta dagli occhi a mandorla. Quando Anne muore dopo vent'anni di angosce familiari, il padre sentenzia: "È stata un dono di Dio". Quasi lei gli avesse aperto mondi sconosciuti.
"Tutto è grazia" assicurava spirando il povero curato di campagna del romanzo di Bernanos. Cattolico ossequiente, ma tarlato di pessimismo, forse perfino il ruvido Charles sarebbe stato d'accordo.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2020
A Colombey di davvero smisurato c'è soltanto la croce di Lorena alta quaranta metri piantata sul poggio dove sorge il Mémorial de Gaulle. Seminascosto nel bosco, il museo ripercorre l'epopea del Generale ma è praticamente privo di reliquie. All'uscita, persino la vendita di gadget è striminzita: qualche bandierina, cartoline e t-shirt con su stampate le più celebri massime gaulliste (a cominciare dall'inevitabile: "Come si può governare un Paese con 258 varietà di formaggi?"). Identica sobrietà nel borgo: un negozio di souvenir, un ristorante, "À la table du Général" (chiuso per Covid), più alcuni pannelli commemorativi piazzati agli incroci. Tutto qua. La tomba in cui de Gaulle riposa con la moglie Yvonne e la figlia Anne è tra le meno appariscenti del piccolo cimitero senza cancelli annesso alla chiesetta dell'Assunta. Pietra bianca, niente fiori, un tricolore floscio sopra il muretto di recinzione e un gendarme che dalla garitta sorveglia il sepolcro con aria molto poco allarmata in tempi di cancel culture e monumenti vandalizzati.
Della Boisserie, dimora privata del Général dal 1946 fino alla morte, ti lasciano visitare solo il piano terra: camera da pranzo, salone, biblioteca e studio, ma transennato da cordoni. La grossa radio, il vecchio televisore Philips, le zuppiere, le abat-jour, il tavolo con le carte da gioco al quale lui sedeva facendo un solitario quando, la sera del 9 novembre 1970, accusò alla schiena la fitta - rottura dell'aorta - che in meno di mezz'ora l'avrebbe ucciso: nelle antiche stanze tutto rimane immobilizzato in una serena monotonia borghese. Le finestre affacciate su un paesaggio di "tristi orizzonti", "rassegnate montagne", "villaggi tranquilli dei quali i millenni non hanno cambiato l'anima" scriveva il Generale.
Per de Gaulle, il buen retiro di Colombey-les-Deux-Églises fu tante cose assieme: rifugio spirituale, fortilizio allorché si ritirò disgustato dalla politica dei partiti, cabina di regia quando riconquistò il potere. Fu il mantello dentro cui tornava sempre ad avvolgersi affinché a Parigi si notasse di più la sua assenza. Fu la tana di un monarca repubblicano dall'indole sprezzante e introversa, però furbissimo, che con la ritrosia voleva infittire il mistero del proprio carisma. Dalla lettura dei classici aveva appreso che, per elevarsi ad arte, il comando deve scavarsi intorno un fossato tale da renderlo imprendibile, indecifrabile al resto dei mortali.
Idealista pragmatico, de Gaulle dava il meglio di sé nei momenti disperati e riacciuffò per due volte la Nation dall'abisso: prima quello in cui era precipitata con l'invasione hitleriana, poi quello della guerra civile durante la crisi algerina. Per quanto si ritenesse un Messia, le Général non era dotato di virtù profetiche. Ma preconizzò: "Tutti sono gaullisti o lo diventeranno". Da un certo punto di vista ci aveva azzeccato. Perché oggi, a 50 anni dalla morte, non c'è forza politica che in Francia, di riffa o di raffa, non ne rivendichi l'eredità. Dai macroniani ai neo-lepenisti, dagli europeisti ai sovranisti. Divisi nel nome di un uomo per il quale l'unità della Patrie fu un dogma, ormai gareggiano tutti a chi è più gaullista di de Gaulle.
