A scuola, dateci più sostegno...
Maria Novella De Luca , di MARIA NOVELLA DE LUCAÈ una dei 150 mila docenti che lavorano con i ragazzi speciali: "Spesso invisibili agli altri prof, siamo pochi e pochi sanno qual è il nostro ruolo". Ma poi Valeria Quintiliani ci ha anche raccontato chi glielo fa fare...
GROTTAFERRATA (Roma). Al primo posto (nel cuore) c'è Luca. Il suo allievo più difficile. "Autismo gravissimo, non verbale e con una famiglia disagiata alle spalle. Alla fine dei tre anni di scuola media Luca riusciva a restare seduto, a giocare a palla con gli altri e ad aprire e chiudere una bottiglietta d'acqua da solo. Sulle mani ho delle piccole cicatrici, segno della forza con cui lui me le stringeva per il terrore che me ne andassi. Ma soprattutto noi riuscivamo a comunicare ed era la cosa che più stupiva tutti. Ecco, nel mio mestiere i successi sono questi, minuscole enormi conquiste".
Valeria Quintiliani, 36 anni, insegnante di sostegno per scelta e non per ripiego nell'istituto comprensivo San Nilo di Grottaferrata, potrebbe citarli uno a uno i suoi allievi. Alice, emiparesi nella parte sinistra del corpo per un danno da parto, ritardo cognitivo, "ma una tenacissima voglia di farcela e di affermarsi, tanto che all…
Valeria Quintiliani, 36 anni, insegnante di sostegno per scelta e non per ripiego nell'istituto comprensivo San Nilo di Grottaferrata, potrebbe citarli uno a uno i suoi allievi. Alice, emiparesi nella parte sinistra del corpo per un danno da parto, ritardo cognitivo, "ma una tenacissima voglia di farcela e di affermarsi, tanto che all…
GROTTAFERRATA (Roma). Al primo posto (nel cuore) c'è Luca. Il suo allievo più difficile. "Autismo gravissimo, non verbale e con una famiglia disagiata alle spalle. Alla fine dei tre anni di scuola media Luca riusciva a restare seduto, a giocare a palla con gli altri e ad aprire e chiudere una bottiglietta d'acqua da solo. Sulle mani ho delle piccole cicatrici, segno della forza con cui lui me le stringeva per il terrore che me ne andassi. Ma soprattutto noi riuscivamo a comunicare ed era la cosa che più stupiva tutti. Ecco, nel mio mestiere i successi sono questi, minuscole enormi conquiste".
Valeria Quintiliani, 36 anni, insegnante di sostegno per scelta e non per ripiego nell'istituto comprensivo San Nilo di Grottaferrata, potrebbe citarli uno a uno i suoi allievi. Alice, emiparesi nella parte sinistra del corpo per un danno da parto, ritardo cognitivo, "ma una tenacissima voglia di farcela e di affermarsi, tanto che all'esame di terza media riuscì a portare una tesina sullo sport". Ma in quel caso, ammette Valeria, "alle spalle di Alice c'era, anche, una famiglia formidabile. Con Alice utilizzavo la lingua dei segni, il suo aggrapparsi alla vita è stata una lezione per tutti i compagni di classe".
Luca, Alice, Sara, Mirko: le loro storie di bambini disabili sono anche, dietro le quinte, la storia di Valeria Quintiliani, insegnante precaria (e appassionata) specializzata nel sostegno, un diploma nella lingua dei segni, un racconto di fatiche, successi, lacrime, solitudine, alto rischio di burnout e pochissimi riconoscimenti. Sono 150 mila i docenti di sostegno in Italia e tra questi c'è anche Valeria, aria gentile e tempra tenace, a cui ogni anno viene rinnovato l'incarico. Gli allievi con disabilità nelle classi oggi sono 268 mila e il loro numero aumenta di anno in anno. Migliaia restano senza supporti, o riescono a usufruirne soltanto per poche ore al giorno, grazie a valanghe di ricorsi al Tar. Un esercito di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, come Luca, come Alice, inclusi per legge nella scuola italiana, con quella rivoluzione che negli anni Settanta abolì le classi differenziali, ma di fatto integrati soltanto a metà. O addirittura abbandonati a se stessi. Quest'anno poi il suono della campanella per molti studenti "speciali" è stato drammatico: il caos del post-lockdown ha sguarnito ancora di più l'ambito del sostegno. All'appello mancano quasi centomila insegnanti.
