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Lee Miller con David E. Scherman, Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler, in Prinzregentenplatz 16, Monaco, Germania, 1945 (© Lee Miller Archives, England 2020) 

Professione fotografa. Uno sguardo oltre il genere

Speciale Arte Ironiche, sottili, provocatorie, scandalose: dagli anni delle pioniere alle cronache di oggi, esposti a Forlì gli scatti di grandi donne che hanno raccontato la Storia. Raggiungendo una fama spesso postuma
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Chi ha provato a contarle, recentemente, si è fermata a duemilacinquecento. Sono tante, ma sono poche: il peso delle donne nella storia della fotografia è sicuramente più grande di così. Più che un soffitto di vetro è una zona d'ombra quella che ha impedito a lungo alla fotografia delle donne (dove il genitivo è d'agente: la fotografia prodotta dalle donne, perché quella dove le donne sono state oggetto dello sguardo è fin troppo copiosa e nota) di essere vista, individuata, riconosciuta come tale. Ci hanno pensato solo in anni molto recenti alcune donne collezioniste, studiose, critiche e fotografe, per fortuna. A Mantova ora esiste anche una biennale sul tema. Si aggiunge adesso una grande mostra antologica ai Musei di San Domenico di Forlì (fino al 20 febbraio 2021), Essere Umane: le grandi fotografe raccontano il mondo, che questa volta ha un curatore maschio (sarà un problema?), Walter Guadagnini…
Chi ha provato a contarle, recentemente, si è fermata a duemilacinquecento. Sono tante, ma sono poche: il peso delle donne nella storia della fotografia è sicuramente più grande di così. Più che un soffitto di vetro è una zona d'ombra quella che ha impedito a lungo alla fotografia delle donne (dove il genitivo è d'agente: la fotografia prodotta dalle donne, perché quella dove le donne sono state oggetto dello sguardo è fin troppo copiosa e nota) di essere vista, individuata, riconosciuta come tale. Ci hanno pensato solo in anni molto recenti alcune donne collezioniste, studiose, critiche e fotografe, per fortuna. A Mantova ora esiste anche una biennale sul tema. Si aggiunge adesso una grande mostra antologica ai Musei di San Domenico di Forlì (fino al 20 febbraio 2021), Essere Umane: le grandi fotografe raccontano il mondo, che questa volta ha un curatore maschio (sarà un problema?), Walter Guadagnini. Circa 260 opere degli ultimi cento anni, una trentina di autrici in tre grandi epoche cronologiche.

Quella delle pioniere, dagli anni Trenta ai Cinquanta: Tina Modotti, portabandiera dell'autonomia estetica della fotografia, Gisèle Freund, allieva di Adorno, pioniera del ritratto a colori, le fotoreporter determinate e mal sopportate in un mestiere ritenuto rude e maschile, Margaret Bourke-White, Lee Miller, Eve Arnold, le grandi narratrici come Dorothea Lange e Inge Morath, la disinvolta e sarcastica Ruth Orkin... Poi, l'epoca dell'emersione e della rivendicazione, contemporanea alle battaglie femministe, dai Sessanta agli Ottanta: la scandalosa Diane Arbus (ma anche la sua strepitosa implacabile maestra, Lisette Model), le coraggiose Carla Cerati e Lisetta Carmi, l'avventurosa Susan Meiselas... Infine, l'epoca dei conflitti e della dimensione planetaria, dai Novanta ad oggi: l'africana Zanele Muholi, l'indiana Dayanita Singh, le iraniane come Shadi Gadhirian o Natasha Tavakolian, la cinese Cao Fei, ma anche la nostra Silvia Camporesi...

E tuttavia, proprio scorrere questi nomi dà la sensazione che la categoria di "fotografia delle donne" sia stretta. Quel che ci dice ognuna di quelle autrici, quel che ne possiamo dire, va molto oltre l'identità di genere. Il rischio, quando ci si chiede (ed è inevitabile guardare così una mostra come questa) che cosa abbiano in comune gli sguardi fotografici di tutte le donne che hanno fatto fotografia, è di definire la fotografia delle donne solo come una differenza, uno scarto, una divergenza rispetto a una fotografia che sarebbe stata prepotentemente sostanzialmente maschile.

Che è vero, naturalmente. La barriera di accesso alla professione di fotografo è stata alta come altrove (anche se forse, perfino nell'Ottocento, più permeabile di quanto solitamente immaginiamo). Ma se togliessimo il femminile dal fotografico, è stato detto, non resterebbe in campo una fotografia tutta maschile: non resterebbe proprio nulla. Perché la fotografia è quella che è diventata solo e soltanto perché è stata fatta anche, e molto, dalle donne. Che non sono vissute in una nicchia ecologica di resistenza o di clandestinità, ma molto spesso al centro della vicenda.

E una mostra come questa, alla fine, lo dimostra proprio là dove, quando andiamo alla ricerca di quel che è comune a tutte, incontriamo invece piano piano la curiosità per gli itinerari unici e specifici di ciascuna, il loro singolo e originale rapporto col mondo. Quando Lee Miller si fotografa mentre fa il bagno nella vasca di un Hitler ormai sconfitto, è un gesto beffardo che dobbiamo alla donna oppure alla surrealista? Quando Eve Arnold porta al guru di Harper's, Alexey Brodovitch, come prova finale del corso di fotografia, un servizio di moda realizzato nei peggiori locali di Harlem con le ragazze che li frequentavano, è un gesto femminista oppure una sfida ai cliché? Quando Lisetta Carmi si fa amica dei travestiti genovesi per un libro che rischierà il rogo, è la donna oppure la ribelle che agisce? Forse dovremmo sostituire tutti questi oppure con degli anche. Perché, come sostennero Emanuelle Blanc e Julie Martinovic, autrici di un bel documentario, Objectif femmes, il lavoro delle donne fotografe non serve a capire la fotografia al femminile. Serve a capire la fotografia, punto e basta.

Sul Venerdì del 9 ottobre 2020

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