Questa corsa all'accaparramento postumo può far sorridere. Ma i paesani di Colombey ti invitano subito a diffidare degli impostori. Secondo loro, i seguaci del Grand Charles vanno distinti in due sottoinsiemi: da una parte i gaulliens, dall'altra i gaullistes. Se ho ben afferrato la sfumatura teologica, gaulliano è chi - fosse pure per un istante - ha conosciuto il Generale di persona, ci ha parlato, lo ha toccato, convertendosi ipso facto in un apostolo del suo messaggio salvifico. Gaullista è invece il discepolo politico che ha proseguito la missione del leader con più o meno opportunismo, integrità, ortodossia al suo verbo. "Che dirle? Qui non siamo gaullisti, ma gaulliani nell'anima. Non è un fatto di ragione, ma di fede" confessa Gérard Natali accendendosi una sigaretta con smorfia sardonica da eterno toscano alla Yves Montand. I nonni venivano da Carrara: "De Gaulle fece ottenere a mio padre la nazionalità francese". Natali ha settant'anni. Dirige il miglior ristorante-resort del villaggio. Racconta: "C'ero anch'io tra i dodici garçons che cinquant'anni fa furono scelti per portare in spalla il feretro del Generale fuori dalla chiesa". Gli altri chi erano? "Ne campano ancora pochi, ma venga, andiamo a vedere se Robert è in casa".
Classe 1939, Robert Merger era il falegname del paese: "Consegnavamo ai de Gaulle la legna per il camino. Quando arrivò il momento fui io a fabbricare la bara di quercia. La moglie, Madame Yvonne, la voleva nuda, senza imbottiture né fronzoli. Alla fine la convincemmo a foderarla almeno con un po' di carta felpata. De Gaulle era alto un metro e novantatré. Per la cassa calcolai due metri abbondanti". Come Gérard, anche Robert ha avvicinato per la prima volta le Général da chierichetto: "Sotto Pasqua si bussava alle porte chiedendo offerte. Era sempre generoso. Anche lui aveva servito messa da ragazzino".
Il podere della famiglia Consigny, agricoltori, confinava con la proprietà de Gaulle: "Avevano un orto, un pollaio, ma per latte e carne si rifornivano da noi" ricorda il figlio Yves. "Quando la cuoca veniva a chiederci il manzo per il bollito, capivamo che il Generale era di ritorno da Parigi. Detestava la selvaggina. Se gli regalavano lepri o fagiani li faceva distribuire tra la gente del paese". Un gourmet all'antica: "Amava i piatti della tradizione" rammenta da gastronomo Gérard Natali, "Pot au feu, blanquette de veau, trippa... Accompagnati da un bicchiere di vino rosso". Lontano dai pasti, tutt'al più un goccio di Porto.
"Il giorno in cui morì mi aveva ricevuto alla Boisserie nel primo pomeriggio per accordarci su una faccenda di terreni" dice René Piot, altro vicino di casa. "Sembrava in forma. Mentre mi riaccompagnava alla porta, la moglie, che come sempre stava sferruzzando a maglia, lo riprese: 'Ma non abbiamo offerto nemmeno un liquorino a Monsieur Piot?'. De Gaulle si scusò, invitandomi a rientrare. Ringraziai: 'Non si disturbi'. All'infuori della famiglia sono stato l'ultima persona a vederlo vivo". Quando Piot mi mostra una lettera autografa del Generale che custodisce come un Graal, gli domando che cosa resti intatto, a suo parere, della predicazione gaulliana: "Per capirlo basta uno sguardo alla sua tomba spoglia. Da sola riassume tutto l'uomo".
