Il Venerdì

Todos artistas, ma senza una lira

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Non è mai stato così facile far conoscere le vostre canzoni, romanzi, film e mai così difficile camparci. Grazie internet per i tuoi inesauribili paradossi! Todos artistas, però morti di fame. È l'amara constatazione cui giunge in The Death of the Artist: How Creators Are Struggling to Survive in the Age of Billionaires and Big Tech il critico americano William Deresiewicz dopo aver intervistato centoquaranta creativi di varie specialità, accomunati dalla fatica immane di vincere la "guerra per l'attenzione" del potenziale pubblico attraverso l'estenuante trimurti di "automarketing, autopromozione e auto-branding". E in cui anche professionisti di buon livello si sentono proporre di lavorare in cambio «della visibilità», l'ipocrita sinonimo di gratis.

Eppure, sostiene l'autore, non è che non ci siano più i soldi nell'industria culturale: invece di andare alle etichette, nel caso della musica, vanno a Spotify. Con la differenza che le odiate etichette con gli incassi di un Michael Jackson finanziavano anche legioni di sconosciuti, che magari poi diventavano famosi e nel frattempo avevano di che sbarcare il lunario. Adesso non più: ci sono ancora le superstar e i lumpen, ma niente nel mezzo. La rete doveva democratizzare l'arte, ma l'ha soprattutto demonetizzata. C'entra Napster, naturalmente, e la fondamentale schizofrenia tra la nostra dimensione di cittadini (amiamo i musicisti) e consumatori (scarichiamo tutto illegalmente). C'entra la disuguaglianza che le piattaforme hanno esacerbato, con il 77 per cento dei guadagni che va all'uno per cento dei musicisti. Quanto ai tentativi di finanziamento volontario dal basso, alla Kickstarter, solo il 2 per cento di chi nel 2017 usava l'analogo Patreon negli Stati Uniti riusciva a portare a casa più del salario minimo. Servirebbe il finanziamento pubblico? Forse, come nel Dopoguerra. Anche leggere il libro non guasta.

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