Macchiaioli, chiamateli pure maestri
di ROSSELLA SLEITERSpeciale Arte La critica li ignorò a lungo. Ma senza di loro non sarebbe nato neanche il Futurismo. A Padova una mostra li celebra
"Cos'era la macchia? Era la solidità dei corpi di fronte alla luce", scriveva Giovanni Fattori, ormai anziano, ricordando gli anni giovanili, quando dipingeva con questa tecnica. E "Macchiaioli" furono un gruppo di giovani artisti nell'Italia che andava nascendo con le guerre d'indipendenza, mazziniani i più, qualcuno garibaldino, che ai loro esordi non piacquero alla critica ufficiale. Furono detti "effettisti", finché nel 1862 sulla Gazzetta del Popolo, giornale nazionale, non uscì la definizione che gli è rimasta attaccata, perdendo ogni sfumatura dispregiativa che aveva all'epoca.
A una ventina di loro è dedicata la mostra I Macchiaioli. Capolavori dell'Italia che risorge a Palazzo Zabarella di Padova, curatori Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca. Circa 120 le opere raccolte e suddivise in 6 sezioni, l'ultima, la più ricca, dedicata alla collezione del livornese A…
A una ventina di loro è dedicata la mostra I Macchiaioli. Capolavori dell'Italia che risorge a Palazzo Zabarella di Padova, curatori Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca. Circa 120 le opere raccolte e suddivise in 6 sezioni, l'ultima, la più ricca, dedicata alla collezione del livornese A…
"Cos'era la macchia? Era la solidità dei corpi di fronte alla luce", scriveva Giovanni Fattori, ormai anziano, ricordando gli anni giovanili, quando dipingeva con questa tecnica. E "Macchiaioli" furono un gruppo di giovani artisti nell'Italia che andava nascendo con le guerre d'indipendenza, mazziniani i più, qualcuno garibaldino, che ai loro esordi non piacquero alla critica ufficiale. Furono detti "effettisti", finché nel 1862 sulla Gazzetta del Popolo, giornale nazionale, non uscì la definizione che gli è rimasta attaccata, perdendo ogni sfumatura dispregiativa che aveva all'epoca.
A una ventina di loro è dedicata la mostra I Macchiaioli. Capolavori dell'Italia che risorge a Palazzo Zabarella di Padova, curatori Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca. Circa 120 le opere raccolte e suddivise in 6 sezioni, l'ultima, la più ricca, dedicata alla collezione del livornese Alvaro Angiolini. Tanti paesaggi, tante scene di vita sottotitolate come le didascalie di un film muto: Ore d'ozio, Ritorno dai campi, Acquaiole livornesi... Un solo Nudo firmato da Vito D'Ancona, dipinto nel 1865, quando l'artista si era trasferito a Parigi diventando amico di Courbet. Durò fino al 1874, poi il richiamo di Firenze e degli amici ebbe la meglio e rientrò.
Come andavano le cose per quel gruppo che rompeva con il passato, quando "il romanticismo s'è dileguato, il vecchio classicismo è spento, solo è rimasta un'influenza pericolosa d'Accademia e di scuola", per citare il Gazzettino delle arti del disegno, ideato, finanziato e diretto da Diego Martelli, mecenate e amico di tutti i Macchiaioli? Maluccio. Qualche premio, molte rincorse per l'Italia per esposizioni, la sopravvivenza garantita a pochi (ancora oggi i più famosi: Fattori, Signorini, Lega), mitigata dalle commissioni di ritratti e dalle acquisizioni dei collezionisti, per lo più toscani, che riconoscevano paesaggi e luci che non avrebbero voluto dimenticare.
Boldini, che all'inizio faceva parte dei Macchiaioli, si trasferì a Parigi dove ebbe il trionfo che tutti sappiamo. Anche lui infatti aveva cominciato con "la macchia", adottata fin dai tempi di Tiziano, per dare risalto ai colori su un fondo scuro. La stampa ebbe a ridire sull'incarnato roseo e splendente delle sue dame. Aveva qualche ragione, ma Boldini si distaccò solo per la vita grama, anche se, col senno di poi, si è riconosciuto che, senza i Macchiaioli, neanche il Futurismo sarebbe nato.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2020
Leggi gli altri servizi dello Speciale Arte
A una ventina di loro è dedicata la mostra I Macchiaioli. Capolavori dell'Italia che risorge a Palazzo Zabarella di Padova, curatori Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca. Circa 120 le opere raccolte e suddivise in 6 sezioni, l'ultima, la più ricca, dedicata alla collezione del livornese Alvaro Angiolini. Tanti paesaggi, tante scene di vita sottotitolate come le didascalie di un film muto: Ore d'ozio, Ritorno dai campi, Acquaiole livornesi... Un solo Nudo firmato da Vito D'Ancona, dipinto nel 1865, quando l'artista si era trasferito a Parigi diventando amico di Courbet. Durò fino al 1874, poi il richiamo di Firenze e degli amici ebbe la meglio e rientrò.
Come andavano le cose per quel gruppo che rompeva con il passato, quando "il romanticismo s'è dileguato, il vecchio classicismo è spento, solo è rimasta un'influenza pericolosa d'Accademia e di scuola", per citare il Gazzettino delle arti del disegno, ideato, finanziato e diretto da Diego Martelli, mecenate e amico di tutti i Macchiaioli? Maluccio. Qualche premio, molte rincorse per l'Italia per esposizioni, la sopravvivenza garantita a pochi (ancora oggi i più famosi: Fattori, Signorini, Lega), mitigata dalle commissioni di ritratti e dalle acquisizioni dei collezionisti, per lo più toscani, che riconoscevano paesaggi e luci che non avrebbero voluto dimenticare.
Boldini, che all'inizio faceva parte dei Macchiaioli, si trasferì a Parigi dove ebbe il trionfo che tutti sappiamo. Anche lui infatti aveva cominciato con "la macchia", adottata fin dai tempi di Tiziano, per dare risalto ai colori su un fondo scuro. La stampa ebbe a ridire sull'incarnato roseo e splendente delle sue dame. Aveva qualche ragione, ma Boldini si distaccò solo per la vita grama, anche se, col senno di poi, si è riconosciuto che, senza i Macchiaioli, neanche il Futurismo sarebbe nato.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2020
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