"Di noi si parla poco, quasi soltanto per dire che siamo insufficienti. Veniamo identificati come assistenti personali del singolo bambino, addirittura nei suoi bisogni primari, mentre invece siamo docenti non curriculari dell'intera classe, all'interno della quale c'è un ragazzo disabile. È come se fossimo invisibili all'interno del corpo docente". Seduta in una bella aula ariosa e colorata di uno dei plessi dell'istituto (pubblico) San Nilo, nel cuore dei Castelli romani, Valeria spiega cosa vuol dire, oggi, scegliere di occuparsi dei ragazzi speciali. "Nell'istituto dove oggi insegno il mio lavoro è rispettato. Ma altrove non è stato così. Faccio spesso l'esempio delle due sedie accanto alla cattedra. Io sono in classe che cammino tra i bambini. La docente curriculare entra, si accomoda su una sedia e sull'altra mette borsa e cappotto, senza pensare che anche io avrei diritto di sedermi. Invisibile, appunto. Invece, quando l'integrazione funziona, il lavoro con il ragazzo disabile diventa arricchimento per tutta la classe".
Valeria, che dopo essersi laureata in Storia dell'arte ha poi scoperto che il sostegno era la sua strada, dice con chiarezza che senza specializzazione non si può entrare in contatto con i bisogni speciali. Il rischio è quello di un crack emotivo. "Il sistema delle graduatorie permette agli insegnanti di materie curriculari di essere utilizzati nel sostegno. Molti accettano per ripiego. Controvoglia. Anche io non avevo una laurea dedicata, pur essendo specializzata nella Lis (linguaggio dei segni). Ma ho capito che se non avessi studiato non ce l'avrei fatta. Pensate ai casi più gravi: dover fronteggiare ogni giorno un bambino che si dondola incessantemente, una bambina che urla appena sente un rumore, o ragazzi che non sanno dominare la propria forza fisica".
E il pensiero torna a Luca e ad Alice. "Quando l'ho conosciuto, Luca passava il tempo da solo tirando in aria una pallina. Mi rifiutava. Il giorno in cui ha tirato anche a me la sua pallina ho capito che aveva iniziato a fidarsi. E quando ha iniziato a passare la pallina ai compagni e ha smesso di rubare le merende, ho capito che nel suo mondo si era aperta una porta".
Le storie si affollano. La reciprocità ad esempio. "Ricordo un ragazzo, uno dei più irrequieti della scuola, uno di quelli che fanno a botte e prendono le note, si trasformava in assistente modello quando doveva spingere la carrozzina di un compagno disabile. Alla fine erano inseparabili. E lui, il "cattivo", aveva trovato il suo riscatto". Valeria sorride. "Sì, è un po' come nel film Quasi amici, ma è la verità. Anche se rara. In ognuno c'è un talento. Alice, per esempio. Non camminava, ma aveva una memoria prodigiosa. È bastato scoprirlo. Tutto questo mi dà la forza di alzarmi ogni giorno e affrontare i miei particolarissimi allievi". Cinquant'anni dopo, l'inclusione dei disabili nelle classi dei "normali" come allora si diceva, istituita dalla legge 577 del 1977, è una strada incompiuta. Una rivoluzione figlia del Sessantotto, della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, della tenacia di una insegnante, Milena Antonioni Casale, ma anche della grande onda del pensiero di Franco Basaglia. Così come gli ospedali psichiatrici aprivano le porte ai "matti", migliaia di famiglie ritirarono i propri figli dagli istituti per "handicappati" e li iscrissero alle scuole pubbliche. Una rivoluzione a metà, però.
