Berengo Gardin-Pellegrin, ritratto d'autore
Simone Mosca , di SIMONE MOSCASiamo andati a fare gli auguri al grande fotografo (90 anni) assieme al suo più giovane ma altrettanto illustre collega. Chiacchiere e clic in libertà
MILANO. L'ascensore è bloccato, le scale di marmo salgono a elica quattro piani di un elegante palazzo primi Novecento al ciglio del centro che da un lato ha San Vittore dall'altro l'agiato pavé conservatore di zona Vercelli dove si cela casa Santanché. Si apre la porta, ancora una rampa e al termine, dentro una mansarda, la luce tenue di un giorno di pioggia mangia i colori e ammanta ogni cosa di bianco e di nero. Appare una vita di oggetti, libri e fogli distesi a perdita d'occhio tra i tavoli, sulle librerie, accumulati a terra.
Gianni Berengo Gardin accetta in regalo un vassoio di cioccolatini, ne mangia rapido tre, poi si siede su uno sgabello. "Io in guerra non ci sono andato perché ho paura" spiega cercando lo sguardo di Paolo Pellegrin. Che, preso a scegliere l'inquadratura giusta per ritrarre il collega, si ferma e riflette un istante abbassando l'apparecchio. "Anche io ho paura, sempre, ma non posso fare a m…
Gianni Berengo Gardin accetta in regalo un vassoio di cioccolatini, ne mangia rapido tre, poi si siede su uno sgabello. "Io in guerra non ci sono andato perché ho paura" spiega cercando lo sguardo di Paolo Pellegrin. Che, preso a scegliere l'inquadratura giusta per ritrarre il collega, si ferma e riflette un istante abbassando l'apparecchio. "Anche io ho paura, sempre, ma non posso fare a m…
MILANO. L'ascensore è bloccato, le scale di marmo salgono a elica quattro piani di un elegante palazzo primi Novecento al ciglio del centro che da un lato ha San Vittore dall'altro l'agiato pavé conservatore di zona Vercelli dove si cela casa Santanché. Si apre la porta, ancora una rampa e al termine, dentro una mansarda, la luce tenue di un giorno di pioggia mangia i colori e ammanta ogni cosa di bianco e di nero. Appare una vita di oggetti, libri e fogli distesi a perdita d'occhio tra i tavoli, sulle librerie, accumulati a terra.
Gianni Berengo Gardin accetta in regalo un vassoio di cioccolatini, ne mangia rapido tre, poi si siede su uno sgabello. "Io in guerra non ci sono andato perché ho paura" spiega cercando lo sguardo di Paolo Pellegrin. Che, preso a scegliere l'inquadratura giusta per ritrarre il collega, si ferma e riflette un istante abbassando l'apparecchio. "Anche io ho paura, sempre, ma non posso fare a meno di andarci, in guerra. E scusate, ho lasciato io aperte le porte dell'ascensore".
In un uggioso pomeriggio milanese, l'obiettivo avvicina e divide uno dei più grandi fotografi italiani del Dopoguerra e uno dei più famosi reporter Magnum ancora sul campo. Berengo Gardin, che compie 90 anni il 10 ottobre e ha scritto da pioniere la storia a fotogrammi, e Pellegrin, che nato nel '64 si è formato sulle composizioni del collega già famoso per imparare un mestiere che gli è valso undici premi World Press Photo e una retrospettiva al Maxxi. Il Bianco e il Nero.
L'incontro tra apparenti inconciliabili alla vigilia del venerabile anniversario è propiziato dall'uscita per Contrasto di In parole povere, autobiografia con immagini nata dai lunghi racconti che Susanna Berengo Gardin ha ascoltato dal padre ordinandoli in forma di esistenza. Quella di Berengo Gardin dunque iniziò a Santa Margherita Ligure e proseguì con dolcezza a Roma, Venezia, Parigi, Milano. Quella di Pellegrin partì da Roma per poi agitarsi ad esempio nei Balcani, in Cambogia, Iraq, Palestina.
Il set senza pallottole è l'appartamento-studio dove Berengo Gardin vive e lavora dal '75. Si vedono decine di scafi veneziani di legno, gondole, sanpierote e topi solcare il tavolo sotto cui dormiva all'addiaccio Josef Koudelka tra un reportage e l'altro. "Mi ha dato molti buoni consigli". Ci sono scaffali pieni di vhs consumati e grondanti autori francesi, da René Clair all'ultima resistenza della Nouvelle vague, "comprati a Parigi non appena uscivano". Processioni religiose di devoti omini incappucciati saliti a Milano da una bancarella di Brindisi, una vecchia bandiera rossa e consumata del Pci che copre baffuti santini politici e scritte in cirillico. "Ho partecipato a centinaia di manifestazioni, sì, una volta ero comunista, ma dalla parte di Berlinguer, non di Stalin". Dovunque si posi l'occhio, appare il nucleo di una qualche di collezione iniziata e non ancora finita. "Non ho mai avuto buona memoria, così conservo. E fotografo".
