Il Venerdì

L'ultima metamorfosi del vero Gattopardo

Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) (illustrazione di Alessandra Scandella) 
Altro che “cambiare tutto per non cambiare nulla”: Giuseppe Tomasi di Lampedusa era il cantore dei passaggi d’epoca. Parola di Steven Price, che firma un romanzo sulla sua vita
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Ricordate la battuta coniata dallo scrittore siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quel famosissimo «se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi» che ha battezzato il fenomeno chiamato “gattopardismo”? Bene, dimenticatela. Perché ha finito per oscurare il resto. Il libro italiano ancora oggi più venduto nel mondo, per esempio, viene percepito dalla cultura nordamericana in tutt’altro modo. Dice lo scrittore canadese Steven Price: «Qui da noi il nome di Lampedusa viene evocato al passaggio di qualsiasi epoca. Era un poeta della perdita e noi viviamo in un’epoca di perdite. Quella dissolvenza nel passaggio da un mondo a un altro è qualcosa che accade continuamente nella storia. Anche se la Sicilia di Tomasi esiste solo nel passato, i sentimenti da lui evocati – nostalgia, innocenza perduta, incertezza – sono ancora con noi. E lo saranno sempre. Il nostro mondo cambia continuamente. Ogni generazione perde ciò in cui è nata e sopravvive al mondo che ha contribuito a creare».

Altro che poeta dell’eterno ritorno dell’uguale, dunque. Tomasi è semmai il cantore della ovidiana metamorfosi, almeno in quella parte di mondo abitata da Price, autore di Casa Lampedusa, tradotto da Piernicola D’Ortona e Maristella Notaristefano per Bompiani. Si tratta di una biografia romanzata sugli ultimi anni di vita del “mostro” (così era chiamato Tomasi, per via della sua poderosa erudizione letteraria). Price lo ha scritto sulle orme di quel David Gilmour, storico di Oxford, che per la prima volta nell’88 fece scoprire al mondo – con la fulminante biografia L’ultimo Gattopardo – quale uomo si celasse dietro il sorprendente successo planetario di un libro siciliano. Racconta Price: «Sono andato in Sicilia e ho seguito le sue orme. Ho avuto la grande fortuna di visitare la sua ultima casa, accompagnato dal figlio adottivo, Gioacchino Lanza Tomasi, e dalla sua adorabile moglie Nicoletta. Ho fatto tutte le ricerche possibili: articoli, saggi, libri. Ma è stata la biografia di Gilmour a portarmi al romanzo. Leggendola, ho capito come la vita personale dell’autore poteva essere sovrapposta all’insolita struttura del Gattopardo, e come l’una informasse l’altro e dicesse qualcosa di importante sulla vita e sull’arte, come fossero indissolubilmente legate».

Da qui la sonda di Price si è calata a scandagliare un altro mistero. Tomasi di Lampedusa non scrive nulla per trent’anni, dopo tre articoli per una rivista genovese. Invece, negli ultimi trenta mesi di vita, diviene schiavo di una biro blu con la quale crea forsennatamente nel palermitano bar Mazzara o nella biblioteca dell’ultima abitazione in via Butera. Come è noto, quando Tomasi muore a sessant’anni, il 23 luglio del 1957, Elio Vittorini ha già rifiutato due volte il manoscritto del Gattopardo, per Einaudi e Mondadori, e solo successivamente alla scomparsa dell’autore Giorgio Bassani si intignerà per pubblicarlo in Feltrinelli. L’anno dopo Tomasi vincerà da defunto il premio Strega.

Perché Tomasi si decise a scrivere il suo capolavoro? Steven Price ricorda l’incontro che l’autore ebbe con il futuro Nobel per la letteratura Eugenio Montale e il critico letterario Emilio Cecchi, quando accompagnò a San Pellegrino il cugino Lucio Piccolo, insignito di un premio per la poesia su “raccomandazione” dello stesso Montale: «Hanno l’aria inconfondibile di chi sa la propria importanza; l’aria dei marescialli di Francia» commentò. Nel romanzo di Price il personaggio di Tomasi è ancora più brutale: «Gli scrittori scrivono per farsi conoscere, non per conoscere».