Tra storie di vera inclusione e tragedie quotidiane che fanno male, come uno schiaffo in faccia. La pipì per esempio. Rosaria è la mamma di Paolo, 14 anni, affetto da una rara malattia metabolica e in carrozzina dalla nascita. "Ogni giorno, alle 10.30 vado a scuola di mio figlio per portarlo al bagno. Perché, vi sembrerà incredibile, ma oggi questa "funzione" nella scuola non spetta più a nessuno. Non all'insegnante di sostegno, non agli educatori, quando ci sono, tantomeno al personale Ata. E allora? Marco è destinato anche a questa umiliazione? A sporcarsi davanti a tutti? Quando era più piccolo, alla fine, gentilmente, la bidella lo accompagnava a fare pipì durante la ricreazione. Adesso che è diventato un ragazzo nessuno vuole più occuparsene. E così, ogni giorno, prendo un'ora di permesso dal lavoro, attraverso la città e vado da lui. Vi sembra umano?".
"No, non è umano" risponde Valeria "ma accade. La nostra strada è soltanto all'inizio".
Sul Venerdì del 16 ottobre 2020
Valeria Quintiliani, 36 anni, insegnante di sostegno per scelta e non per ripiego nell'istituto comprensivo San Nilo di Grottaferrata, potrebbe citarli uno a uno i suoi allievi. Alice, emiparesi nella parte sinistra del corpo per un danno da parto, ritardo cognitivo, "ma una tenacissima voglia di farcela e di affermarsi, tanto che all'esame di terza media riuscì a portare una tesina sullo sport". Ma in quel caso, ammette Valeria, "alle spalle di Alice c'era, anche, una famiglia formidabile. Con Alice utilizzavo la lingua dei segni, il suo aggrapparsi alla vita è stata una lezione per tutti i compagni di classe".
Luca, Alice, Sara, Mirko: le loro storie di bambini disabili sono anche, dietro le quinte, la storia di Valeria Quintiliani, insegnante precaria (e appassionata) specializzata nel sostegno, un diploma nella lingua dei segni, un racconto di fatiche, successi, lacrime, solitudine, alto rischio di burnout e pochissimi riconoscimenti. Sono 150 mila i docenti di sostegno in Italia e tra questi c'è anche Valeria, aria gentile e tempra tenace, a cui ogni anno viene rinnovato l'incarico. Gli allievi con disabilità nelle classi oggi sono 268 mila e il loro numero aumenta di anno in anno. Migliaia restano senza supporti, o riescono a usufruirne soltanto per poche ore al giorno, grazie a valanghe di ricorsi al Tar. Un esercito di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, come Luca, come Alice, inclusi per legge nella scuola italiana, con quella rivoluzione che negli anni Settanta abolì le classi differenziali, ma di fatto integrati soltanto a metà. O addirittura abbandonati a se stessi. Quest'anno poi il suono della campanella per molti studenti "speciali" è stato drammatico: il caos del post-lockdown ha sguarnito ancora di più l'ambito del sostegno. All'appello mancano quasi centomila insegnanti.
"Di noi si parla poco, quasi soltanto per dire che siamo insufficienti. Veniamo identificati come assistenti personali del singolo bambino, addirittura nei suoi bisogni primari, mentre invece siamo docenti non curriculari dell'intera classe, all'interno della quale c'è un ragazzo disabile. È come se fossimo invisibili all'interno del corpo docente". Seduta in una bella aula ariosa e colorata di uno dei plessi dell'istituto (pubblico) San Nilo, nel cuore dei Castelli romani, Valeria spiega cosa vuol dire, oggi, scegliere di occuparsi dei ragazzi speciali. "Nell'istituto dove oggi insegno il mio lavoro è rispettato. Ma altrove non è stato così. Faccio spesso l'esempio delle due sedie accanto alla cattedra. Io sono in classe che cammino tra i bambini. La docente curriculare entra, si accomoda su una sedia e sull'altra mette borsa e cappotto, senza pensare che anche io avrei diritto di sedermi. Invisibile, appunto. Invece, quando l'integrazione funziona, il lavoro con il ragazzo disabile diventa arricchimento per tutta la classe".
