"Caro Serra mi affligge sensazione di essere governati da improvvisatori, privi di quel buonsenso che talora riesce a salvare anche gli inetti. Siamo lontani mille miglia da una parvenza di sistema premiante che induca i cittadini più onesti a rischiare ancora la loro fiducia nelle istituzioni: si erano date delle precise indicazioni ai commercianti perché potessero riaprire le loro attività, e molti di questi lo hanno fatto, magari anche con sacrificio. Ora si decidedi chiudere tutto, anche le attivitàdi coloro che avevano seguito quanto prescritto. Non è un buon messaggio, anzi è orrendo. Ristoranti, cinema e teatri in regola con le regole anti Covid hanno dovuto chiudere. Per non sanzionare, attraverso dei controlli ad hoc, i trasgressori, li si è messi tutti nello stesso calderone, come spesso succede quando si decide di condonare tasse ai più furbi penalizzando i virtuosi e gli onesti. Gli scienziati suggeriscano pure quanto necessario in questa situazione, ma è compito della politica dare disposizioni su come realizzare un piano che sia rispettoso dei cittadini, soprattutto di coloro che sono sempre pronti ad allinearsi alle nuove norme. Se i tecnici sono l'unica soluzione al problema e se la politica non sa svolgere il suo ruolo, perché non un governo di tecnici, che ci tolga da questo grosso equivoco?"
Renzo Zucconelli (Pordenone)
"Gentile Michele Serra, basta Otto e mezzo, basta Di Martedì, basta Piazza pulita, forse dirò basta anche a Propaganda live. Non faccio che ascoltare, dai giornalisti della Sette, critiche pesantissime sull'operato del governo. La ragione più plausibile che ho trovato è l'audience: criticare in maniera indiscriminata il governo fa salire gli ascolti. Non ho tesseredi partito da difendere, né sono particolarmente felice dell'alleanza che ci governa, ma credo che in un momento così difficile anche la critica debba essere intelligente e contenuta. Nessuno Stato tranne la Cina (una dittatura) e la Nuova Zelanda (pochissimo antropizzata) ce la sta facendo. Ho sentito accusare il governo di responsabilità, come nel caso dei trasporti, che attengono ad altre istituzioni o addirittura a società municipalizzate. Non potrà mica la ministra dei Trasporti organizzare scuolabus o servizi sostitutivi per i 7.903 comuni italiani! Infine: viene alimentata la protesta soprattutto di categorie che non brillano per esemplarità fiscale, e hanno pertanto contribuito meno alla disponibilità di risorse collettive per fronteggiare la pandemia".
Alessandra Vesi
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Scelgo queste due lettere (tagliate) tra le tantissime arrivate sul tema pandemia. Rappresentano bene, mi sembra, due stati d'animo contrastanti. Il lettore Zucconelli punta il dito contro errori e mancanze governative ("improvvisatori"). La lettrice Vesi contro la tendenza, effettivamente molto italiana, a lagnarsi e criticare. Per non sembrare troppo salomonico, dirò che tendo verso la seconda lettura delle cose, soprattutto perché c'è, nella pandemia, una quota di ineluttabilità che non può essere scaricata tutta intera sulle spalle della politica, delle autorità, di chi "poteva fare e non ha fatto". Che si potesse fare di più e fare meglio, in Italia e altrove, è fuori discussione. Governo e Regioni, alle quali è sottoposta una buona parte delle responsabilità sanitarie, nel corso di un'estate tutto sommato tranquilla non hanno costruito difese sufficienti a reggere meglio l'urto autunnale del Covid. Hanno fatto qualcosina; non quanto era lecito sperare che facessero. Ma penso che pesi molto, nel giudizio che diamo sullo stato delle cose, quella presunzione di invulnerabilità, di tutela assoluta, di "diritto alla salute", che ci siamo costruiti in oltre mezzo secolo di vita assistita, senza guerre, senza epidemie, senza fame. Ci eravamo quasi dimenticati che no, non siamo invulnerabili, e siamo anzi esposti alla natura, nel bene e nel male, molto più di quanto ci inducano a pensare l'egemonia tecnologica e il progresso scientifico. Ogni forma di difesa, di fronte al virus, è urgente e doverosa e al tempo stesso relativa. Sotto la tempesta ci si ripara (meglio se il riparo è robusto), si cerca di assistersi l'uno con l'altro, si aspetta che passi. Si confida nella fortuna, si maledice la sfortuna: che esistono, e non possono essere ingabbiate in alcun decreto legge. Chi è stato poco solidale e poco accorto, in questi mesi, probabilmente lo era anche prima del virus e lo sarà anche dopo. In una situazione nella quale i comportamenti individuali contano moltissimo, non vorrei che gli errori dello Stato, eterno capro espiatorio degli italiani, fossero ritenuti inaccettabili, e quelli dei cittadini molto più veniali. Per questo, caro Zucconelli, le dico che non credo che un governo di tecnici saprebbe fare molto di meglio rispetto a un governo politico. Non siamo in Cina, come nota giustamente Vesi, e non basterebbe un esercito per imporre a tutti le stesse regole, lo stesso rispetto. Vorrei anche io, cavasse i denari là dove se ne accumulano a dismisura), ma temo che servirebbe a poco, senza un Paese migliore.
