Quando un ormai incartapecorito Boris Eltsin il 31 dicembre del 1999 consegnò le chiavi del Cremlino a un giovane e sconosciuto ex agente del Kgb pietroburghese prestato alla politica solo da pochi anni, nessuno avrebbe previsto che Vladimir Putin sarebbe rimasto all'apice della verticale del potere per oltre vent'anni, diventando il leader russo più longevo e accentratore dopo Stalin e riportando Mosca al centro della scena globale. Benché sia spesso descritto come un "presidente per caso", il suo balzo al Cremlino fu abilmente diretto dietro le quinte da un manipolo di ex uomini del Kgb che oggi costituiscono il suo cerchio magico, come ha dettagliatamente ricostruito la giornalista investigativa Catherine Belton, ex corrispondente da Mosca del Financial Times. Il suo libro Gli uomini di Putin. Come il Kgb si è ripreso la Russia e sta conquistando l'Occidente (in uscita il 29 ottobre per La nave di Teseo) è un racconto avvincente, ricco di testimonianze e retroscena spesso inediti, di come Putin e i suoi uomini, i siloviki, siano arrivati a dominare il più grande Paese della Terra e a minacciare l'Occidente. Un libro imperdibile per chiunque voglia comprendere più a fondo Putin e la Russia moderna e che si legge come un thriller.
Belton, in che misura Vladimir Putin ha usato i metodi e la rete del Kgb per consolidare il suo potere?
"Gran parte della sua carriera e della sua mentalità sono state forgiate negli anni 80 quando lavorava per il Kgb a Dresda. Faceva parte di un'ala dell'intelligence consapevole di doversi preparare al crollo del regime comunista e a una transizione di mercato: attraverso società di comodo riciclavano denaro per finanziare i movimenti politici alleati e contrabbandavano tecnologie sanzionate, creavano reti per mettere da parte fondi che preservassero la loro influenza anche dopo la caduta del Muro e forgiavano alleanze con gruppi terroristici e criminalità organizzata. In quegli anni Putin ha imparato a usare le cosiddette 'misure attivè per seminare discordia e caos in Occidente. Da presidente ha messo a frutto quelle lezioni: come incanalare denaro verso alleati politici, come sottrarre fondi alle compagnie e come collaborare con forze estremiste per minare il suo principale avversario politico, che ai suoi occhi è ancora l'Occidente".
Il capitolo centrale del suo libro è la resa dei conti tra gli ex uomini del Kgb e gli oligarchi che porta al processo e alla prigionia del patron di Jukos Mikhail Khodorkovskij. In che modo la "vendetta" del Kgb ha gettato le basi del regime di Putin?
"Per i servizi sovietici il petrolio è sempre stato una valuta strategica in geopolitica. Ma quando Putin è salito al potere la maggior parte era nelle mani di questi magnati indipendenti. Khodorkovskij era la minaccia più grande. Era l'uomo più ricco di Russia, voleva vendere una quota agli americani e costruire un oleodotto indipendente dallo Stato. Finanziava l'opposizione e aveva lasciato intendere che nel 2008 si sarebbe candidato presidente. Doveva essere neutralizzato. Nel momento in cui hanno sovvertito il sistema giudiziario per incarcerare un rivale politico e impadronirsi della sua società, Putin e i suoi hanno assunto il pieno controllo del Paese. Fu un segnale chiaro per gli altri oligarchi e la società: dovevano obbedire al Cremlino, altrimenti avrebbero fatto la stessa fine".
Durante il suo ventennio, Putin ha cercato di correggere "la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo", come ha definito il crollo dell'Urss, e di riportare la Russia al rango di potenza mondiale. Come ha perseguito quest'obiettivo?
"È l'altra cifra del regime di Putin. La caduta dell'Urss per lui è stata una grande umiliazione nazionale. Credeva che la Russia meritasse un posto al tavolo globale, ma gli Stati Uniti la ignoravano. È stato un crescendo: ignoravano le sue preoccupazioni per l'espansione della Nato verso Est, per il ritiro unilaterale degli Usa dal trattato Abm, per lo scudo antimissile. E ignoravano Putin e il suo passato nel Kgb. Insieme ai suoi uomini, controllava flussi di denaro sempre maggiori. L'Occidente pensava si stesse solo riempiendo le tasche. In realtà stava anche ricreando reti d'influenza per rafforzare il suo potere in patria e per minare l'Occidente".
