BRUTTE STORIE. Nell'Italia dell'immediato dopoguerra, le "belve di Villarbasse" non scampano alla fucilazione
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Sull’ultima pagina formato lenzuolo di Cronaca nera – una delle riviste di fatti sanguinosi che andavano di moda nell’immediato dopoguerra, prima di essere travolte dai tabloid di gossip della cronaca rosa – ci sono le fotografie della fucilazione di quelle che i giornali chiamavano “le belve di Villarbasse”. Sfocate, ritoccate quasi fossero disegni, visti i mezzi di riproduzione di allora, siamo nel marzo del 1947, sotto il titolo FUCILATI ALL’ALBA, marcato in neretto. 4 marzo 1947: Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D’Ignoti sono gli ultimi condannati a morte dalla giustizia italiana: vengono fucilati in un poligono alla periferia di Torino
Era successo che la sera del 20 novembre 1945 quattro uomini armati e col volto coperto da un fazzoletto come i banditi dei film western avevano fatto irruzione nella cascina Simonetto, a Villarbasse, in provincia di Torino, avevano sequestrato il padrone e la domestica, e poi la famiglia del mezzadro che stava festeggiando il battesimo di un nipote nella casa vicina. Lo scopo era quello di farsi dare i soldi e i gioielli del padrone che stavano in cassaforte, 200 mila lire, tante nell’Italia di allora, ma a un certo punto uno dei banditi perde il fazzoletto e la domestica lo riconosce, perché aveva lavorato alla cascina fino ad una settimana prima.
Così i banditi prendono un pezzo di legno e ammazzano tutti, uno dopo l’altro, a bastonate. Nel frattempo arrivano altri due contadini che sono venuti a prendere le mogli, vengono ammazzati anche loro e gettati con gli altri dentro il tombino di una cisterna per l’acqua piovana interrata nel cortile. Dieci persone in tutto, dieci morti, ammazzati così.
I carabinieri prima indagano su un gruppo di ex partigiani, che però non c’entrano niente. Allora puntano su quel fattore che si era licenziato, che risulta assunto sotto falso nome, perquisiscono le case degli amici, trovano un cappotto insanguinato, ne arrestano il proprietario, che confessa, e così scattano le manette per altri due complici. Il quarto uomo, il falso fattore, era scappato in Sicilia, dove nel frattempo viene ammazzato in un regolamento di conti tra mafiosi.
Il processo si conclude con la condanna a morte delle “belve di Villarbasse”, figlie di un’Italia affamata, ancora abituata alla violenza e alla morte di una guerra devastante finita soltanto pochi mesi prima. Forse è anche per rompere con quel Paese sconvolto e feroce che, nonostante la pena di morte stia per essere abolita dalla Costituzione che già sta arrivando, il presidente De Nicola rifiuta di firmare la grazia per quella che sarà l’ultima esecuzione della nostra storia.
L’ultima fotografia sulla paginona di Cronaca nera mostra il plotone d’esecuzione della Polizia con le armi ancora puntate sulla schiena dei tre uomini legati alle sedie, il terzo tutto piegato da un lato, trattenuto dalle corde. Poi, come fa notare il cronista presente sul posto, assieme ai banchi fioccosi di nebbia resta solo, pesante e opprimente, il silenzio dell’alba di marzo.Sul Venerdì del 23 ottobre 2020