Sul Venerdì del 6 novembre
Renzo Zucconelli (Pordenone)
"Gentile Michele Serra, basta Otto e mezzo, basta Di Martedì, basta Piazza pulita, forse dirò basta anche a Propaganda live. Non faccio che ascoltare, dai giornalisti della Sette, critiche pesantissime sull'operato del governo. La ragione più plausibile che ho trovato è l'audience: criticare in maniera indiscriminata il governo fa salire gli ascolti. Non ho tesseredi partito da difendere, né sono particolarmente felice dell'alleanza che ci governa, ma credo che in un momento così difficile anche la critica debba essere intelligente e contenuta. Nessuno Stato tranne la Cina (una dittatura) e la Nuova Zelanda (pochissimo antropizzata) ce la sta facendo. Ho sentito accusare il governo di responsabilità, come nel caso dei trasporti, che attengono ad altre istituzioni o addirittura a società municipalizzate. Non potrà mica la ministra dei Trasporti organizzare scuolabus o servizi sostitutivi per i 7.903 comuni italiani! Infine: viene alimentata la protesta soprattutto di categorie che non brillano per esemplarità fiscale, e hanno pertanto contribuito meno alla disponibilità di risorse collettive per fronteggiare la pandemia".
Alessandra Vesi
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Scelgo queste due lettere (tagliate) tra le tantissime arrivate sul tema pandemia. Rappresentano bene, mi sembra, due stati d'animo contrastanti. Il lettore Zucconelli punta il dito contro errori e mancanze governative ("improvvisatori"). La lettrice Vesi contro la tendenza, effettivamente molto italiana, a lagnarsi e criticare. Per non sembrare troppo salomonico, dirò che tendo verso la seconda lettura delle cose, soprattutto perché c'è, nella pandemia, una quota di ineluttabilità che non può essere scaricata tutta intera sulle spalle della politica, delle autorità, di chi "poteva fare e non ha fatto". Che si potesse fare di più e fare meglio, in Italia e altrove, è fuori discussione. Governo e Regioni, alle quali è sottoposta una buona parte delle responsabilità sanitarie, nel corso di un'estate tutto sommato tranquilla non hanno costruito difese sufficienti a reggere meglio l'urto autunnale del Covid. Hanno fatto qualcosina; non quanto era lecito sperare che facessero. Ma penso che pesi molto, nel giudizio che diamo sullo stato delle cose, quella presunzione di invulnerabilità, di tutela assoluta, di "diritto alla salute", che ci siamo costruiti in oltre mezzo secolo di vita assistita, senza guerre, senza epidemie, senza fame. Ci eravamo quasi dimenticati che no, non siamo invulnerabili, e siamo anzi esposti alla natura, nel bene e nel male, molto più di quanto ci inducano a pensare l'egemonia tecnologica e il progresso scientifico. Ogni forma di difesa, di fronte al virus, è urgente e doverosa e al tempo stesso relativa. Sotto la tempesta ci si ripara (meglio se il riparo è robusto), si cerca di assistersi l'uno con l'altro, si aspetta che passi. Si confida nella fortuna, si maledice la sfortuna: che esistono, e non possono essere ingabbiate in alcun decreto legge. Chi è stato poco solidale e poco accorto, in questi mesi, probabilmente lo era anche prima del virus e lo sarà anche dopo. In una situazione nella quale i comportamenti individuali contano moltissimo, non vorrei che gli errori dello Stato, eterno capro espiatorio degli italiani, fossero ritenuti inaccettabili, e quelli dei cittadini molto più veniali. Per questo, caro Zucconelli, le dico che non credo che un governo di tecnici saprebbe fare molto di meglio rispetto a un governo politico. Non siamo in Cina, come nota giustamente Vesi, e non basterebbe un esercito per imporre a tutti le stesse regole, lo stesso rispetto. Vorrei anche io, cavasse i denari là dove se ne accumulano a dismisura), ma temo che servirebbe a poco, senza un Paese migliore.
Sul Venerdì del 6 novembre