Ha anche finanziato diversi partiti stranieri, lei cita M5S e Lega. Una riattualizzazione delle "misure attive", vecchie tecniche del Kgb?
"Durante l'incontro all'hotel Metropol, Gianluca Savoini e i suoi interlocutori russi negoziavano un accordo che resuscitava la pratica sovietica delle 'aziende amiche': compagnie petrolifere legate al Cremlino avrebbero fornito petrolio a un prezzo stracciato agli intermediari italiani e questi avrebbero usato i profitti della vendita per sovvenzionare la Lega. Oggi la Russia è molto più integrata nei mercati occidentali e, anche per via del segreto bancario, è più difficile tracciare questi flussi di denaro illecito".
Queste tattiche hanno avuto il loro culmine con l'elezione negli Stati Uniti di Donald Trump. Era uno dei tanti uomini d'affari che gli ex agenti del Kgb avevano sponsorizzato nel mondo e, con loro sorpresa, nel 2016 ha vinto la Casa Bianca. Come si sta muovendo la Russia in vista delle prossime presidenziali?
"Negli anni 80 i russi credevano di aver 'reclutatò Trump, così mi ha detto un ex alto ufficiale del Kgb, ma è da vedere se lui lo avesse capito. Di certo hanno usato la Trump Organization per incanalare denaro illecito negli Usa. Nel 2016 però si preparavano alla vittoria di Hillary Clinton. Il loro piano era provocare il caos mettendo in dubbio la validità del voto. Temo sia lo scenario che avremo in caso di vittoria di Joe Biden. Trump è in basso nei sondaggi e non fa che dire che sarà un voto truccato. Non penso però che abbia bisogno del sostegno russo né che Mosca voglia essere coinvolta in una sfida al voto. Gli Usa sono già polarizzati e Trump ha un grande seguito, non ha bisogno di troll per seminare dubbi sul voto".
Quest'anno la popolarità di Putin è crollata al minimo storico. La fine del suo regime è vicina? Uno dei suoi uomini lo tradirà? E la sua caduta sarà un'altra "catastrofe" per la Russia?
Sul Venerdì del 23 ottobre 2020
Belton, in che misura Vladimir Putin ha usato i metodi e la rete del Kgb per consolidare il suo potere?
"Gran parte della sua carriera e della sua mentalità sono state forgiate negli anni 80 quando lavorava per il Kgb a Dresda. Faceva parte di un'ala dell'intelligence consapevole di doversi preparare al crollo del regime comunista e a una transizione di mercato: attraverso società di comodo riciclavano denaro per finanziare i movimenti politici alleati e contrabbandavano tecnologie sanzionate, creavano reti per mettere da parte fondi che preservassero la loro influenza anche dopo la caduta del Muro e forgiavano alleanze con gruppi terroristici e criminalità organizzata. In quegli anni Putin ha imparato a usare le cosiddette 'misure attivè per seminare discordia e caos in Occidente. Da presidente ha messo a frutto quelle lezioni: come incanalare denaro verso alleati politici, come sottrarre fondi alle compagnie e come collaborare con forze estremiste per minare il suo principale avversario politico, che ai suoi occhi è ancora l'Occidente".
Il capitolo centrale del suo libro è la resa dei conti tra gli ex uomini del Kgb e gli oligarchi che porta al processo e alla prigionia del patron di Jukos Mikhail Khodorkovskij. In che modo la "vendetta" del Kgb ha gettato le basi del regime di Putin?
"Per i servizi sovietici il petrolio è sempre stato una valuta strategica in geopolitica. Ma quando Putin è salito al potere la maggior parte era nelle mani di questi magnati indipendenti. Khodorkovskij era la minaccia più grande. Era l'uomo più ricco di Russia, voleva vendere una quota agli americani e costruire un oleodotto indipendente dallo Stato. Finanziava l'opposizione e aveva lasciato intendere che nel 2008 si sarebbe candidato presidente. Doveva essere neutralizzato. Nel momento in cui hanno sovvertito il sistema giudiziario per incarcerare un rivale politico e impadronirsi della sua società, Putin e i suoi hanno assunto il pieno controllo del Paese. Fu un segnale chiaro per gli altri oligarchi e la società: dovevano obbedire al Cremlino, altrimenti avrebbero fatto la stessa fine".