A de Gaulle sono intitolate in Francia 3.600 fra strade, piazze, targhe. Stando a un sondaggio di una decina d'anni fa, tra i suoi compatrioti resta il più amato degli eroi nazionali. Attingo queste informazioni da Une certaine idée de la France, l'ultima, ponderosa e brillantissima biografia del Generale (edizioni Seuil, 2019) firmata dallo storico britannico Julian Jackson, che insegna alla Queen Mary University di Londra. Per telefono, gli chiedo: Patria, grandeur, senso enfatico della Nazione e del destino individuale... Quasi tutte le pietre angolari del pensiero gaulliano ci sembrano oggi reperti da museo, ma allora perché le Général è ancora così popolare? "Per vari motivi. Nella memoria collettiva rappresenta il simbolo di una Francia che con lui visse l'ultima epoca d'oro. Un Paese che, sebbene non fosse più una superpotenza, si imponeva ancora nel mondo con le sue icone: Brigitte Bardot, la Citroën Ds "Squalo", i maîtres à penser tipo Sartre...". Il quale però considerava il Generale una specie di fascista. "Sì, ma nella nostalgia le cose più opposte finiscono per confondersi in unico sentimento di rimpianto. Sul piano politico, de Gaulle incarna invece l'immagine di un leader austero, retto, che per il bene collettivo vola alto, è allergico alle élite e alla politique politicienne. Una figura di statista della quale, a torto o a ragione, oggi si sente la mancanza dai versanti più diversi".
A rinvigorire il revival c'è anche il fatto che, nell'odierno lussureggiare di affarismo e scandali, il Generale è visto come una specie di santo dell'anti-corruzione. Disprezzava il denaro: "Certo. E tenne sempre ossessivamente separato il suo ruolo istituzionale dalla vita privata. Quando si insediò all'Eliseo pagava di tasca propria le bollette dell'elettricità consumata per i bisogni familiari. Ad ogni modo, da qualsiasi parte lo si recuperi, non è il de Gaulle reale, tormentato e contraddittorio, a sopravvivere nell'immaginario, quanto il suo mito. In un certo senso è un fenomeno che non sorprende. Perché, come disse il suo fedelissimo ministro Alain Peyrefitte: 'La verità di de Gaulle risiede nella sua leggenda'".
Con l'unanimismo della nostalgia vintage si dimentica però che, in vita, le Général fu anche oggetto di un odio feroce. "Nel gaullismo si entra come in un ordine religioso" asserivano i devoti. Ma intanto, in un altro pezzo di Francia covavano verso il Grand Charles violente pulsioni di vendetta. Da quando, agosto 1944, marcia trionfante nella Parigi liberata dai nazisti e dai loro complici di Vichy, a quando nei primi anni 60 concede l'indipendenza all'Algeria, gonfiando i rancori dei coloni ultrà, de Gaulle sfugge a una trentina di attentati. Si è detto che nel "Fattore C" lui riconoscesse quasi un segno di approvazione divina. Però l'invulnerabilità ci dice qualcosa sul complicato rapporto del Generale con il proprio corpo. Corpo insieme materiale e mistico. Tanto nella Prima guerra mondiale quanto nella breve frazione della Seconda che riuscì a combattere sul campo, de Gaulle dà ripetute prove di coraggio. Per carattere e formazione religiosa, ha sempre investito tutto sullo spirito relativizzando la carne a poca cosa. Oltretutto, sin da ragazzo non si è mai piaciuto: goffo, lungagnone, all'accademia militare lo sfottevano chiamandolo "l'asparago". Più tardi, un giornalista ne descrisse la legnosa allure come una via di mezzo "tra Pinocchio e un pupo siciliano". Nei rari momenti confidenziali, Charles confessava: "Non ho un aspetto di quelli che piacciono"; e d'altronde "noi gigantoni siamo condannati al disagio: le poltrone sono sempre troppo piccole, i tavoli troppo bassi". Durante l'esilio inglese, tentando di incastrarsi dentro una vasca da bagno la demolì.
