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Nicola Lagioia è nato a Bari nel 1973. Nel 2015 ha vinto il premio Strega con La ferocia (Chiara Pasqualini) 

Feroci a loro insaputa

Una vittima sacrificale. Due assassini che non capiscono cosa hanno fatto. Nicola Lagioia racconta il suo nuovo romanzo. Nato da un'ossessione. E da un reportage per Il Venerdì
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ROMA. Dall'ampio schermo del computer arrivano le voci degli assassini, sempre molto sorvegliate, non una tonalità fuori registro, forse una leggera inflessione strascicata della Roma benestante, sicura di sé e mai troppo di fretta. Sono le deposizioni rese immediatamente dopo l'uccisione di Luca Varani, la vittima sacrificale d'una tragedia senza senso. Dietro la scrivania della sua casa a Porta Maggiore, Nicola Lagioia sposta velocissimo il mouse, zigzagando tra perizie psichiatriche, analisi mediche, testimonianze, udienze, autopsie, foto, disegni, lettere scritte a stampatello. Non fa a tempo ad aprire un file che passa al successivo, come se in pochi secondi ti volesse consegnare un'ossessione lunga quattro anni. La città dei vivi, il suo nuovo libro, è il racconto di questa discesa agli inferi. Non un romanzo di finzione né solo reportage, è la storia di un delitto senza castigo, dove la malvagità nasce dall'im…
ROMA. Dall'ampio schermo del computer arrivano le voci degli assassini, sempre molto sorvegliate, non una tonalità fuori registro, forse una leggera inflessione strascicata della Roma benestante, sicura di sé e mai troppo di fretta. Sono le deposizioni rese immediatamente dopo l'uccisione di Luca Varani, la vittima sacrificale d'una tragedia senza senso. Dietro la scrivania della sua casa a Porta Maggiore, Nicola Lagioia sposta velocissimo il mouse, zigzagando tra perizie psichiatriche, analisi mediche, testimonianze, udienze, autopsie, foto, disegni, lettere scritte a stampatello. Non fa a tempo ad aprire un file che passa al successivo, come se in pochi secondi ti volesse consegnare un'ossessione lunga quattro anni. La città dei vivi, il suo nuovo libro, è il racconto di questa discesa agli inferi. Non un romanzo di finzione né solo reportage, è la storia di un delitto senza castigo, dove la malvagità nasce dall'impotenza e quindi anche la colpa galleggia nel vuoto. Una fotografia di come siamo diventati, di una Roma divoratrice di anime, di una società che invoca il diavolo di fronte a ciò che non sa spiegare.

Truman Capote, il capostipite del romanzo verità, fu colpito da un trafiletto del New York Times sulla strage della famiglia Clutter, poi raccontata in A sangue freddo. Nel suo caso da dove partiamo?
"Da una domenica pomeriggio, davanti alla tv. Era il 6 marzo del 2016, l'anno prima avevo vinto lo Strega con un romanzo intitolato La ferocia. Incalzato dagli editori, stavo lavorando a un nuovo libro, quando sentii  la notizia d'un ragazzo torturato e poi ucciso da due coetanei apparentemente normalissimi, Manuel Foffo e Marco Prato. Mi rabbuiai improvvisamente".

Perché?
"Avvertii istintivamente che io facevo parte di quel gruppo, non so se nella veste del carnefice o della vittima. Comunque quella storia mi apparteneva. In fondo io mi sento un salvato rispetto a un'adolescenza turbolenta, anni in cui sei dentro la linea d'ombra e tutto è possibile, anche ammazzare qualcuno che passa sotto la tua finestra mentre ubriaco lanci bottiglie vuote. Poi ne sono uscito grazie alla disciplina, agli amici e alla letteratura: i libri ti consentono di trovare le parole per qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto informe e avrebbe finito per soggiogarmi. Ma non mi è mai venuta meno una sorta di struggimento per quella che è l'età della confusione, sentimento che mi è esploso davanti al delitto del Collatino. Poi accadde una coincidenza allucinante".