Gianni lascia lo sgabello per una sedia più comoda, e inizia. "Dopo Roma, l'adolescenza è Venezia. I miei hanno una vetreria ma la prospettiva di doverci lavorare mi terrorizza. Finisco a fatica la scuola, scopro la fotografia, ma mio padre è chiaro: 'Sei libero, ma te la cavi da solo'. Mi applico e trovo sui libri, da autodidatta come sempre, maestri. W. Eugene Smith su Life, Robert Capa, Cartier-Bresson, Doisneau, con cui litigai a Parigi, dove ero andato a lavorare in albergo la mattina per scattare il resto del giorno. A Parigi c'era anche Sartre. Lo portavo a vedere film di cowboys. E lui usciva dalla sala felice come un bambino, libero di essere dégagé".
Tocca a Paolo, che quando ricorda cerca ispirazione in alto e si riposa sullo sgabello. "Sono figlio di due architetti, e ad architettura mi iscrivo, ma duro solo tre anni. Per cercarmi ho dovuto vagare a lungo, e poi un giorno mi iscrivo a una scuola di fotografia. Ho avuto come un'epifania: ecco la mia strada, la mia voce. E studio, studio ancora, e mi esercito, ispirato anche da Scianna e da Berengo Gardin. La cui famosa foto del vaporetto, 1960, è secondo me tra le migliori cinque immagini di ogni tempo". Gianni sorride. "La cosa che ti invidio è come sei riuscito a trasgredire le regole fondamentali di composizione costruendo bellezza".
Paolo stavolta non guarda in alto. "All'inizio lavoravo molto sulla forma, i campi, le linee, le diagonali. Crescendo ho imparato a togliere, a lavorare sugli scatti come fossero sculture". Arriva Susanna a togliere i cioccolatini, Gianni annuisce e poi pensa ai fratelli Bianchi, al delitto di Colleferro. "Il fascismo è radicato in Italia, si tramanda, percorre il paese. Una volta percorreva anche me che bambino a Roma sono stato balilla. L'unica volta che ho studiato nella vita è stato quando promisero che il migliore della classe avrebbe potuto fare un'ora di guardia a Palazzo Venezia. Vinsi. Ci ho messo anni a liberarmi dal fascismo e fu fondamentale vedere la fine che fecero i nostri soldati in Russia. Poi, certo, per non essere fascisti serve ironia".
Paolo ormai vive a Ginevra, Colleferro è lontana dal mondo che documenta. "Non posso fare a meno di pensare, a ogni ritorno, che l'Italia conserva un'eccezionale disposizione alla vita e alla bellezza, e che episodi del genere non abbiano la forza di scalfire una vocazione più radicata del fascismo". Un'Italia che in fondo è quella evocata dall'infanzia guascona delle calli anni '60, dalla malizia inquadrata dentro insospettabili finestre, da quelle commedie lunghe un clic incorniciate da Berengo Gardin. Film istantanei.
"Il racconto sintetizzato in uno scatto non è un'arte neorealista. Ho imparato molto dal cinema francese come da Hemingway, Dos Passos, Faulkner. Dino Risi? Forse. Ma una specie di illuminazione visiva l'ho avuta con Fellini. Per me La dolce vita, 8 e 1/2 e I vitelloni hanno rappresentato una svolta poetica".
Pellegrin si prende un momento. "Credo sia complesso circoscrivere le influenze che contribuiscono a muovere il fotografo. In me ci sono Tarkovskij così come Terminator 2. E poi Kubrick, Bergman, Apocalypse Now. Il fatto è che quando scattiamo lo facciamo in ragione di quel che siamo, tutti interi. Nella scelta del tempo e dell'istante entra in gioco l'uomo nel suo complesso, non un frammento culturale". E ci sono anche le ragioni del fotografo. "Nella guerra c'è la storia e soprattuto c'è l'umanità. È quello che cerco, come testimone. A volte, di rado, come persona. Ma non sempre gli scatti suscitano la reazione politica che vorrei. Le foto si realizzano pienamente solo con un secondo sguardo. Quello del pubblico".
Gianni guarda in alto. "Ho sempre avuto fortuna nella vita. Negli scatti che trovavo accanto a casa, nel lavoro che spesso mi ha cercato, nei libri che ho dovuto ideare perché il giornalismo mi ha sempre considerato troppo 'alto'. L'impegno nella mia attività è entrato con il lavoro sui manicomi per Basaglia, con quello sulle grandi navi che sfregiano Venezia. E in fondo la Magnum è stata a un certo punto un'opzione. Ma le regole, la paura non solo della guerra ma di colleghi tanto ingombranti, la mancanza di memoria per cui non ho mai imparato l'inglese, mi hanno convinto a rimanere sciolto, con tutti gli oneri del caso. Ti faccio una domanda, Paolo. Sei contento di essere entrato alla Magnum?".