Nel frattempo, l'handicap della statura fisica s'andava ribaltando in lui nell'autoconvinzione d'una superiorità morale. Arrogante, dominatore, negli anni 40 l'oscuro generale di brigata Charles de Gaulle si prende per un solitario cavaliere errante chiamato a redimere dalla vergogna una Francia che ai suoi occhi è sempre stata come "una principessa delle fiabe". Con gli appelli alla riscossa lanciati dai microfoni della Bbc, le Général non si limita ad ammonire: occhio, quella dei collaborazionisti di Vichy è una patria posticcia. No, ha l'ardire di proclamare: la vera Francia grande e libera c'est moi. È un matto. Un Don Chisciotte che però, a differenza dell'eroe cervantino, verrà creduto. Senza questo passaggio della follia che - certo, tramite astutissime manovre - diventa realtà, si capisce poco di de Gaulle, del suo ispido genio di autocrate democratico.
Ciclotimico, altalenante tra esaltazione e cupe depressioni, magniloquenza e mutismi, il de Gaulle dell'ultima guerra è un tipo insopportabile. Davanti alle sue spaventose esplosioni di collera gli alleati britannici commentano atterriti: "È un pazzo". Quello che nel '58 torna al potere - richiamato a soccorrerla da una Repubblica che contro l'odiato sistema parlamentare trasformerà presto in monocrazia presidenziale - è invece un uomo un po' diverso. Ha messo su pancia ("Visto che trippa, de Gaulle? È grosso, è grasso..." ghigna velenoso l'infame Céline) e, se non proprio affabilità, mostra più ironia. Tiene i mezzi d'informazione al guinzaglio, ma appena appare in tv sono fuochi d'artificio: "Il suo mito nasce via radio" ricorda il biografo Jackson, "però, a dispetto dell'età, il secondo de Gaulle diventa anche un mattatore televisivo. Un teatrante abilissimo che nelle sue frasi a effetto mescola umorismo, linguaggio letterario, argot dialettale".
Dagli antichi a Bergson, passando per l'adorato Chateaubriand, de Gaulle ha letto tutto. È un intellettuale al potere. Nel suo pantheon personale colloca i grandi scrittori al primo posto. I generali solo quarti dopo pensatori e statisti. Uomo d'ordine con una corda pazza d'artista, dissero di lui che amava più la Francia dei francesi. Forse perché gli assomigliavano troppo. O almeno, assomigliavano a quella parte di sé che ne fece un eterno frondeur, un disobbediente.
Non era mai stato davvero giovane. Per scelta, aveva trascorso gli anni verdi rinchiuso nella mélancolie militaire delle caserme. Sulla scena della Storia spuntò a 50 anni. Sfiorava gli ottanta quando la rivolta del '68 ne suggellò il crepuscolo. In qualche modo, soffiando sul benessere capitalistico dei Sixties, de Gaulle le aveva involontariamente lanciato la volata. Riuscì a controllarla, ma per anagrafe culturale non avrebbe mai potuto capirla. Durante i bagni di folla che accompagnarono le sue innumerevoli "visite pastorali" in ogni angolo della Francia, aveva stretto milioni di mani. Ma non lo videro mai abbracciare nessuno. Nell'entourage politico come in famiglia. Nessuno salvo la piccola Anne, la figlia con sindrome di Down, nata nel '28. Raccontano che solo con la bambina il Generale osasse abbandonarsi su quel terreno minato che era per lui la dimensione dell'affettività, della tenerezza. Giocava con la ragazzina per ore stringendole le mani, mormorandole storie, filastrocche. Il colosso e la frugoletta dagli occhi a mandorla. Quando Anne muore dopo vent'anni di angosce familiari, il padre sentenzia: "È stata un dono di Dio". Quasi lei gli avesse aperto mondi sconosciuti.
"Tutto è grazia" assicurava spirando il povero curato di campagna del romanzo di Bernanos. Cattolico ossequiente, ma tarlato di pessimismo, forse perfino il ruvido Charles sarebbe stato d'accordo.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2020