Quel sottile veleno nelle vite dei gay
di Vittorio Lingiardi
Tutto inizia, manco a dirlo, nel 1968, quando Broadway mette in scena la commedia di Mart Crowley The Boys in the Band, che racconta, come mai era accaduto prima, le vite di un gruppo di uomini gay. Due anni dopo William Friedkin ne fa un film, tradotto in italiano come Festa per il compleanno del caro amico Harold.
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Il film di Friedkin (lo stesso gli accadrà per Cruising) desta polemiche per la rappresentazione patologica e crudele della comunità gay. La pièce si svolge a New York, prima di Stonewall e prima dell’Aids, nell’appartamento di Michael, ossessionato da una calvizie incipiente, dove otto amici si riuniscono per festeggiare Harold, «una checca ebrea butterata». La festa, già serpeggiante di malignità, si trasforma in una seduta selvaggia di gruppo: rancori, solitudini e frustrazioni danno luogo a un vero e proprio gioco al massacro (con un tocco da piccoli indiani di Agata Christie). Oggi, a…
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Il film di Friedkin (lo stesso gli accadrà per Cruising) desta polemiche per la rappresentazione patologica e crudele della comunità gay. La pièce si svolge a New York, prima di Stonewall e prima dell’Aids, nell’appartamento di Michael, ossessionato da una calvizie incipiente, dove otto amici si riuniscono per festeggiare Harold, «una checca ebrea butterata». La festa, già serpeggiante di malignità, si trasforma in una seduta selvaggia di gruppo: rancori, solitudini e frustrazioni danno luogo a un vero e proprio gioco al massacro (con un tocco da piccoli indiani di Agata Christie). Oggi, a…
Tutto inizia, manco a dirlo, nel 1968, quando Broadway mette in scena la commedia di Mart Crowley The Boys in the Band, che racconta, come mai era accaduto prima, le vite di un gruppo di uomini gay. Due anni dopo William Friedkin ne fa un film, tradotto in italiano come Festa per il compleanno del caro amico Harold.
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Il film di Friedkin (lo stesso gli accadrà per Cruising) desta polemiche per la rappresentazione patologica e crudele della comunità gay. La pièce si svolge a New York, prima di Stonewall e prima dell’Aids, nell’appartamento di Michael, ossessionato da una calvizie incipiente, dove otto amici si riuniscono per festeggiare Harold, «una checca ebrea butterata». La festa, già serpeggiante di malignità, si trasforma in una seduta selvaggia di gruppo: rancori, solitudini e frustrazioni danno luogo a un vero e proprio gioco al massacro (con un tocco da piccoli indiani di Agata Christie). Oggi, a cinquant’anni di distanza, esce su Netflix una nuova versione di The Boys in the Band per la regia di Joe Mantello. La sceneggiatura ancora oliatissima e un ritmo che batte incessante sopra le righe catturano lo spettatore, impedendogli di formulare giudizi affrettati e trascinandolo verso un epilogo prima isterico e poi romantico.
La storia rimane avvelenata, ma ora abbiamo uno strumento in più per capire ciò che allora, in un mondo senza diritti, non era stato messo a fuoco. Parlo del concetto di “omofobia interiorizzata”, quel sottile veleno che inquinava, e spesso ancora inquina, la vita delle persone gay. L’interiorizzazione dello stigma è pervasiva: nel modo di guardarsi allo specchio, nell’identificazione esasperata e difensiva con uno stereotipo di genere (che sia maschile o femminile), nella smania di distinguersi o, all’opposto, di compiacere. Oltre al problema di essere accettati, c’è sempre quello di accettarsi.
Sul Venerdì del 23 ottobre 2020
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Il film di Friedkin (lo stesso gli accadrà per Cruising) desta polemiche per la rappresentazione patologica e crudele della comunità gay. La pièce si svolge a New York, prima di Stonewall e prima dell’Aids, nell’appartamento di Michael, ossessionato da una calvizie incipiente, dove otto amici si riuniscono per festeggiare Harold, «una checca ebrea butterata». La festa, già serpeggiante di malignità, si trasforma in una seduta selvaggia di gruppo: rancori, solitudini e frustrazioni danno luogo a un vero e proprio gioco al massacro (con un tocco da piccoli indiani di Agata Christie). Oggi, a cinquant’anni di distanza, esce su Netflix una nuova versione di The Boys in the Band per la regia di Joe Mantello. La sceneggiatura ancora oliatissima e un ritmo che batte incessante sopra le righe catturano lo spettatore, impedendogli di formulare giudizi affrettati e trascinandolo verso un epilogo prima isterico e poi romantico.
La storia rimane avvelenata, ma ora abbiamo uno strumento in più per capire ciò che allora, in un mondo senza diritti, non era stato messo a fuoco. Parlo del concetto di “omofobia interiorizzata”, quel sottile veleno che inquinava, e spesso ancora inquina, la vita delle persone gay. L’interiorizzazione dello stigma è pervasiva: nel modo di guardarsi allo specchio, nell’identificazione esasperata e difensiva con uno stereotipo di genere (che sia maschile o femminile), nella smania di distinguersi o, all’opposto, di compiacere. Oltre al problema di essere accettati, c’è sempre quello di accettarsi.
Sul Venerdì del 23 ottobre 2020