Paolo ride. "Mio padre non voleva, la paragonava a una setta. Posso dire di non essere pentito. Però, caro Gianni, guarda che la Magnum non ti paga gli aerei". Gianni ride. La luce si fa sonnolenta, grigia, e ripensando al grigio dei mesi di lockdown Berengo Gardin e Pellegrin scoprono di essersi somigliati qualche mese. "Io a Camogli ho fotografato in giardino i 25 alberi che ho piantato, che non saranno i diecimila di Salgado, ma ho scoperto in un recinto qualcosa di nuovo" dice Gianni. "Io ho interrotto il lavoro, non sono andato a documentare nulla, sono stato con mia moglie e le mie due figlie, ho fotografato loro, e mi è sembrata una prima volta" dice Paolo.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2020
Gianni Berengo Gardin accetta in regalo un vassoio di cioccolatini, ne mangia rapido tre, poi si siede su uno sgabello. "Io in guerra non ci sono andato perché ho paura" spiega cercando lo sguardo di Paolo Pellegrin. Che, preso a scegliere l'inquadratura giusta per ritrarre il collega, si ferma e riflette un istante abbassando l'apparecchio. "Anche io ho paura, sempre, ma non posso fare a meno di andarci, in guerra. E scusate, ho lasciato io aperte le porte dell'ascensore".
In un uggioso pomeriggio milanese, l'obiettivo avvicina e divide uno dei più grandi fotografi italiani del Dopoguerra e uno dei più famosi reporter Magnum ancora sul campo. Berengo Gardin, che compie 90 anni il 10 ottobre e ha scritto da pioniere la storia a fotogrammi, e Pellegrin, che nato nel '64 si è formato sulle composizioni del collega già famoso per imparare un mestiere che gli è valso undici premi World Press Photo e una retrospettiva al Maxxi. Il Bianco e il Nero.
L'incontro tra apparenti inconciliabili alla vigilia del venerabile anniversario è propiziato dall'uscita per Contrasto di In parole povere, autobiografia con immagini nata dai lunghi racconti che Susanna Berengo Gardin ha ascoltato dal padre ordinandoli in forma di esistenza. Quella di Berengo Gardin dunque iniziò a Santa Margherita Ligure e proseguì con dolcezza a Roma, Venezia, Parigi, Milano. Quella di Pellegrin partì da Roma per poi agitarsi ad esempio nei Balcani, in Cambogia, Iraq, Palestina.
Il set senza pallottole è l'appartamento-studio dove Berengo Gardin vive e lavora dal '75. Si vedono decine di scafi veneziani di legno, gondole, sanpierote e topi solcare il tavolo sotto cui dormiva all'addiaccio Josef Koudelka tra un reportage e l'altro. "Mi ha dato molti buoni consigli". Ci sono scaffali pieni di vhs consumati e grondanti autori francesi, da René Clair all'ultima resistenza della Nouvelle vague, "comprati a Parigi non appena uscivano". Processioni religiose di devoti omini incappucciati saliti a Milano da una bancarella di Brindisi, una vecchia bandiera rossa e consumata del Pci che copre baffuti santini politici e scritte in cirillico. "Ho partecipato a centinaia di manifestazioni, sì, una volta ero comunista, ma dalla parte di Berlinguer, non di Stalin". Dovunque si posi l'occhio, appare il nucleo di una qualche di collezione iniziata e non ancora finita. "Non ho mai avuto buona memoria, così conservo. E fotografo".
Gianni lascia lo sgabello per una sedia più comoda, e inizia. "Dopo Roma, l'adolescenza è Venezia. I miei hanno una vetreria ma la prospettiva di doverci lavorare mi terrorizza. Finisco a fatica la scuola, scopro la fotografia, ma mio padre è chiaro: 'Sei libero, ma te la cavi da solo'. Mi applico e trovo sui libri, da autodidatta come sempre, maestri. W. Eugene Smith su Life, Robert Capa, Cartier-Bresson, Doisneau, con cui litigai a Parigi, dove ero andato a lavorare in albergo la mattina per scattare il resto del giorno. A Parigi c'era anche Sartre. Lo portavo a vedere film di cowboys. E lui usciva dalla sala felice come un bambino, libero di essere dégagé".