La telefonata del giornale.
"Cristina Guarinelli, caporedattrice del Venerdì, mi chiese un reportage proprio sull'omicidio che mi ossessionava. Io però mi sottrassi con la scusa che avevo altro da fare. 'Sei scemo?', mi rimproverò Chiara, mia moglie. 'Non fai che parlarne e ora dici no? Richiamai Cristina e poi per settimane ho perseguitato Attilio Giordano, allora direttore del Venerdì: ero entrato in fissa e non riuscivo a liberarmi da quella storia".

Da qui la decisione di andare avanti in una personalissima inchiesta.
"Per due anni ho viaggiato su una strada emotiva che mi portava a fare cose contrarie alla mia indole sostanzialmente timida. Fermavo le persone per strada. Raggiungevo telefonicamente chiunque. Inseguivo ogni personaggio che potesse far luce sulla vicenda. A un certo punto la mia determinazione ha fatto breccia anche nel comando dei Carabinieri, che mi ha autorizzato formalmente a partecipare alla ricerca".

Il comandante Donnarumma, incaricato delle indagini, è arrivato a evocare il diavolo, come se il male si fosse impossessato di quei ragazzi.
"È un'idea compassionevole dell'uomo per la quale anche il Raskolnikov di Delitto e castigo non è il male, ma una creatura debole che cede al maligno. Quando sono entrato nell'appartamento di via Igino Giordani, la casa dell'assassinio, anche io ho sentito qualcosa di molto forte. Naturalmente non era un elemento metafisico, ma il frutto della tensione di un intero condominio terrorizzato dal delitto. La scommessa, da narratore, è stato proprio riuscire a rappresentare l'impalpabile".

Il racconto comincia con le figure del male, la vittima resta sullo sfondo. Perché questa scelta nel montaggio?
"Sono le carte giudiziarie a offrirti la prima scena dopo il delitto, una sequenza talmente potente e straniante dal punto di vista narrativo che non potevo non utilizzarla. Manuel dorme a casa sua con il cadavere insanguinato di Luca accanto: della sua vittima non sa niente, neppure come si chiama. L'indomani esce di casa e si aggiunge alla mesta carovana famigliare diretta ai funerali dello zio. Quale scrittore si sarebbe potuto inventare una scena del genere? Solo la realtà si può permettere il lusso di essere inverosimile".

È un delitto che nasce dal nulla, dal vuoto colmato solo da vodka e cocaina. I due assassini sono persone irrisolte, anche confuse sessualmente. Manuel Foffo si sente la pecora nera della famiglia. Marco Prato domina la scena gay romana, ma la maschera sociale nasconde abissi di fragilità.
"La loro efferatezza è un'esplosione d'impotenza, più che il delirio di onnipotenza. La scintilla infernale scaturisce dal loro incontro, in una reciprocità di frustrazione e fallimento che fa crescere la febbre emotiva di entrambi. Molti hanno associato questo omicidio a quello del Circeo. Ma sono delitti completamente diversi. Angelo Izzo era dotato di una personalità forte e determinata, mentre Manuel e Marco sono apprendisti stregoni: questo non toglie nulla alla loro colpa, ma si trovano a mettere in atto una cosa che non riescono a fermare".

Sono irrisolti al punto da chiedere al magistrato di dare un senso a quello che avevano appena fatto. Come se agisse sopra di loro una misteriosa regia di cui non sono responsabili.
"E infatti la premeditazione non è stata riconosciuta, con grande dolore del papà di Luca. È come se avessero progettato insieme qualcosa di molto pericoloso, di cui però si rendono conto solo nel momento in cui lo realizzano, quando cominciano a colpire Luca con ferocia. E sono i primi a restarne sorpresi".