Valeria, che dopo essersi laureata in Storia dell'arte ha poi scoperto che il sostegno era la sua strada, dice con chiarezza che senza specializzazione non si può entrare in contatto con i bisogni speciali. Il rischio è quello di un crack emotivo. "Il sistema delle graduatorie permette agli insegnanti di materie curriculari di essere utilizzati nel sostegno. Molti accettano per ripiego. Controvoglia. Anche io non avevo una laurea dedicata, pur essendo specializzata nella Lis (linguaggio dei segni). Ma ho capito che se non avessi studiato non ce l'avrei fatta. Pensate ai casi più gravi: dover fronteggiare ogni giorno un bambino che si dondola incessantemente, una bambina che urla appena sente un rumore, o ragazzi che non sanno dominare la propria forza fisica".
E il pensiero torna a Luca e ad Alice. "Quando l'ho conosciuto, Luca passava il tempo da solo tirando in aria una pallina. Mi rifiutava. Il giorno in cui ha tirato anche a me la sua pallina ho capito che aveva iniziato a fidarsi. E quando ha iniziato a passare la pallina ai compagni e ha smesso di rubare le merende, ho capito che nel suo mondo si era aperta una porta".
Le storie si affollano. La reciprocità ad esempio. "Ricordo un ragazzo, uno dei più irrequieti della scuola, uno di quelli che fanno a botte e prendono le note, si trasformava in assistente modello quando doveva spingere la carrozzina di un compagno disabile. Alla fine erano inseparabili. E lui, il "cattivo", aveva trovato il suo riscatto". Valeria sorride. "Sì, è un po' come nel film Quasi amici, ma è la verità. Anche se rara. In ognuno c'è un talento. Alice, per esempio. Non camminava, ma aveva una memoria prodigiosa. È bastato scoprirlo. Tutto questo mi dà la forza di alzarmi ogni giorno e affrontare i miei particolarissimi allievi". Cinquant'anni dopo, l'inclusione dei disabili nelle classi dei "normali" come allora si diceva, istituita dalla legge 577 del 1977, è una strada incompiuta. Una rivoluzione figlia del Sessantotto, della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, della tenacia di una insegnante, Milena Antonioni Casale, ma anche della grande onda del pensiero di Franco Basaglia. Così come gli ospedali psichiatrici aprivano le porte ai "matti", migliaia di famiglie ritirarono i propri figli dagli istituti per "handicappati" e li iscrissero alle scuole pubbliche. Una rivoluzione a metà, però.
Tra storie di vera inclusione e tragedie quotidiane che fanno male, come uno schiaffo in faccia. La pipì per esempio. Rosaria è la mamma di Paolo, 14 anni, affetto da una rara malattia metabolica e in carrozzina dalla nascita. "Ogni giorno, alle 10.30 vado a scuola di mio figlio per portarlo al bagno. Perché, vi sembrerà incredibile, ma oggi questa "funzione" nella scuola non spetta più a nessuno. Non all'insegnante di sostegno, non agli educatori, quando ci sono, tantomeno al personale Ata. E allora? Marco è destinato anche a questa umiliazione? A sporcarsi davanti a tutti? Quando era più piccolo, alla fine, gentilmente, la bidella lo accompagnava a fare pipì durante la ricreazione. Adesso che è diventato un ragazzo nessuno vuole più occuparsene. E così, ogni giorno, prendo un'ora di permesso dal lavoro, attraverso la città e vado da lui. Vi sembra umano?".
"No, non è umano" risponde Valeria "ma accade. La nostra strada è soltanto all'inizio".
Sul Venerdì del 16 ottobre 2020