Durante il suo ventennio, Putin ha cercato di correggere "la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo", come ha definito il crollo dell'Urss, e di riportare la Russia al rango di potenza mondiale. Come ha perseguito quest'obiettivo?
"È l'altra cifra del regime di Putin. La caduta dell'Urss per lui è stata una grande umiliazione nazionale. Credeva che la Russia meritasse un posto al tavolo globale, ma gli Stati Uniti la ignoravano. È stato un crescendo: ignoravano le sue preoccupazioni per l'espansione della Nato verso Est, per il ritiro unilaterale degli Usa dal trattato Abm, per lo scudo antimissile. E ignoravano Putin e il suo passato nel Kgb. Insieme ai suoi uomini, controllava flussi di denaro sempre maggiori. L'Occidente pensava si stesse solo riempiendo le tasche. In realtà stava anche ricreando reti d'influenza per rafforzare il suo potere in patria e per minare l'Occidente".
Ha anche finanziato diversi partiti stranieri, lei cita M5S e Lega. Una riattualizzazione delle "misure attive", vecchie tecniche del Kgb?
"Durante l'incontro all'hotel Metropol, Gianluca Savoini e i suoi interlocutori russi negoziavano un accordo che resuscitava la pratica sovietica delle 'aziende amiche': compagnie petrolifere legate al Cremlino avrebbero fornito petrolio a un prezzo stracciato agli intermediari italiani e questi avrebbero usato i profitti della vendita per sovvenzionare la Lega. Oggi la Russia è molto più integrata nei mercati occidentali e, anche per via del segreto bancario, è più difficile tracciare questi flussi di denaro illecito".
Queste tattiche hanno avuto il loro culmine con l'elezione negli Stati Uniti di Donald Trump. Era uno dei tanti uomini d'affari che gli ex agenti del Kgb avevano sponsorizzato nel mondo e, con loro sorpresa, nel 2016 ha vinto la Casa Bianca. Come si sta muovendo la Russia in vista delle prossime presidenziali?
"Negli anni 80 i russi credevano di aver 'reclutatò Trump, così mi ha detto un ex alto ufficiale del Kgb, ma è da vedere se lui lo avesse capito. Di certo hanno usato la Trump Organization per incanalare denaro illecito negli Usa. Nel 2016 però si preparavano alla vittoria di Hillary Clinton. Il loro piano era provocare il caos mettendo in dubbio la validità del voto. Temo sia lo scenario che avremo in caso di vittoria di Joe Biden. Trump è in basso nei sondaggi e non fa che dire che sarà un voto truccato. Non penso però che abbia bisogno del sostegno russo né che Mosca voglia essere coinvolta in una sfida al voto. Gli Usa sono già polarizzati e Trump ha un grande seguito, non ha bisogno di troll per seminare dubbi sul voto".
Quest'anno la popolarità di Putin è crollata al minimo storico. La fine del suo regime è vicina? Uno dei suoi uomini lo tradirà? E la sua caduta sarà un'altra "catastrofe" per la Russia?
"Putin è in una posizione sempre più difficile. L'avvelenamento di Aleksej Navalnyj è probabilmente un sintomo del suo nervosismo. Il messaggio è stato chiaro: chiunque lo sfidi, rischia la vita. La domanda è: chi potrebbe farlo cadere? Un Navalnyj a capo di una rivoluzione dal basso, e allora affronteremmo un terribile caos. O un membro stufo e insoddisfatto della sua cerchia ristretta? I suoi uomini però hanno molto da perdere. Ma la minaccia potrebbe venire anche dall'élite moscovita. In tal caso avremo un governo non più dominato da un clan di uomini del Kgb che sanno solo condurre operazioni segrete contro l'Occidente mirate a preservare il loro potere. Ma forse sono troppo ottimista".
Sul Venerdì del 23 ottobre 2020