Ma questo vuoto finisce per inghiottire anche il senso di colpa, e quindi la nozione di responsabilità.
"Questo è il punto centrale. Non si riconoscono la colpa non perché disumani o cinici, ma perché non ne sono capaci. Non hanno gli strumenti per elaborare che cosa sia il libero arbitrio, la scelta e quindi la responsabilità. Un mutamento antropologico che rischia di segnare un'epoca di assassini a loro insaputa".

Lei scrive che i protagonisti non sono all'altezza della tragedia che vivono.
"Ma questo vale per tutti noi. Non accettiamo più che ci accada qualcosa di irreparabile: viviamo come in un eterno videogioco dove tutto è reversibile, lasci un avatar e ne prendi un altro. Lo stesso accade con la colpa. Nel mondo dei social l'ammissione di debolezza viene punita con il massacro ed è la ragione per la quale smettiamo di essere umani, e quindi contraddittori, per diventare personaggi inscalfibili. In questo senso credo nella letteratura come antidoto perché rimette in campo fragilità e debolezze che nel discorso pubblico non sono più ammesse". 
 
In questa tragedia del vuoto e dell'impotenza il più risolto è Luca, la vittima. Un ragazzo di periferia che non godeva dei privilegi sociali dei suoi carnefici.
"Luca ha un candore di fondo che è anche la sua rovina. Quando Manuel lo vede entrare in casa, ne coglie istintivamente l'innocenza mite che lo autorizza al gesto di sopraffazione. Nella sua semplicità - e anche nella fragilità che lo induce a procurarsi soldi in modi disordinati - Luca è il personaggio più definito: il suo sogno è comprare una macchina usata e andare a vivere a Casalotti con Marta Gaia. Il sogno di una vita normale".
   
A volte si ha l'impressione che il narratore faccia fatica a dare un ordine narrativo a un materiale sfuggente.
"Il lavoro del romanziere è a metà tra lo sciamano e lo scienziato. Da scienziato dovevo avere a disposizione diecimila pagine di documenti: in questo libro non c'è nulla di inventato, anche i dettagli nascono da una testimonianza; da sciamano il mio compito è stato sintonizzarmi con i personaggi della storia in uno sforzo emotivo che non mi è costato fatica. Non penso come Hemingway che devi aver sperimentato tutto quello che racconti, ma certo devi essere capace di rintracciare l'assassino che dorme in te, o anche il vile e l'impotente. Non ho cercato la verità giudiziaria, separando con la spada i buoni dai cattivi, ma ho provato a cogliere la verità umana di una storia demoniaca che non risparmia nessuno, neppure gli assassini. Marco Prato s'è ammazzato in carcere. E Manuel Foffo sta scontando una pena di trent'anni".

Alla fine è riuscito a liberarsi dei suoi fantasmi?
"Quando ho cominciato a scriverne, ero già un'altra persona che raccontava la bolla nera di cui era stata testimone. Ma io vorrei che questo libro andasse oltre la testimonianza, diventando quasi un atto religioso, un piccolo esorcismo rispetto a una grande manifestazione del male".

Cosa intende?
"L'idea me l'ha data Luigi Manconi regalandomi il Libro dell'incontro, il volume che testimonia la pacificazione tra terroristi e famiglie delle vittime. Nella storia che racconto l'incontro non è mai avvenuto. Il padre di Luca, personaggio biblico, me lo ripete ogni volta che ci sentiamo: nessuno mi ha mai chiesto scusa. Mi piacerebbe che dal mio lavoro si sprigionasse una nuova energia capace di mettere in movimento un mondo di sentimenti che è stato congelato dal male. Ho già preparato una copia del libro per Manuel. Spero lo legga".

Non teme che la serie televisiva tratta dalla Città dei vivi finisca per annullare il significato del suo gesto in un racconto standardizzato di sesso, coca e violenza?
"Sorveglierò perché non accada. Sono stato chiamato da Sky come autore della sceneggiatura. E questo mi rassicura molto".

Sul Venerdì del 16 ottobre 2020