Commenta Price: «C’è anche qualcosa di ingiusto, in questo giudizio, ma credo che Tomasi si sentisse soprattutto isolato. Bisogna ricordare che era stato tra i primi a scoprire Joyce e Yeats e ammirava i grandi scrittori dell’Ottocento. Per lui la letteratura era prodotta da autori di altissima levatura, così quando finalmente incontrò gli scrittori viventi, e ne conobbe meschinità, ambizioni, invidie, ne rimase deluso e soprattutto comprese di non essere da meno. Per lui fu uno stimolo, una scossa. Quando si decise a scrivere il romanzo a cui aspirava da tutta una vita, vi riversò la vita intera. Per questo non sembra affatto un primo romanzo ma è pienamente il prodotto di quello che era lui, dei suoi lunghi studi, di ciò che aveva vissuto e perduto, tanto che è impossibile immaginare che un altro scrittore, di qualsiasi epoca, potesse creare un libro del genere».

Ma c’è dell’altro. E Price vi si è forse avvicinato come nessuno prima. Tomasi, è noto anche questo, tenne nei suoi ultimi anni lezioni private di letteratura a un pugno di allievi. A margine di una, disse del suo amatissimo Charles Dickens: «Conoscendo tutti gli umori e gli angoli della capitale, è il vero poeta di Londra. Se l’Europa fosse distrutta da una bomba all’idrogeno, Palermo sparirebbe per sempre, senza che la sua esistenza sia testimoniata da un solo decente scrittore; ma Londra sopravviverebbe, immortalata da Dickens».

Dickens come era riuscito a immortalarla? Ci illumina una riga di Vladimir Nabokov, a proposito della dickensiana Casa desolata: quel genio animava anche le cose, le sapeva far parlare. Ebbene, Tomasi – suggerisce Price – scelse la stessa strada, anche se alla maniera di un’altra sua ispirazione, Stendhal: «L’implicito e mai l’esplicito». Tomasi resuscita le rovine, le antiche case che aveva abitato, le cose che le avevano affollate: la dimora di campagna di Santa Margherita, l’antico palazzo di famiglia palermitano distrutto dalla guerra, villa Lampedusa nel quartiere San Lorenzo. Spiega ancora Price: «L’intera sua esistenza, le case che aveva abitato, gli oggetti che aveva toccato o posseduto, l’esperienza della guerra mondiale, la prigionia, la fuga dal campo di concentramento, il rapporto con la madre e le sorelle, le romantiche storie d’amore, sono state una sorta di palinsesto dell’insolita struttura del Gattopardo».

Nel corso di un viaggio decisivo, intrapreso da Tomasi negli ultimi scampoli di vita e ben ricostruito da Price, l’autore siciliano farà risorgere anche Palma di Montechiaro – ispirazione per la Donnafugata del romanzo, – dimora dei leggendari “antenati-santi” di famiglia. Su tutti spicca la suora di clausura Crocifissa, una mistica beatificata in Vaticano, di cui restano in convento (accanto ai cilici e alle reliquie) le missive in lingue sconosciute che si sarebbe scambiata con Satana in persona e la pietra con cui il demonio tentò di eliminarla. Sono gli anni estremi in cui Tomasi non solo scrisse il suo capolavoro, ma anche un pugno di racconti. Tra questi l’enigmatico Lighea, storia di un professore che in gioventù ha avuto un ménage con una sirena emersa dalle profondità del mare. Un diversivo letterario? Non tanto, se anche tra le pieghe del solido realismo dello stesso “Gattopardo” sono state trovate tracce nascoste di fantastico, occultate alla maniera di Stendhal. Come una minuscola testa di Medusa annidata nel cravattone del principe di Salina, oppure gli antichi dèi pagani, notati da Giulio Guidorizzi, affrescati sulla volta del salone patrizio gattopardiano. Tra quelle antiche rovine il “mostro” Tomasi aveva evidentemente trovato altri amabili mostri.

Sul Venerdì del 6 novembre 2020