Tocca a Paolo, che quando ricorda cerca ispirazione in alto e si riposa sullo sgabello. "Sono figlio di due architetti, e ad architettura mi iscrivo, ma duro solo tre anni. Per cercarmi ho dovuto vagare a lungo, e poi un giorno mi iscrivo a una scuola di fotografia. Ho avuto come un'epifania: ecco la mia strada, la mia voce. E studio, studio ancora, e mi esercito, ispirato anche da Scianna e da Berengo Gardin. La cui famosa foto del vaporetto, 1960, è secondo me tra le migliori cinque immagini di ogni tempo". Gianni sorride. "La cosa che ti invidio è come sei riuscito a trasgredire le regole fondamentali di composizione costruendo bellezza".
Paolo stavolta non guarda in alto. "All'inizio lavoravo molto sulla forma, i campi, le linee, le diagonali. Crescendo ho imparato a togliere, a lavorare sugli scatti come fossero sculture". Arriva Susanna a togliere i cioccolatini, Gianni annuisce e poi pensa ai fratelli Bianchi, al delitto di Colleferro. "Il fascismo è radicato in Italia, si tramanda, percorre il paese. Una volta percorreva anche me che bambino a Roma sono stato balilla. L'unica volta che ho studiato nella vita è stato quando promisero che il migliore della classe avrebbe potuto fare un'ora di guardia a Palazzo Venezia. Vinsi. Ci ho messo anni a liberarmi dal fascismo e fu fondamentale vedere la fine che fecero i nostri soldati in Russia. Poi, certo, per non essere fascisti serve ironia".
Paolo ormai vive a Ginevra, Colleferro è lontana dal mondo che documenta. "Non posso fare a meno di pensare, a ogni ritorno, che l'Italia conserva un'eccezionale disposizione alla vita e alla bellezza, e che episodi del genere non abbiano la forza di scalfire una vocazione più radicata del fascismo". Un'Italia che in fondo è quella evocata dall'infanzia guascona delle calli anni '60, dalla malizia inquadrata dentro insospettabili finestre, da quelle commedie lunghe un clic incorniciate da Berengo Gardin. Film istantanei.
"Il racconto sintetizzato in uno scatto non è un'arte neorealista. Ho imparato molto dal cinema francese come da Hemingway, Dos Passos, Faulkner. Dino Risi? Forse. Ma una specie di illuminazione visiva l'ho avuta con Fellini. Per me La dolce vita, 8 e 1/2 e I vitelloni hanno rappresentato una svolta poetica".
Pellegrin si prende un momento. "Credo sia complesso circoscrivere le influenze che contribuiscono a muovere il fotografo. In me ci sono Tarkovskij così come Terminator 2. E poi Kubrick, Bergman, Apocalypse Now. Il fatto è che quando scattiamo lo facciamo in ragione di quel che siamo, tutti interi. Nella scelta del tempo e dell'istante entra in gioco l'uomo nel suo complesso, non un frammento culturale". E ci sono anche le ragioni del fotografo. "Nella guerra c'è la storia e soprattuto c'è l'umanità. È quello che cerco, come testimone. A volte, di rado, come persona. Ma non sempre gli scatti suscitano la reazione politica che vorrei. Le foto si realizzano pienamente solo con un secondo sguardo. Quello del pubblico".
Gianni guarda in alto. "Ho sempre avuto fortuna nella vita. Negli scatti che trovavo accanto a casa, nel lavoro che spesso mi ha cercato, nei libri che ho dovuto ideare perché il giornalismo mi ha sempre considerato troppo 'alto'. L'impegno nella mia attività è entrato con il lavoro sui manicomi per Basaglia, con quello sulle grandi navi che sfregiano Venezia. E in fondo la Magnum è stata a un certo punto un'opzione. Ma le regole, la paura non solo della guerra ma di colleghi tanto ingombranti, la mancanza di memoria per cui non ho mai imparato l'inglese, mi hanno convinto a rimanere sciolto, con tutti gli oneri del caso. Ti faccio una domanda, Paolo. Sei contento di essere entrato alla Magnum?".
Paolo ride. "Mio padre non voleva, la paragonava a una setta. Posso dire di non essere pentito. Però, caro Gianni, guarda che la Magnum non ti paga gli aerei". Gianni ride. La luce si fa sonnolenta, grigia, e ripensando al grigio dei mesi di lockdown Berengo Gardin e Pellegrin scoprono di essersi somigliati qualche mese. "Io a Camogli ho fotografato in giardino i 25 alberi che ho piantato, che non saranno i diecimila di Salgado, ma ho scoperto in un recinto qualcosa di nuovo" dice Gianni. "Io ho interrotto il lavoro, non sono andato a documentare nulla, sono stato con mia moglie e le mie due figlie, ho fotografato loro, e mi è sembrata una prima volta" dice Paolo.
Sul Venerdì del 9 ottobre 2020